negazionismi ed elusioni

Come si è letto nei giorni scorsi, il professor Claudio Moffa all’Università di Teramo ha fatto lezioni in cui diceva che i campi di sterminio sono un falso storico propagandato dagli ebrei, che i forni crematori non sono esistiti e nemmeno le camere a gas e che gli ebrei morti sono state poche migliaia anziché milioni.
Non è il primo né il solo a dirlo, purtroppo, come si sa (e c'è anche quel fior fiore di storico che si chiama Ahmadinejad, per esempio, a fargli compagnia).  Ma questo è un professore che parlava da una cattedra di una nostra pubblica università, e la cosa ha suscitato giustamente scandalo e polemiche.  Le università dovrebbero infatti essere luoghi di scienza e di ricerca, non di propaganda per tesi non suffragate da prove.

Ieri però c'è stata una lettera del presidente della Comunità Ebraica di Roma, in cui si chiedeva che il Parlamento faccia una legge che "renda reato il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah" e da parte dei politici c'è stato un coro di assensi.  Naturalmente comprendo e condivido lo sdegno e la ferita da cui nasce tale proposta; ciò non toglie però che questa mi pare assurda, rischiosa e controproducente.
Voler stabilire per legge  ciò che è vero o falso in fatto di storia o magari di scienza mi pare una soluzione pericolosa oltre che assurda. Le sciocchezze, i falsi e le menzogne si smentiscono attraverso argomentazioni, ragionamenti e documentazioni: nel dibattito culturale, non nel dibattimento dei tribunali.
In Italia si è sempre parlato troppo poco delle radici del fascismo e del nazismo, quasi che questi fenomeni fossero cose aliene, riguardanti un passato lontano e sostanzialmente estraneo. Come se il fascismo non fosse nato in Italia; come se le leggi razziali del 1938 fossero state cose secondarie, da cui autoassolversi rapidamente con qualche frase di circostanza; come se l'antisemitismo o altri atteggiamenti razzisti non ci riguardassero – come se l'atteggiamento ostile che oggi va diffondendosi verso i Rom, per esempio, o gli immigrati non avesse niente a che vedere con quel passato che è dentro la nostra storia e che viene però eluso nelle scuole e da ogni discorso e nascosto, per così dire, sotto il tappeto.
Una legge che dichiarasse reato il negazionismo non farebbe che ribadire tale elusione. Non solo: avrebbe un carattere illiberale, quasi direi medievale. Sarebbe pericoloso un ritorno al principio di autorità.

E inoltre: ce ne sono un'infinità di sciocchezze e falsità che circolano sulla stampa (e ancora di più in rete).
Ci sono quelle relative a storie sugli Ufo, sulle medicine "naturali" miracolosissime, sul "creazionismo" ecc. – e magari, tanto per non tralasciare le mie passioni, anche quelle secondo cui le opere di Shakespeare sono state scritte da Bacone o da Marlowe o dal siciliano Crollalanza. Si dovrebbe dichiararle reati?
Se si volessero tacitare le fandonie o i falsi, per quanto dannosi, non con argomenti e confutazioni basati sulle ricerche documentali e scientifiche, non con la diffusione della cultura storica e scientifica e della capacità di usare gli strumenti della ragione e della ricerca, ma attraverso l'imposizione di una legge, verrebbe inevitabilmente il dubbio – nell'ignoranza che dilaga e che fa ritenere tutte le opinioni dello stesso peso – che forse davvero quelle fandonie potrebbero anche essere delle "verità".
 

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Ritornando a Shakespeare: Enrico VI

Ho rivisto in questi mesi estivi, nelle vecchia ma sempre molto bella messinscena della BBC risalente ai primi anni Ottanta, i tre drammi storici di Shakespeare che vanno sotto il titolo di Enrico VI e che si riferiscono al periodo della Guerra delle due Rose –  quando cioè le case dei Lancaster e degli York, che avevano rispettivamente scelto come emblema una rosa rossa e una rosa bianca, si contesero a lungo il possesso della corona. Nello scriverli il giovane Shakespeare sceneggiò, per così dire, un testo a suo tempo molto noto di cronache storiche scritto da R.Holinshed (1587), ricavandone delle rappresentazioni così vive e appassionanti da assicurargli un immediato successo presso il largo pubblico dei teatri elisabettiani. Non c’è da stupirsene: anch’io mi ci sono appassionata.

Cosa può trovare di interessante in questi drammi uno spettatore italiano dei nostri tempi, ignaro della storia inglese, studiata a suo tempo solo a grandi linee e priva perciò di un qualche forte potere evocativo?
La rappresentazione lucida e distaccata, priva di edulcorazioni, di un periodo e di un mondo politico privo di alti ideali, basato quasi esclusivamente su intrighi e ambizioni, su alleanze e tradimenti e voltafaccia repentini di fazioni contrapposte. Si vedono in scena i nobili del regno tramare e agire per il proprio esclusivo tornaconto, senza tenere in alcuna considerazione il bene pubblico,  e scatenare spedizioni all’estero da cui ricavare prestigio e forza in patria, nonché una tragica guerra civile carica di miserie e desolazione – e non si può fare a meno di riconoscere in tutto questo qualcosa che riguarda anche il nostro tempo.

Qualche esempio: quando una delle fazioni decide di scalzare il Lord Protettore, Gloucester – un ostacolo alle loro trame, in quanto persona fedele al re e relativamente onesta – non trova di meglio, proprio come ancora oggi qui da noi, che organizzare uno scandalo che coinvolga sua moglie: riesce ad attirarla in una seduta spiritica segreta per poi sorprenderla e accusarla di complottare contro la corona. Non bastando questo scandalo, cui seguirà un processo che manderà in esilio la donna, accuserà falsamente e senza prove Gloucester di essersi appropriato di denaro pubblico e, infine, per maggiore sicurezza, dal momento che l’avversario gode ancora dell’affetto del re, lo farà uccidere da sicari nel suo letto, con la raccomandazione di rimettere poi in ordine la camera perché la sua  morte improvvisa appaia naturale.

Ma la scena non è sempre tutta occupata dagli affari che si svolgono a palazzo. Ogni tanto emergono le figure del popolo: artigiani, lavoranti di bottega, piccoli proprietari, che fanno petizioni invocando giustizia contro le prepotenze di cui sono vittime (la recinzione delle terre pubbliche, per esempio) e vengono per questo accusati di sedizione. Altre volte essi sono fatti irrompere improvvisamente dalle quinte, dietro le quali si svolge normalmentre la loro vita oscura, fino al centro scena, in mezzo ai signori della corte e di fronte allo stesso re –  rappresentanti dell’altra realtà, quella che nei discorsi dei potenti sembra non trovare mai spazio, mare buio che circonda il palazzo e ogni tanto vi appare da qualche squarcio .
Penso per esempio alla scena comica in cui si fa strada fino ai piedi del trono, interrompendo le discussioni astute e feroci dei cortigiani, una folla scomposta ed eccitata, quasi “napoletana” che grida: Miracolo! miracolo! un cieco ha riacquistato la vista! E ben presto, però, dietro opportuno interrogatorio del miracolato e della di lui moglie da parte degli smaliziati nobili, viene fuori che si tratta di una rozza sceneggiata: l’uomo non è mai stato cieco e nemmeno zoppo, come pure finge di essere. Fra le risate degli astanti – tutta gente, come lo spettatore ha ben visto, che non fa che ordire menzogne dalla mattina alla sera e le cui parole sono per lo più false, e ingannatrici –  il falso miracolato viene lì per lì unanimemente condannato, non senza divertimento, alla fustigazione. E a questo punto, la scena fino ad allora comica, perché rappresentata attraverso l’occhio sprezzante della classe superiore, viene chiusa da Shakespeare col grido vano della moglie del disgraziato che dice a sua difesa: Ahimé, signore, lo abbiamo fatto solo per bisogno! E  si apprende così, senza altri commenti, che mentre a palazzo si lotta e si tramano continue messinscene e falsità per il potere, fuori del palazzo si lotta e si costruiscono poveri e funambolici garbugli per uscire dalle strette della fame e del bisogno.

Shakespeare amava questi contrappunti. Li userà poi con arte davvero grande nell’Enrico IV (di argom
ento cronologicamente precedente, ma scritto successivamente) dove alle scene di corte vengono puntualmente contrapposte quelle d’osteria: ai crimini dei grandi i crimini dei tagliaborse, a specchio gli uni degli altri .

Qui nell’Enrico VI (terza parte) c’è una scena molto bella in cui il re, un giovane debole, bigotto, inadatto a tenere testa alla sua nobiltà, mentre se ne sta ai margini di una battaglia, assorto in sue meditazioni sul peso di responsabilità che grava sulla corona, si trova a essere testimone della duplice e speculare tragedia di un figlio che, cercando qualcosa di cui appropriarsi nelle tasche del nemico che ha appena ucciso, scopre che questi è il padre arruolato nelle schiere avversarie (la guerra è una guerra civile) e di un padre che allo stesso modo scopre di avere ucciso il figlio.  Shakespeare, come in un exemplum morale (modulato su quei popolari morality play che erano in voga nei tempi a lui precedenti), alterna qui, intrecciandoli, i commenti del re a quelli dei due disgraziati sudditi.
Ne cito come esempio solo un breve passaggio:

FIGLIO   Ora mi odierà mia madre per questo assassinio di mio padre, e, nel suo odio, non sarà mai placata.
PADRE   Mari di lacrime verserà mia moglie, per l’assassinio di questo nostro figlio, e non sarà mai placata.
RE ENRICO:   Come, per questi casi funesti , sarà mal giudicato il re dal popolo, che nel suo rancore non sarà mai placato!
(Enrico VI, parte terza, Atto Ii, sc.v)

Questi soldati, va detto – e lo apprendiamo anche nei lamenti di quel padre e di quel figlio – venivano arruolati con la forza per combattere le guerre dei loro signori: erano insomma carne da cannone, come li definirà, con un’espressione che rimarrà nel linguaggio comune fino ai nostri giorni, Falstaff nell’Enrico IV  (in cui viene rappresentata un’indimenticabile scena di arruolamento con annessa corruzione degli arruolatori che esonerano chi paghi loro opportuna tangente).
I due poveretti della scena citata usciranno di scena maledicendo la guerra: che se la combattano fra di loro!, diranno: per noi ora è finita.


Nella prima parte dell’Enrico VI si assiste inoltre alla rivolta di Jack Cade, una specie di Masaniello del Kent, sostenuto nascostamente dagli York al fine di poter poi approfittare a proprio vantaggio dell’emergenza nazionale intervenendo con l’esercito a sedarla. Ma Cade naturalmente raccoglie consensi in nome di un’aspirazione reale benché farraginosa del popolo a una sorta di regime egualitario e comunista, in cui sia abolito il denaro e tutti possano godere alla pari della ricchezza prodotta.
È una rappresentazione esemplare e limpidissima delle confuse ma profonde ragioni popolari, della loro violenza e insieme della loro implicita debolezza. Viene in mente il  Verga della novella Libertà e si amerebbe rivederla in un riarrangiamento in chiave brechtiana. È nel corso di questa rivolta che vengono bruciate le carte notarili e per estensione i libri, le scritture attraverso le quali la classe dominante sancisce i suoi privilegi, e vengono uccisi gli uomini di lettere e i legulei, accomunati, per il semplice fatto di essere alfabeti, a tutti gli azzeccagarbugli che usano la legge, fatta dai padroni, per tenere sottomesso il popolo (ne avevo già accennato anche in un altro post)

Nella seconda parte dell’ Enrico VI compare anche Giovanna d’Arco, priva della sua aureola di santa pulzella 
alla quale noi siamo abituati, e rappresentata invece dal punto di vista degli inglesi.  Ma anche qui Shakespeare, con la sua incredibile capacità di dare verità a ogni personaggio, lascia che risulti sia la pretestuosità delle specifiche accuse dei suoi giudici armati, sia l’ambiguità, tutta umana, dell’insolito personaggio di popolana ardimentosa e piena di risorse, a mezza via tra la pasionaria invasata, la strega e la donna che divide con i soldati la vita promiscua di campo. Mostra la giustizia sommaria dei vincitori – essenzialmente un crudo atto di forza – e la vivace reazione di lei alla condanna: è così umanamente desiderosa di scampare la terribile morte che la attende, da preferire perdere l’onore del suo nome e proclamare, inventandoselo, di essere incinta, nominando fra l’altro più di un nome di possibile padre, pur di sopravvivere – tranne poi alla fine, visto vano questo suo disperato tentativo, lanciare la sua maledizione impotente e però carica di disprezzo contro il tribunale dei vincitori.

Ci sarebbe molto altro da dire. Non mancano varie scene toccanti di vera poesia, altre di crudeltà raggelante, e figure eroiche, e intense storie di amori (bellissimo il commiato della regina Margherita dal suo amante, e poi il suo pianto quando le tornerà di lui solo la testa mozzata che stringerà in grembo e tra le braccia, facendo venire in mente Stendhal e Boccaccio).
Resta fortemente impressa nella memoria la figura di questa malmaritata Margherita d’Angiò che attraversa tutta la trilogia, trasformandosi da bella fanciulla primaverile, quale appare nelle prime scene, in regina malcontenta e delusa che lotta come una tigre per mantenere il potere e poi in una belva di estrema efferatezza, per finire, una volta persa ogni cosa, compreso il figlio, nelle vesti di una prefica invelenita da un furioso dolore, che percorrerà con la sua litania di maledizioni anche tutto il Riccardo III – dramma tra i più noti e rappresentati di Shakespeare, e quello con cui si chiude la serie dedicata da Shakespeare alle guerre civili.

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Pubblico qui due video (tratti dalla bellissima versione televisiva della BBC, 1982. La regista è Jane Howell; Margherita è Julia Foster, il duca di York è Bernard Hill)

Nel primo si vede Margherita che assiste con ostentata spietatezza alla disperazione di York, che sta per essere ucciso e a cui ha messo per dileggio una corona di carta in testa e ha dato un fazzoletto intriso del sangue del suo figlio giovinetto, quasi bambino, ucciso poco prima barbaramente.

Nel secondo si può vedere la scena drammatica in cui è il figlio adolescente di Margherita a venire ucciso sotto i suoi occhi dai figli di quello stesso York – e lei supplica invano di essere a sua volta uccisa. Tra i i figli di York si può vedere all’inizio anche Riccardo (il futuro Riccardo III), che si allontana per andare ad ammazzare il re deposto che si trova nella Torre. Margherita, quando vede che nessuno osa ucciderla, lo invocherà disperata, pensando che lui sì, lo farebbe.

penna e inchiostro – punti di vista diversi

Come il sole che gioca su un'acqua cristallina
e riluce rifratto in altri di raggi
così bella rifulge agli occhi miei:
vorrei farle la corte, ma non oso dire nulla.
Penna e inchiostro mi ci vogliono,
e scriverlo, ciò che sento.

Così dice tra sé il conte di Suffolk, incantato alla vista di Margherita d'Angiò, nell'Enrico VI Parte Prima di Shakespeare, atto V, sc.iii .

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JACK CADE (capo popolo) – Di' un po': sai scrivere il tuo nome o firmi con un segno di croce come ogni uomo che si rispetti?

L'ISTRUITO  – Grazie a Dio ho avuto una buona istruzione, tanto che so scrivere il mio nome.

LA FOLLA – Uccidiamolo! È un traditore, un vigliacco!

JACK CADE – Su! sia impiccato! con al collo la penna e anche l'inchiostro.

(battute di una rivolta popolare durante il regno di Enrico VI d'inghilterra, dall' Enrico VI Parte Seconda di Shakespeare, atto IV,sc Ii)

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La cultura come fatto di classe. Nelle rivolte popolari dei secoli passati si distruggevano le carte, i registri, le scritture attraverso le quali i proprietari e i nobili ribadivano il loro potere. Di qui l'odio per il latinorum dei don Abbondio e degli Azzeccagarbugli, adatto a gabbare il popolo.
Siccome però la storia è ironica, il disprezzo per la penna e l'inchiostro, per il "culturame" e per gli intellettuali, è stato poi usato dai vari fascismi proprio per continuare ad ingannare populisticamente il popolo (bue), attraverso nuovi e telegenici Azzeccagarbugli e don Abbondi, che si adoperano a mantenere e coltivare l'ignoranza della massa, per ribadire e proteggere l'interesse e i privilegi di pochi innominati .

Il caso Pasolini e gli eroi del silenzio

L'altra sera su La7, nella trasmissione Complotti, condotta da Cruciani, si è riparlato dell'omicidio Pasolini  (qui il video).
In particolare è stata trattata, tra le varie altre, l' ipotesi che lo connette alla morte misteriosa di Mattei. Secondo tale ipotesi Pasolini fu eliminato perché sapeva, a proposito della fine di Mattei, cose molto inquietanti e le voleva rivelare, anzi forse le aveva già scritte, nel romanzo a cui stava lavorando quando morì: Petrolio. Per dirla in sintesi, Pasolini intendeva rivelare – come si legge in una noterella anticipatoria di Petrolio –  che Mattei fu eliminato dal suo successore, Cefis, e da chi lo sosteneva.

Coloro che sostengono questa ipotesi sulla fine di Pasolini, si basano principalmente sul fatto che in Petrolio (pubblicato 17 anni dopo la sua morte) appare un titolo Appunto 21 . Lampi sull'ENI cui non corrisponde alcuno scritto: solo una pagina bianca. Sarebbe proprio in quell'Appunto 21 che Pasolini avrebbe scritto in dettaglio della morte di Mattei.
Un parente di Pasolini, Guido Mazzon, che peraltro non frequentava il poeta, afferma di sapere di un furto avvenuto in casa del poeta poco dopo la sua morte. In questa occasione, secondo Mazzon, sarebbero state rubate anche delle carte, e Mazzon suppone che tali carte fossero appunto il capitolo mancante corrispondente al titolo Appunto 21. Lampi sull'ENI.

Il tutto, come si vede, ha contorni piuttosto vaghi e opinabili. La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, che viveva con lui e la madre a Roma e gli faceva per così dire da segretaria, nega infatti che ci sia mai stato il furto di cui parla il Mazzon e nega anche che dal manoscritto di Pasolini, da lei gelosamente custodito, sia stato trafugato qualche foglio.
D'altra parte l'assenza del testo sotto il titolo Appunto 21 non è una stranezza davvero misteriosa e inspiegabile, se si considera che Petrolio è un romanzo incompiuto, cioè non completato. Non a caso, del resto, l'Appunto 21 non è l'unico capitoletto a comparire solo come titolo (o come progetto) senza che a questo segua alcun testo. Lo stesso accade per vari altri (vedi  l'Appunto 42,  l'Appunto 52, il 52 a , il 52b ecc.). Se ne può dedurre che si tratta di capitoli che Pasolini intendeva scrivere in seguito e che, per il momento, si era limitato a collocare attraverso il titolo nella loro giusta posizione, secondo il piano dell'opera che aveva in testa. Insomma è difficile dire con qualche fondamento se sia esistito mai un testo dell'App.21: l'ipotesi è basata su "indizi" finora labilissimi: solo, direi, di fantasia. A volte la fantasia indovina o divina qualche verità; ma per ora non mi pare che in questo caso sia venuto a galla niente di provatamente vero.

La cosa davvero più inquietante e misteriosa di tutta questa storia, però, è il fatto che pochi mesi fa è intervenuto in questa vicenda di supposizioni nientemeno che Dell'Utri, il senatore cofondatore di Forza Italia recentemente condannato in Appello per connivenza con la mafia.
Dell'Utri annunciò all'inizio di marzo  (vedi QUI oppure QUI), mentre era in corso il suo processo, che avrebbe portato alla XXI Mostra del libro antico, di Milano, il capitolo mancante di Petrolio: «L’ho letto ma non posso ancora dire nulla – dichiarò in quell'occasione – è uno scritto inquietante per l’Eni, parla di temi e problemi dell’azienda, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese» .*
Pochi giorni dopo tuttavia Dell'Utri si affrettò a smentire di essere in possesso di tale capitolo, e disse di averlo solo visto e frettolosamente sfogliato senza nemmeno leggerlo. Cosa che ripete anche nella trasmissione Complotti (video).
Richiesto di chiarire come, dove, nelle mani di chi lo avesse visto, Dell'Utri racconta di essere stato avvicinato da un ignoto che gli mostrò appunto dei fogli in carta velina, dicendo trattarsi del famoso capitolo mancante di Petrolio. E che poi l'ignoto, spaventato forse dal clamore suscitato, non si fece più vivo.

La storia è in ogni caso implausibile: sia che davvero esista da qualche parte tale capitolo, sia che non sia mai esistito né mai sia stato scritto.
Come sarebbe possibile infatti che Dell'Utri (che passa oltretutto per bibliofilo) creda fermamente, come dice di credere, che quei fogli fossero di Pasolini, e che li definisca come "inquietanti" se, come ora afferma, li ha appena sfogliati distrattamente, mentre parlava con l'ignoto offerente?
Come è possibile inoltre che chiunque, bibliofilo o meno, dia fiducia alle affermazioni di un ignoto che l'avvicina senza presentarsi e gli sventola sotto il naso un testo che lui non ha nemmeno il tempo di esaminare?
E infine: che fiducia dare alla veridicità delle affermazioni di un uomo (Dell'Utri) che prima dice una cosa e due giorni dopo la smentisce (l'ho letto –  no, non l'ho letto)?

Insomma la domanda non è: chi ha trafugato e perché il capitolo misterioso (e forse inesistente) di Petrolio?
Ma, considerato che, indagando sul caso Mattei, venne eliminato in stile mafioso anche il giornalista De Mauro, la domanda corretta è: perché mai Dell'Utri  ha voluto sollevare ora, durante il proprio processo, questo discorso? A quale scopo? Per avvertire o minacciare chi, nascondendosi intanto dietro il polverone del giallo su Pasolini?
Che cosa sa, lui, per le sue vie e conoscenze, sul caso Mattei, su quello De Mauro, o su vari altri "misteri italiani" e magari anche su Pasolini?

La domanda è tanto più pertinente se  si considera che il suo insistere (anche di recente, in occasione della propria condanna in Appello) sull'eroicità di Mangano, che non parlò pur trovandosi in prigione, sembra alludere a se stesso. Una volta Dell'Utri disse di essersi fatto eleggere in Parlamento, non per interesse verso la politica, ma solo per evitare la persecuzione giudiziaria: non pare improbabile che  tale uomo voglia anche dire che, nel caso dovesse effettivamente ritrovarsi in carcere, non si potrebbe pretendere da lui il silenzio che solo gli eroi sono in grado di osservare fino all'estremo.

P.s.: chi volesse approfondire la questione riguardante Pasolini, può andare a leggere QUI nel sito, bello e documentatissimo, che Angela Molteni ha dedicato a Pasolini.

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* –  Dell'Utri può aver "appreso/immaginato" di che cosa avrebbe potuto parlare il capitolo mancante, da quanto già era scritto in altre parti di Petrolio, oltre che da scritti di vari altri autori usciti nei primi anni 2000. Che tra le fonti di Petrolio figurino ritagli vari di giornali e fotocopie anche di una biografia non autorizzata di Cefis, di Steimetz, ora introvabile in libreria, in cui si dicono cose poco risapute, che PPP riprende nel suo romanzo, non è un segreto, essendo scritto nelle Note al II vol. dei "Racconti e Romanzi " di Pasolini della Mondadori (1998).

il “modernizzatore” (a proposito di Craxi)

“L’azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa.”

Bombardati come siamo in questi giorni da articoli e concioni sui grandi meriti di Craxi, altissimo statista e lungimirante modernizzatore, benefattore d’Italia morto in esilio, vittima di accanimento giudiziario, ancora una volta invito a leggere il bellissimo articolo di oggi sulla Stampa di Barbara Spinelli, che come sempre si distingue per limpidezza e profondità di sguardo.

La memoria inutile

La memoria, che in Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che con tenacia hanno lavorato sul proprio passato (parliamo in modo speciale della Germania, ma l’esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l’hanno curato ma anzi aggravato. La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare, perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere contingenze.
Emiplegica, perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza.

Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico. Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirla in prima persona, fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa: «È arrivato il momento ­ dice ­ di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia».

Il ricordo degli anni di Bettino Craxi non è l’unico esempio di memoria tradita. Anche il terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso. In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile.

Lo stesso accade per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte esterne al soggetto («L’inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati dall’esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico. Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall’esterno, conservatore del passato.

Altra cosa la memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva».

Senza dubbio il leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare le sinistre, rafforzando la componente socialista dell’unione e banalizzando, alla maniera di Mitterrand, l’ingresso dei comunisti nel governo; liberare sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti, la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla, prepararla, attuarla.

L’azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e sopravvivere. In un’intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica, Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi».

In fondo non sono diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio ’92 e il 9 aprile ’93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del ’92: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(…) Non credo che ci sia nessuno in quest’aula (…) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l’atto mancato resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in assenza di memoria critica s’è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.

La modernizzazione di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni all’alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status quo. Fallì per l’immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere, di non progettare più nulla.

Il socialismo italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese.

Perfino alcuni successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata, censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l’America, ma la misera messa in libertà d’un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull’Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14 gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è volato dal 60% al 120% del Pil; (…). Nell’escalation del debito ebbe il suo bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite».

Oggi, censurare tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3 gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe.

Barbara Spinelli su La Stampa del 24 gennaio 2010.