una scommessa

Niente di certo può ancora essere detto sui tagli alle spese dello Stato che passano sotto il nome di Spending review. Ciò che leggiamo stamattina sui giornali sono solo voci, sul cui fondamento potremo solo in seguito avere una verifica. Tutto potrà rivelarsi tra due giorni diverso (in peggio o in meglio) da come ci viene ora presentato.

Sono pronta a scommettere tuttavia che un solo punto rimarrà certamente invariato: i soldi che, in mezzo a tante dolorose sforbiciate, non si sa in previsione  di quale risparmio, verranno tolti alle Università per essere dati, pari pari, alle scuole non statali.

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Aggiornamento (6 luglio)

Con mio piacere, pare che io l’abbia persa, questa scommessa. O almeno non l’abbia pienamente vinta.

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la famiglia e la vita

Niente agevolazioni per i figli, per le spese di istruzione, per gli asili, per le cure mediche, blocco dei già bassi salari. Pesa tutta su chi già sta scivolando sulla china della povertà la salvifica manovra, con buona pace delle varie dichiarazioni sul valore della famiglia, dell'istruzione, della salute, del lavoro.
Intanto, questi stessi legislatori, sedicenti amanti della vita, vogliono anche toglierci il diritto di morire a modo nostro.
Io non ho niente da obiettare a chi ritiene che la fine della vita non debba essere nella disponibilità d'altri che di Dio (anche se magari poi di fatto si tratta piuttosto della tecnica medica): ciascuno ha il diritto di regolarsi di fronte alla morte come crede. Ma che lui voglia imporre a me le sue convinzioni, pure se non le condivido, e costringermi, per compiacere il Vaticano, a morire a modo suo, questa è una prevaricazione insopportabile.
Né vale la considerazione amara  che di fatto i tagli alla sanità basteranno probabilmente da soli a evitare per i più ogni accanimento terapeutico. La questione è di principio e riguarda il diritto di ciascuno sia a essere curato se lo vuole, sia a morire quando ritenga giunto il suo momento, senza dover ricorrere al fai da te di gettarsi dalla tromba delle scale o dal terrazzo.
Spero che questa legge ormai in dirittura d'arrivo venga infine dichiarata anticostituzionale.

inculcamenti

Non sapevo, per mia distrazione, che esistesse un'Associazione Nazionale delle Mamme (la sigla, per ironia, suonerebbe ANM, come quella dei magistrati). Esiste invece e  oggi, in un suo convegno che si è tenuto qui a Padova, Berlusconi è intervenuto telefonicamente dicendo tra l'altro che ora i genitori (merito suo) possono scegliere liberamente "quale educazione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnamenti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi dal quelli della famiglia".
Già aveva detto la stessa cosa poco tempo fa, intervenendo come tutti ricordano al congresso dei Cristiano Riformisti (anche di questi in precedenza non sapevo l'esistenza): "Libertà – aveva detto – vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nella famiglia ".

Ancora una volta il verbo inculcare, che evidentemente ama in modo specialissimo, perché corrisponde alla sua pedagogia di pubblicitario, di venditore.
Ancora una volta, inoltre, la demonizzazione della scuola pubblica dove ai pargoletti verrebbero insegnati valori disapprovati dai genitori.
Ha ragione: potrebbe capitare che nella scuola pubblica il verbo inculcare (calcare, pigiare nella mente), che tanto gli è caro, sia bandito e al suo posto si usino verbi pericolosissimi ed eversivi, quali studiare, acquistare competenze, ricercare, ragionare, domandare, confrontare, conoscere, discutere, rispettare.
Oppure potrebbe capitare che qualche insegnante proponga la lettura del discorso pronunciato da Calamandrei nel 1950 (!) di cui riporto qui di seguito uno stralcio tratto da ReteScuole.net:

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. […].

L’operazione si fa in tre modi: 1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […]."

(Si può leggere il resto QUI).

ministri addottorati

In Germania il ministro della difesa Guttemberg si è dimesso perché è stato rivelato che aveva ottenuto la laurea copiando la tesi.

Noi invece, che siamo più scaltri e raffinati, oltre che cattolici e accomodanti, ci teniamo tra i nostri ministri Umberto Bossi che ha semplicemente detto a suo tempo alla moglie (la prima), e anche alla madre (alle donne, si sa, dire delle bugie è colpa veniale), di essersi laureato in medicina mentre non era vero.
Lo scrisse nel 2001 Gian Antonio Stella nel suo libro "Tribù", riportando questa testimonianza della ex moglie del gran capo leghista:
«Nell' aprile del '75 – racconta Gigliola Guidali – Umberto diede a tutti la grande notizia: mi sono laureato, presto avrò un impiego come medico. Corsi a comprargli un regalo: la classica valigetta in pelle marrone, da dottore». Una valigetta che Bossi cominciò a prendere tutte le mattine, raccontando alla moglie che andava a lavorare all' ospedale Del Ponte di Varese. Finchè la moglie lo smascherò. Insospettita da quel fantomatico impiego come «elettromedico», dubbiosa anche sulla seconda «laurea» del marito – stavolta a Pavia – l' ex signora Bossi un giorno andò dal rettore a chiedere notizie: «E lì, in quella stanza austera, un tabulato mi rivelò quello che sospettavo: mio marito non si era mai laureato, alla sua laurea mancavano undici esami».

La notizia non fu smentita. Tuttavia nessuno ha mai nemmeno pensato di chiedere a Bossi di dimettersi o a Berlusconi di non nominarlo ministro. Anzi, l'estate scorsa, la Gelmini lo ha proposto  per una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione presso l'Università di Varese. Giustamente, del resto: infatti questa scienza sarebbe – almeno qui da noi, presso i membri del governo presieduto dall'uomo sempre osannato come "grande comunicatore" -, né più né meno che quella della ciarlataneria.

identità di vedute (è solo una coincidenza)

C'è da aspettarsi che, sempre per coincidenza, anche Riina sia contrario all'uso smodato delle intercettazioni da parte della magistratura  – e non mi stupirei se, da bravo padre di famiglia, non apprezzasse che la scuola pubblica cerchi di inculcare nei figli idee contrarie a quelle che ricevono a casa dai genitori.
Probabilmente sarebbe anche favorevole a una revisione dell'art. 41 della Costituzione che, nientemeno, dice che l'iniziativa privata non deve arrecare "danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana".
Sospetto inoltre che anche i gay non gli siano molto simpatici.

dalla cattedra

Siamo tutti rimasti allibiti nel vedere come ha svolto ieri il suo ufficio di vice presidente del Senato la senatrice Rosi Mauro.  Sarebbe stato opportuno e logico, vista la baraonda dell'aula, che sospendesse la seduta, anziché procedere assurdamente a testa bassa in quella specie di furioso show di finte votazioni.
Ma evidentemente la parola aula, la cattedra su cui sedeva, la fattispecie della legge in esame evocante il fantasma degli studenti, il non celato malanimo verso l'opposizione che, a suo parere, faceva perdere tempo a furia di emendamenti (per lei il Parlamento evidentemente dovrebbe essere, a dispetto del nome, un luogo in cui non si parla, ma soltanto si approva) hanno fatto scattare una reazione che fa venire in mente certi professori e professoresse della peggiore specie, di quelli che chiedono rispetto senza tuttavia rispettare a loro volta né il buon senso né i regolamenti né tanto meno la funzione che, sia pure in supplenza, ricoprono.

the time is out of joint

Il tempo è fuori di sesto – ah che disdetta, maledizione, che proprio io sia nato per riconnetterlo! dice Amleto. E a me sembra queste parole potrebbero prestarsi a esprimere lo stato di questi giovani che sono usciti per strada in questi giorni. Sono usciti a gridare la propria presenza, cioè la presenza del futuro, di cui non si parla e a cui non si guarda.
Al di là della riforma Gelmini, il punto è che la nuova generazione si sta accorgendo di non avere futuro e che (come osservava qualche settimana fa Monti in un'intervista a Otto e Mezzo su La7) non esiste nelle camere e sui tavoli del potere alcun progetto né di medio né di lungo termine. In questo nostro infelicissimo paese si spera nei miracoli e si vive alla giornata sull'orlo del precipizio. Questi figli ce l'hanno coi padri e con gli zii, che li hanno tenuti all'oscuro e nell'ignoranza e che ora non sanno né vogliono rispondere alle loro domande e pretendono da loro solo silenzio e rassegnazione.

negazionismi ed elusioni

Come si è letto nei giorni scorsi, il professor Claudio Moffa all’Università di Teramo ha fatto lezioni in cui diceva che i campi di sterminio sono un falso storico propagandato dagli ebrei, che i forni crematori non sono esistiti e nemmeno le camere a gas e che gli ebrei morti sono state poche migliaia anziché milioni.
Non è il primo né il solo a dirlo, purtroppo, come si sa (e c'è anche quel fior fiore di storico che si chiama Ahmadinejad, per esempio, a fargli compagnia).  Ma questo è un professore che parlava da una cattedra di una nostra pubblica università, e la cosa ha suscitato giustamente scandalo e polemiche.  Le università dovrebbero infatti essere luoghi di scienza e di ricerca, non di propaganda per tesi non suffragate da prove.

Ieri però c'è stata una lettera del presidente della Comunità Ebraica di Roma, in cui si chiedeva che il Parlamento faccia una legge che "renda reato il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah" e da parte dei politici c'è stato un coro di assensi.  Naturalmente comprendo e condivido lo sdegno e la ferita da cui nasce tale proposta; ciò non toglie però che questa mi pare assurda, rischiosa e controproducente.
Voler stabilire per legge  ciò che è vero o falso in fatto di storia o magari di scienza mi pare una soluzione pericolosa oltre che assurda. Le sciocchezze, i falsi e le menzogne si smentiscono attraverso argomentazioni, ragionamenti e documentazioni: nel dibattito culturale, non nel dibattimento dei tribunali.
In Italia si è sempre parlato troppo poco delle radici del fascismo e del nazismo, quasi che questi fenomeni fossero cose aliene, riguardanti un passato lontano e sostanzialmente estraneo. Come se il fascismo non fosse nato in Italia; come se le leggi razziali del 1938 fossero state cose secondarie, da cui autoassolversi rapidamente con qualche frase di circostanza; come se l'antisemitismo o altri atteggiamenti razzisti non ci riguardassero – come se l'atteggiamento ostile che oggi va diffondendosi verso i Rom, per esempio, o gli immigrati non avesse niente a che vedere con quel passato che è dentro la nostra storia e che viene però eluso nelle scuole e da ogni discorso e nascosto, per così dire, sotto il tappeto.
Una legge che dichiarasse reato il negazionismo non farebbe che ribadire tale elusione. Non solo: avrebbe un carattere illiberale, quasi direi medievale. Sarebbe pericoloso un ritorno al principio di autorità.

E inoltre: ce ne sono un'infinità di sciocchezze e falsità che circolano sulla stampa (e ancora di più in rete).
Ci sono quelle relative a storie sugli Ufo, sulle medicine "naturali" miracolosissime, sul "creazionismo" ecc. – e magari, tanto per non tralasciare le mie passioni, anche quelle secondo cui le opere di Shakespeare sono state scritte da Bacone o da Marlowe o dal siciliano Crollalanza. Si dovrebbe dichiararle reati?
Se si volessero tacitare le fandonie o i falsi, per quanto dannosi, non con argomenti e confutazioni basati sulle ricerche documentali e scientifiche, non con la diffusione della cultura storica e scientifica e della capacità di usare gli strumenti della ragione e della ricerca, ma attraverso l'imposizione di una legge, verrebbe inevitabilmente il dubbio – nell'ignoranza che dilaga e che fa ritenere tutte le opinioni dello stesso peso – che forse davvero quelle fandonie potrebbero anche essere delle "verità".
 

simboli

Il sole delle Alpi, quella foglia a stella verde che è il simbolo usato dalla Lega, dicono i leghisti – che ne hanno apposto il simbolo dappertutto nella nuova scuola statale del loro paese – è un simbolo antico*, tradizionale (?), non partitico: risale, dice uno, al 1600. O al Cinquecento, dice un altro, meno (o più?) informato. Entrambi se la ridono, soddisfatti della propria ipocrisia che scambiano per fine astuzia.
Ma la ministra Gelmini non ha colto la finezza e, senza volerlo, li smentisce proprio mentre vuole difenderli. Dice infatti, prendendosela con chi ha protestato per l'inqualificabile iniziativa del sindaco di Adro: "Chi protesta per la scuola di Adro dovrebbe protestare anche quando a scuola entrano simboli di sinistra".
Chissà cosa intende e dove è vissuta finora. Non si sono mai viste scuole in Italia, né pubbliche né private con la falce e martello fatta imprimere da qualche Peppone sui banchi, sulle porte, sui vetri, sugli stuoini e chissà dove altro mai. Lei lo sa bene, ma con diversa ipocrisia rispetto ai leghisti, fa finta di averne avuto cognizione, applicando ligiamente le nozioni imparate alla scuola berlusconiana: in mancanza di argomenti, agitare sempre lo spauracchio del comunismo.
Gli altri al governo tacciono. Tace naturalmente anche Berlusconi, ostaggio della Lega e, comunque, privo di interesse per faccenduole che abbiano a che vedere con la democrazia, la pluralità, e – non ne parliamo poi – con la laicità. Figurarsi: lui è amico di Gheddafi come di Bossi e di Putin. Il suo indiscutibile pluralismo d'élite sceglie sempre i migliori. Della scuola di Adro non si cura più che del peschereccio mitragliato dalla motovedetta libica con tanto di Guardie di Finanza italiane a bordo. Sono sciocchezze queste a fronte dei suoi problemi del momento e dei conti che lo assillano: vuoi dei sondaggi, vuoi dei parlamentari da aggiungersi a stampella del trono pericolante – vuoi dei giorni necessari per varare il sospirato scudo contro i suoi processi.
L'Italia, gli italiani, la scuola, gli scolari, i precari, i disoccupati, i licenziati, i terremotati si arrangino – e non stiano a farsi sentire!
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* anche la svastica era un simbolo antico, ben più del secentesco o cinquecentesco o trimillenario sole delle Alpi. Ma da quando i nazisti se ne appropriarono per inventarsi mitiche radici, è di fatto il simbolo di un partito e di un'ideologia storiche. Così è per il sole delle Alpi: simbolo di un partito, la Lega, che, non diversamente dal nazismo, ha vocazione totalitaria volendosi proporre come un tutto – senza badare al fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti di quelle regioni che Bossi ha voluto impropriamente unire sotto il nome di Padania, non si riconosce affatto né nella Lega né nei suoi spernacchianti rappresentanti.

scuola di vita

Al liceo Tito Livio di Padova alcuni alunni si erano organizzati per passare ai compagni delle classi inferiori le versioni di latino e di greco durante i compiti in classe. Niente di nuovo, si potrebbe pensare: come si sa, sempre nelle classi c'è stato chi copiava e spesso i più bravi hanno passato agli altri soluzioni o traduzioni. E se c'era il secchione che si barricava nel suo banco per impedire agli altri di sbirciare, c'era anche chi, dalla penna facile,  passava interi svolgimenti di temi di italiano. Non per nulla i professori passeggiavano tra i banchi o adottavano strategie per impedire tali passaggi, allontanando i banchi o dando per esempio compiti diversi a ciascuna fila.
Se si veniva scoperti, si veniva puniti dagli insegnanti con un votaccio o anche con una sospensione, a seconda dei casi – e il peggio era che poi in famiglia "si aveva il resto", come si usa dire.

Nel caso in questione tuttavia ci sono delle novità da rilevare.
Una è che questi alunni del Tito Livio non passavano i compiti per solidarietà o per amicizia, ma si facevano pagare. Non si trattava di una cosa fatta in casa, stile Berlusca giovinetto che, antesignano anche in questo, vendeva, a quanto dice lui (in "Una vita italiana"), le proprie versioni ai compagni per poche lire**.
Questi di Padova si erano organizzati, favoriti oltretutto dalle nuove tecnologie che li esoneravano anche dal peso di impegnarsi personalmente nelle traduzioni (su internet c'è quasi tutto già pronto). Avevano messo su insomma un vero e proprio business, controllando anche che non interferissero concorrenti ad abbassare le tariffe (cinque euro il minimo). Organizzazione perfetta, tranne che per la vanità di parlarne apertamente su FaceBook.
L'altra novità è che, quando il traffico è stato scoperto e i protagonisti sono stati puniti con delle sospensioni, i genitori di un ragazzo colpito hanno fatto sapere di voler impugnare il provvedimento.
Hanno ragione, è giusto: i rampolli, specie quelli che dimostrano tanta buona disposizione ad adeguarsi ai costumi correnti, perchè mai dovrebbero subire punizioni? vanno sostenuti invece, e difesi a spada tratta da tutto ciò che somigli anche vagamente a un'assunzione di responsabilità per le proprie azioni.

** Poi da adulto pare che il latino lo abbia un po' dimenticato, e abbia preferito passare dalla parte di chi copia di soppiatto (vedi qui, dove Oliviero Beha riprende un articolo di Travaglio del 2006 su Repubblica. Da rileggere).