narrativa visionaria

Già era un po’ irritante per persone della mia età, abituate a termini come “analisi” per esempio,  sentire usare, parlando di politica, il termine “narrazione”. Ma pazienza. Si cerca di capire, di seguire il discorso.
Ora però mi imbatto (già due o tre volte in questi ultimi giorni) nel termine “narrativa” usato come fosse la stessa cosa di “narrazione”.
Un calco dall’inglese, penso. Come “evidenza” al posto di “prova”, “eventualmente” al posto di “alla fine” e altri abusi del genere. Più sono adatti a generare confusione cancellando i contorni precisi dei vocaboli, più piacciono e si diffondono.

Chi lo sa però se “narrativa”  resisterà a lungo. Mi pare che il termine “visione” stia avanzando e occupando buone posizioni. Lo si usa per dire “insieme di idee” “teoria” o anche semplicemente “opinione”. Piace perché è vago e allude a qualcosa di intuitivo, quasi di onirico o mistico ecc., qualcosa che non si fonda su prove né su studio.
Non a caso si diffonde anche l’aggettivo “visionario”, che un tempo indicava una persona che soffriva di allucinazioni e priva di senso della realtà,  o uno che aveva visto apparizioni di santi o della madonna. Ora lo si usa, in politica, come elogio!

 

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Cambiamento?

Il voto a Grillo dimostrerebbe, si dice, la voglia di cambiamento.

E quello a Berlusconi, dato con tanto entusiasmo pur dopo tutte le pessime prove e la catastrofe del suo ultimo governo?

Questa metà di paese che si innamora o conferma il suo amore e la sua fiducia verso figure trucemente buffonesche, non dimostra invece una perseverante continuità?

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Il cambiamento, d’altra parte, già c’è stato, mi suggerisce una mia interlocutrice. E consiste nella trasformazione delle elezioni in una sorta di votazione del Grande Fratello, dove vince, entra o esce il “personaggio” che in un modo o nell’altro sembra il più simpaticone o litigioso o prepotente, o comunque concentra su di sé l’attenzione – e altro non si richiede.

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Poi bisogna anche intendersi sulle parole.
Vedere per esempio se “voglia di cambiamento” equivale alla pernacchia e alla porta sbattuta, oppure questa è solo un’espressione di scontentezza, che non è detto che preluda a una volontà reale, cioè a un impegno, per modificare l’andazzo. A volte si sbattono porte e si impreca e si manda qualcuno a quel paese solo per uno sfogo – e poi si torna nella situazione di prima, quasi come se niente fosse. Ci sono legami che durano una vita e si rinforzano addirittura nel loro peggio a furia di simili porte sbattute e sanguinosi insulti.

la tv non è un obbligo

È un pezzo che evito di accendere il televisore. Non seguo nemmeno i telegiornali: mi bastano le notizie on line dei vari quotidiani e la lettura di qualche altro in formato cartaceo. Talvolta può capitare che ci sia qualche film da vedere o rivedere con piacere o qualche minuto di comicità. Capita meno di rado durante la stagione invernale s’intende, perché d’estate è difficile imbattersi in qualcosa di decente – a meno di non essere appassionati del circo o dello sport o essere insonni e scovare qualche buona cosa nascosta nella programmazione relegata nelle ore piccole.

Lunedì sera tuttavia ho voluto dare un’occhiata al Telegiornale su La7.
Nel suo corso Mentana annunciava che subito dopo ci sarebbe stato un programma intitolato “La rissa”: un approfondimento – a suo parere – sulla questione degli attacchi al PD da parte di Grillo, Il Fatto Quotidiano, Di Pietro ecc., nel cui linguaggio Bersani che aveva individuato le caratteristiche dello stile fascista.
Dato l’argomento, uno si sarebbe aspettato che fossero chiamati a discutere dei linguisti e degli storici oltre che degli osservatori politici. Invece veniva annunciata con gran squilli di tromba la presenza di Ferrara, Travaglio, Di Pietro. Ciò è bastato a farmi spegnere immediatamente, prima che il programma iniziasse.

Leggo che si è trattato, come c’era da aspettarsi viste le presenze in scena, di un vergognoso esempio di televisione: urla, ingiurie e via dicendo. Ho sentito commenti disgustati.

Ora mi chiedo: ha senso criticare la Tv, i suoi programmi, la sua informazione, e intanto continuare a guardarla? L’unico modo serio ed efficace per contrastare la sua volgarità e bruttura è chiaramente quello di non accendere l’apparecchio o spegnerlo. Per salvaguardia di se stessi, ma anche per mandare un inequivocabile messaggio a chi propone tali brutture.
Eppure, sembra che in molti ancora (parlo di quelli che la Tv la criticano continuamente, non di chi la subisce passivamente e magari si diverte) preferiscano, specie se sono soli, mangiare qualsiasi nauseabonda pietanza venga ammannita e poi dirsene disgustati, piuttosto che rifiutarla, spegnere o non accendere il televisore, aprire un libro, ascoltare musica, spolverare la propria collezione di soldatini. C’è persino chi spolvera, sì, la sua collezione o si mette al pc a vagare tra un sito e l’altro o tra una chiacchiera e l’altra su FB (magari criticando personaggi televisivi), ma non per questo spegne il televisore, mantenendo la compagnia del suo chiasso come sottofondo della propria solitudine.
Mi piacerebbe capire il perché. Basta la solitudine a spiegare tanta acquiescenza e inclinazione a degradarsi?

sondaggi e timori

Leggo su Repubblica che secondo un certo sondaggio c’è un 34% di concittadini che ritiene “positivo” l’operato del passato governo. La notizia viene data con l’intenzione di rincuorare quelli che, come me, temono la resurrezione di Berlusconi.

In realtà a me sembra una percentuale tutt’altro che tranquillizzante. Non so che credito dare a quel sondaggio, ma certo sembra credibile, considerando che Berlusconi governò malissimo nel quinquennio 2001-2006 e che, nonostante ciò, venne ancora rieletto a soli due anni di distanza.

D’altra parte, il giudizio benevolo verso il suo vergognoso ultimo governo è, temo, destinato a suscitare sempre più consensi anche in proporzione allo spazio mediatico che si continuerà a dare alla sua rentrée – magari anche con la scusa di commentarla con ironia. Sprovvedutamente.

màmmeta, sòreta, mòglieta

Non una parola da parte del capo del governo per il disastro della Liguria. Forse perché, essendo una tragedia prevedibile dopo il troppo poco che si è fatto in seguito all'alluvione dell'anno scorso, è diventata una cosa normale e, come tale, non merita alcuna attenzione.
Del resto ieri in Parlamento, mentre l'Italia frana tragicamente in tutti i sensi e le questioni in campo sono gravissime e urgenti, gli animi si sono accesi fino alla rissa più violenta per tutt'altre faccende. I leghisti si sono inferociti a causa di quello che aveva detto Fini in una trasmissione televisiva la sera prima, dove aveva rivelato che la moglie di Bossi è una pensionata baby e che forse anche per questo Bossi non vuole che si tocchino le pensioni di anzianità.
Ora, chi è andato in pensione precocemente lo ha fatto sulla base di una legge dello Stato che lo consentiva e addirittura lo promuoveva (la norma intendeva favorire il ritorno a casa soprattutto delle donne, secondo l'idea politica democristiana riguardo la famiglia – e infatti concorrevano al punteggio per poterne usufruire sia il fatto di avere un marito che quello di avere dei figli). Dunque chi ha usufruito di tale norma non è sotto nessun punto di vista personalmente criticabile – tutt'al più si può criticare il fatto che molti baby pensionati hanno poi aggiunto alla propria pensione i proventi di altro lavoro (come è il caso appunto della moglie di Bossi, che ha aperto poi una scuola privata).
Comunquei Fini non criticava la moglie di Bossi, bensì sottolineava un certo possibile interesse personale del marito nel difendere le pensioni di anzianità (in cui rientravano anche quelle precocissime, che da tempo non sono più possibili, ma che erano cadute nel mirino attraverso alcune proposte che ventilavano nei giorni scorsi una tassazione aggiuntiva per chi attualmente le percepisce). 
È bastato tuttavia aver nominato la moglie del gran capo perché si scatenasse in Parlamento  una reazione disgustosamente spropositata, quasi si fosse trattato di una questione d'onore e il Parlamento fosse l'osteria di un quartiere malfamato. 

Tutto questo sotto gli occhi di una scolaresca che assisteva alla seduta.

il nostro Paese

Vorrei proprio che lo facessero questo minacciato referendum per la secessione della cosiddetta Padania. Ammesso che si trovi il modo di farlo apparire un referendum costituzionale (la nostra Costituzione ammette solo i referendum abrogativi, non quelli propositivi) e che si riuscisse a raccogliere il numero sufficiente di firme, e che fosse dichiarato ammissibile dalla Corte, e si andasse a votare, si vedrebbe finalmente che a volere questa cosa sarebbero solo pochissimi gatti. E la si finirebbe una buona volta e per sempre con la ricorrente agitazione di questa sguaiata proposta.
È per questo appunto che il referendum si guarderanno bene dal farlo.

Tuttavia: è mai possibile che un Ministro della Repubblica si permetta (senza dimettersi) di gridare da un palco alla secessione  – e che affianco a lui se ne stia tutto sorridente e complice nientemeno che il Ministro degli Interni?
Sì, nel nostro Paese, tutto è possibile.

vanterie e promesse

La Lega ci ha abituato da tempo alle parolacce urlate dai palchi, ai gestacci, alle pernacchie dei suoi massimi rappresentanti. Così era surreale ieri vedere Salvini adombrarsi per il linguaggio di Alemanno che ha definito "boiata" la proposta di trasferire alcuni ministeri a Monza.

D'altra parte è surreale anche vedere questi ministri giurare a Roma sulla Costituzione e a Pontida per la "Padania libera e indipendente" (quale dei due solenni giuramenti è una farsa?) e prendersela con il governo di cui fanno parte (da leone) e di cui hanno sostenuto e si preparano ancora a sostenere tutte le brutture.

"Se si andasse a votare ora, vincerebbero le sinistre", ha detto Bossi per motivare il suo sostegno a questo governo. Insomma, per questi potenti la volontà popolare può esprimersi solo a patto che non rischi di mettere in crisi il loro governo, i loro ministeri e il loro potere. Oramai scambiano il proprio interesse per interesse generale.
Di federalismo fiscale da "portare a casa" (che sembrava un tempo il motivo dell'alleanza tattica con Berlusconi) oramai tacciono: non se ne vantano più. Si sono accorti che anche tra i loro seguaci serpeggia il sospetto che non sia senza costi.

"Io sono quello che ha inventato i respingimenti!", si è vantato Maroni – quello che viene scambiato per moderato solo perché porta giacca e occhiali. Lui è contro le bombe perché costano al portafoglio e non bloccano l'immigrazione. Dell'umanità, della solidarietà e di altri simili risibili concetti, da uomo pratico, non si cura.
Sono convinti, lui e gli altri, compreso Berlusconi, che il cuore sia un'appendice del portafoglio. Sicché ora, di fronte ai segnali di disaffezione dell'elettorato, scoprono che esiste l'economia e pensano di risolvere tutto – cioè di far ritornare all'ovile il popolo-bue – con la vecchia promessa di abbassare le tasse.

filologismi

Ha detto Calderoli, a proposito del centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia: "Fare un decreto legge per istituire la festività del 17 marzo, un decreto legge privo di copertura (traslare come copertura gli effetti del 4 di novembre, infatti, rappresenta soltanto un pannicello caldo e non a casa mancava la relazione tecnica obbligatoria prevista dalla legge di contabilità), in un Paese che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale e in più farlo in un momento di crisi economica internazionale è pura follia. Ed è anche incostituzionale".

Ciò che è indigeribile non è tanto che al ministro leghista non piaccia festeggiare l'Unità d'Italia perché lui aspira alla separazione della Padania da cui, come hanno scritto sui muri alcuni della sua parte, vorrebbero cacciare "fuori i taliani", e il tricolore lo userebbe, come disse Bossi, per il cesso, mentre tapezzerebbe le scuole di simboli leghisti. Non è questo che disgusta tanto (anche se a me disgusta moltissimo), quanto il fatto che si nasconda così vilmente e miseramente dietro ridicoli pretesti economici e addirittura invochi – del tutto a sproposito – la Costituzione (che, a giudicare da come non ha saputo distinguere le leggi inutili da quelle necessarie, eliminando queste e quelle nel suo famoso falò, viene il sospetto che non abbia forse letto con sufficiente attenzione).

Il miserrimo pretesto economico, suggeritogli da Marcegaglia (chissà se da solo ci avrebbe mai pensato) è davvero risibile. Tanto più che, come è ben noto a tutti quelli che lavorano, quest'anno le feste civili cadono tutte di domenica e ricompensano già delle temute perdite che fa mostra di paventare – e il 17 marzo sarà festa solo quest'anno.

Viene però Borghezio (ieri sera su La7 a Otto e mezzo) a tenere alta la bandiera della sincerità per rincuorare i suoi con la sua rude retorica: per lui questo anniversario è addirittura un giorno di lutto. Secondo lui, il nord d'Italia è stato trattato come una colonia (!) e se la prende persino con Benigni che dice di considerare peggio che le ragazze di Arcore (del loro utilizzatore finale non parla): "Prende un sacco di soldi per fare uno spettacolo di untuoso ossequio ai valori risorgimentali e alla retorica del Risorgimento", dice e perciò gli "fa schifo".
Del resto non ha capito molto di quello che Benigni ha detto: per esempio confonde, pensa (dice di avere udito) che il comico abbia raccontato che a Legnano a suo tempo sventolavano contro il Barbarossa il tricolore (cosa che ovviamente Benigni non ha detto – ma lui di un discorso coglie solo alcune parole trascurando i nessi logici) e resta fermo, fra l'altro, nell'interpretazione errata della famosa "schiava di Roma", perché la semplice analisi logica per lui è filologismo, cioè astruseria, cosa che puzza di cultura. Per questa stessa ragione, non sa nulla della storia; e se ne vanta.

dalla cattedra

Siamo tutti rimasti allibiti nel vedere come ha svolto ieri il suo ufficio di vice presidente del Senato la senatrice Rosi Mauro.  Sarebbe stato opportuno e logico, vista la baraonda dell'aula, che sospendesse la seduta, anziché procedere assurdamente a testa bassa in quella specie di furioso show di finte votazioni.
Ma evidentemente la parola aula, la cattedra su cui sedeva, la fattispecie della legge in esame evocante il fantasma degli studenti, il non celato malanimo verso l'opposizione che, a suo parere, faceva perdere tempo a furia di emendamenti (per lei il Parlamento evidentemente dovrebbe essere, a dispetto del nome, un luogo in cui non si parla, ma soltanto si approva) hanno fatto scattare una reazione che fa venire in mente certi professori e professoresse della peggiore specie, di quelli che chiedono rispetto senza tuttavia rispettare a loro volta né il buon senso né i regolamenti né tanto meno la funzione che, sia pure in supplenza, ricoprono.

la notte dei Nominati

Quanti nostri onorevoli sono in queste ore alle prese con problemi di coscienza!
Benché essi siano nominati più che eletti, stanno attraversando un travaglio paragonabile a quello della notte dell'Innominato!  Non manca nello scenario nemmeno il Cardinale che giusto in questi giorni ha offerto un pranzo a don Rodrigo, per festeggiare con lui le nomine di nuovi porporati  – e però tace, non commenta, lascia a loro tutto il peso dell'ardua interpretazione dei segni.
Poveretti, la scelta è davvero difficile: il rischio è di scegliere, per un errore di calcolo o per uno sgambetto della fortuna, la parte perdente e giocarsi la poltrona, finire col sedere per terra. 
A qualcuno in tale ambascia è venuta persino la febbre.