la Germania non è un paese per vecchi

L’altro giorno ho ascoltato alla radio, data col tono più tranquillo e normale, la notizia che in Germania, poiché l’assistenza agli anziani appare troppo dispendiosa, si è pensato di dislocarli in case di riposo dai prezzi più convenienti, situate in altri paesi. La cosa si sta già attuando: i gravosi vecchietti stanno già venendo inviati in istituti della Cecoslovacchia, dell’Ucraina e persino della Thailandia, di cui si fa notare il buon clima.
Mi ha colpito il tono in cui se ne discuteva. Mi ha fatto venire in mente quello ugualmente tranquillo di certi discorsi, sentiti in documentari storici, che si facevano nella Germania dell’anteguerra a proposito delle soluzioni “razionali” pensate per i malati di mente o gli handicappati – per non dire poi degli ebrei, degli omosessuali e degli zingari.

Pensavo che la mia modesta proposta scritta un anno fa a ridosso dei discorsi che accompagnarono la riforma delle pensioni, fosse paradossale. Ma a quanto pare non era troppo irrealistica, dopotutto.

Chi volesse può ascoltare QUI la trasmissione.

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sondaggi e timori

Leggo su Repubblica che secondo un certo sondaggio c’è un 34% di concittadini che ritiene “positivo” l’operato del passato governo. La notizia viene data con l’intenzione di rincuorare quelli che, come me, temono la resurrezione di Berlusconi.

In realtà a me sembra una percentuale tutt’altro che tranquillizzante. Non so che credito dare a quel sondaggio, ma certo sembra credibile, considerando che Berlusconi governò malissimo nel quinquennio 2001-2006 e che, nonostante ciò, venne ancora rieletto a soli due anni di distanza.

D’altra parte, il giudizio benevolo verso il suo vergognoso ultimo governo è, temo, destinato a suscitare sempre più consensi anche in proporzione allo spazio mediatico che si continuerà a dare alla sua rentrée – magari anche con la scusa di commentarla con ironia. Sprovvedutamente.

i modelli

Avrei voluto scrivere due righe sulla dichiarazione di Draghi di alcuni giorni fa, secondo cui il “modello sociale europeo è morto”, intendendo con ciò che il welfare di cui sino a poco fa si andava orgogliosi è un rottame di cui disfarsi – quasi fosse stato lui la causa della crisi in cui ci troviamo e questa non fosse invece nata negli USA, il cui modello ci prepariamo a ricopiare.

Mi stupiva che sul momento non si fosse levata nessuna voce a replicare.
Ma ieri Paul Krugman e oggi la Barbara Spinelli con mio grande sollievo sono intervenuti sulla questione e rimando perciò ai loro articoli.

abusi

Tutti centrati sulla barzelletta, i giornalisti di La7 si sono dimenticati di dire perché erano riuniti a Palazzo Grazioli quei bravi sindaci della Campania così pronti a ridere di cuore ogni volta che sentono nominare la parola culo.
Erano lì per vedere, in vista evidentemente delle elezioni, come sospendere gli abbattimenti delle costruzioni abusive nei loro amati territori devastati dal cemento (vedi QUI).
Che cosa abbiano ottenuto non si sa. Ma certo la cordialità del barzellettiere e le risate lasciano intendere una certa consonanza e affinità di intenti.

minacciosi modelli

Insomma: ci sono una massa di disoccupati, giovani e non più tali, una massa di precari, di persone che non possono fare alcun progetto di vita, di famigliole che sopravvivono solo perché ancora possono disporre dell'aiuto dei genitori pensionati, ci sono donne che perdono il posto di lavoro non appena mettono al mondo un figlio, mancano asili, le scuole cadono nel degrado, la malavita organizzata continua a imperversare eccetera, eccetera.
E cosa fa il nostro Presidente del Consiglio?
Si occupa e preoccupa soprattutto della "riforma" che dovrebbe porre la magistratura sotto il controllo del governo – e per mettere a tacere chi vi si oppone o la discute, minaccia nel suo caratteristico eloquio (qui c'è il video) che,  ove le cose non dovessero prendere la piega che vuole lui, allora:
"….  io produrrò un intervento in Parlamento in cui, togliendo ogni infingimento e ipocrisia, dirò agli italiani, partendo dal Parlamento, qual è oggi, secondo me, la situazione in Italia della giustizia e della magistratura."

La sottolineatura minacciosa (agli italiani) è proprio sua, come si può sentire, e scandisce la volontà di usare il Parlamento per scavalcarlo, lanciando da lì attraverso le telecamere una sorta di appello al popolo o di comizio di apertura di una sua virulenta propaganda elettorale.

A chi conosce un pochino la storia del secolo scorso (e mai ancora passato), viene in mente il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, col quale, dopo la crisi seguita all'assassinio di Matteotti, inaugurò –  anche lui "tolto ogni infingimento e ipocrisia", cancellate cioè le regole costituzionali che solo per finzione aveva fatto fino allora mostra di seguire  – la dittatura.

Non ce la farà, noi crediamo, perché i suoi lo stanno abbandonando; ma il modello cui si riferisce parrebbe proprio quello.

DA LEGGERE

Riporto qui di seguito l'articolo di domenica scorsa di Barbara Spinelli, da La Stampa:

Zingari le radici dell'odio

BARBARA SPINELLI

E’ utile ricordare come fu possibile, appena sette-otto decenni fa, la distruzione degli zingari nei campi tedeschi. Non fu un piano di sterminio accanitamente premeditato, in origine non nacque nella mente di Hitler. Nel libro Mein Kampf si parla di ebrei, non di zingari. La distruzione (in lingua rom Poràjmos, il «grande divoramento») ha le sue radici nella volontà tenace, insistente, delle campagne e delle periferie urbane tedesche: un fiume di ripugnanza possente, antico, che la democrazia di Weimar non arginò ma assecondò. Chi ha visto il film di Michael Haneke Il nastro bianco sa come prendono forma i furori che accecano la mente, escludono il diverso, infine l’eliminano perché sia fatta igiene nella famiglia, nel villaggio, nella nazione. Anche l’antisemitismo ha radici simili, tutti i genocidi sono favoriti da silenziosi consensi.

Ma l’odio dei Rom e dei Sinti (zingari è dal secolo scorso nome spregiativo) riscuote consensi particolarmente vasti.

È un odio che ancor oggi s’esprime liberamente, nessun vero tabù lo vieta: in parte perché è sepolto nelle cantine degli animi, dove vive indisturbato; in parte perché è un’avversione non del tutto razziale; in parte perché il loro genocidio non ha generato l’interdizione sacra tipica del tabù. A differenza di quello che accadde per gli ebrei, nel dopoguerra non si innalzò in Europa una diga fatta di vergogna di sé, di memoria che sta all’erta. Si cominciò a parlare tardi degli zingari, i libri che narrano la loro sorte sono sufficienti ma non molti. E’ strano come Sarkozy, figlio di un ungherese, non abbia ricordo, quando decide l’espulsione dei rom, di quel che essi patirono in Europa orientale. È strano che non ricordi quel che patiscono ancor oggi nei Paesi da cui fuggono, perché l’Est europeo è uscito dalle dittature denunciando il totalitarismo comunista ma non i nazionalismi etnici, non l’ideologia che mette il cittadino purosangue al di sopra della persona: in Romania, Bulgaria, Ungheria, i rom sono trattati, nonostante il genocidio, come sotto-persone. Rimpatriarli spesso è condannarli ancor più. È anche un’ipocrisia, perché come cittadini europei i rom possono tornare in Francia o Italia senza visti. Spesso vengono chiamati romeni. Sarebbe bene sapere che i Rom sono detestati dalla maggioranza dei Romeni.

Ovunque, la crisi economica li trasforma in capri espiatori. Il più delle volte non è la razza a svegliare esecrazione. È il modo di vivere itinerante. L’Unione, allargandosi nel 2004 e 2007, ha accolto anche questa comunità speciale, per vocazione non sedentaria, originaria dell’India, insediatasi nel nostro continente cinque-sei secoli fa, ripetutamente perseguitata. Una direttiva europea restringe la libera circolazione se l’ordine pubblico è turbato, ma la direttiva vale per i singoli e comunque decadrà nel dicembre 2013. Non è chiaro chi oggi abbia ricominciato questa storia di esclusioni, di muri che separando i nomadi dal cittadino «normale» impedisce loro di divenire sedentari se vogliono, di trovar lavori, di non cadere nelle mani di mafie. È probabile che Berlusconi e Bossi abbiano svolto un ruolo d’avanguardia: un ruolo di «modello per l’Europa», ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Cei (La Stampa, 22 agosto). Molti governi dell’Est si sono sentiti legittimati dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione. Ora Sarkozy si fa megafono del fiume d’esecrazione. La parola che ha ripetuto più volte, parlando di immigrati, di rom e di delinquenza a Grenoble, era «guerra».

Nello stesso discorso, il Presidente ha annunciato che il cittadino di origine straniera colpevole di delitti perderà la nazionalità francese (la parola décheance, revoca, rimanda a déchet, pattume). La democrazia non ci protegge da simili deviazioni, proprio perché la volontà del popolo è il suo cardine. Giuliano Amato lo spiega bene, in un articolo sul Sole-24 Ore del 22 agosto: ci sono momenti, e la crisi economica è uno di questi, in cui può crearsi un conflitto mortale fra i due imperativi democratici che sono l’esigenza del consenso e quella di preservare la propria civiltà. Il leader democratico ansioso di raccogliere immediati consensi vince forse alle urne, ma non salva necessariamente la civiltà («Non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili»). Sono rari, nei moderni Stati-nazione, i leader che sappiano tener conto di ambedue gli imperativi, e nei momenti critici anteporre le esigenze della civiltà a quelle del consenso. Quando Obama si dichiara non contrario alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero difende la costituzione laica e la storia americana lunga, non la storia tra un sondaggio e l’altro. Il consenso sente di doverselo creare a partire da qui, sapendo che può anche perderlo. In genere, quando i governanti esaltano ogni minuto la sovranità e le emozioni del popolo non è il popolo a governare: sono le oligarchie, i poteri segreti, le mafie.

Anche la nostra Costituzione ha lo sguardo lungo, e non a caso dà la preminenza alla persona, più ancora che al cittadino. Tutti gli articoli che concernono i diritti fondamentali (libertà, divieto della violenza, inviolabilità del domicilio, responsabilità penale, diritto alla salute) parlano non di cittadini ma di persone o individui, e precedono la Costituzione stessa. Il nomadismo è una forma di vita che tende a scomparire, ma resta una forma della vita umana. Il non aver fissa dimora, il vivere in roulotte, il muoversi in carovane («in orde», era scritto nei decreti d’espulsione ai tempi di Weimar e di Hitler): tutto ciò è parte della cultura dei Rom e Sinti. Lo è anche la scelta di adottare la religione dei Paesi in cui vivono: è l’integrazione che prediligono da secoli. Come tutti i cittadini anch’essi delinquono, specie se vessati. I più sono cittadini plurisecolari dei Paesi in cui girovagano o si sedentarizzano. Da noi, l’80 per cento dei Rom sono italiani. Non sono mancate le proteste contro la politica francese (700 rimpatri entro settembre): nell’Onu, nell’Unione europea. Hanno protestato anche importanti leader della destra: primo fra tutti Dominique de Villepin, secondo cui oggi esiste sulla bandiera una «macchia di vergogna». Resta tuttavia il fatto che i Rom non hanno un Elie Wiesel, che in loro nome trasformi il divieto di odio in tabù. Possono contare solo sulla Chiesa, memore della parabola del Samaritano e della storia d’Europa.

L’Europa e le costituzioni postbelliche sono state escogitate per evitare simili ricadute, sempre possibili quando il nazionalismo etnico di tipo ottocentesco riprende il sopravvento. Le strutture imperiali erano più propizie alla diversità, e il compito di uscire dalle gabbie etniche e restaurare autorità superiori a quelle degli Stati sovrani spetta al potere superiore che in tanti ambiti giuridici oggi s’incarna nell’Unione. È l’Europa che deve ripensare lo statuto dei Rom: permettendo loro di continuare a viaggiare, di trovar lavoro, di difendersi dalle mafie, di rispettare la legge e l’ordine. Nel quindicesimo secolo, quando migrarono in Europa, gli zingari avevano una protezione-salvacondotto universale, non nazionale o locale: la protezione del Papa e quella dell’Imperatore. Solo una protezione di natura universale può garantire «le legittime diversità umane» cui ha accennato Benedetto XVI nell’Angelus pronunciato in francese il 22 agosto. Oggi i Rom hanno la protezione del Papa. Quella dell’Imperatore (della politica) è crudelmente latitante.


di Barbara Spinelli, www.stampa.it

versi del tempo del “bailamme”

Ce l'ho duro! dal palco proclamava
nei suoi bei giorni il popolano-capo
levando il braccio nel gesto dell'ombrello
o, in forma più succinta e non men bella,
il dito medio – piace chi è volgare
alla femmina troia che vuoi scopare.
Io tengo duro, dice il suo sodale,
l'idolo dell'Italia scostumata:
È debole colui che a me s'oppone.
Se tal non fosse, viene da pensare,
calerebbe il firmato pantalone.
Ma il caso a quanto pare non si pone:
vogliono questi duri assai durare
nelle grazie di quella sventurata
che già rispose e, bene frastornata
dal bailamme e dai telegiornali,
risponderebbe ancora, son sicuri,
all'appello di questi bei campioni
– ché è lor grata delle infelici sorti
e regressive in cui versa e degrada, 
assai contenta quanto più mazziata.

(versi di un anonimo trovati appiccicati a un palo dell'illuminazione pubblica)

notizie, attese, e note in margine

La legge sulle intercettazioni è finita nel limbo. Buona notizia.
Soprattutto se si considera che il limbo è di incerta esistenza. Si può sperare che svanisca del tutto.

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Nel frattempo, mentre si aspetta con viva curiosità di conoscere chi siano i probi tra i viri del PdL, ci si contenterebbe per il momento di conoscere i vecchi insegnanti degli uomini di penna che hanno redatto il documento della Direzione del PdL in cui si dà l'ostracismo a Fini e ai finiani. Da ragazzi, a scuola, questi dovevano essere tra quegli studenti che nello svolgere un tema non facevano che ripetere un unico concetto, più o meno quello indicato nel tema stesso, per sei pagine, ritenendo che la lunghezza del compitino supplisse alla sua povertà e  sciatteria sintattica e logica.

Fini deve andarsene, perché critica il partito e il suo presidente, e ciò non è ammissibile – ripete a più riprese il Politburo del PdL: "Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati (sic)". In altre parole: si milita nello stesso partito solo se si è "eroicamente" (nell'accezione dell'utresca) capaci di tacere.

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Noto che anche la parola solidarietà, come già è avvenuto per libertà ed eroismo, ha subito un processo di  sfigurazione nel gergo berlusconesco. Non a caso in questi ultimi tempi è stata ripetutamente usata dall'incriticabile suo presidente (a scopo didattico, suppongo) in contesti in cui la offriva ai vari "consociati" pescati in atteggiamenti scorretti: Scajola, Brancher, Cosentino, Dell'Utri, Verdini, Caliendo ecc.

leggi lungimiranti e facili profezie

Apprendiamo che, per quanto riguarda gli aerei di Stato, una tempestiva legge dell’anno scorso ha stabilito che su tali voli possano essere imbarcati anche tutti gli intrattenitori che piacciono al capo. Dunque Apicella e le dolci fanciulle se hanno viaggiato su aerei di Stato lo hanno fatto all’interno dell’abuso* legalizzato da questa legge.

La prossima prevedibile legge quale potrebbe essere?
Quella, suppongo, che abbassi a 16 anni la maggiore età.
Magari anche a 15 o 14 per le femmine: come è noto, loro maturano prima dei maschi.

Si potrebbe anche supporre che a questa legge, per acquietare la Marcegaglia, verrebbe dato il nome di riforma.

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*dell’abuso di Stato parla oggi un articolo di Merlo su Repubblica.

libertà parziale

Come ormai è noto (ai meno), Freedom House, nel suo report di quest’anno sulla libertà di stampa, ha recentemente annunciato che tre paesi, precedentemente considerati liberi riguardo all’informazione e la stampa, sono per la prima volta stati inseriti tra i solo parzialmente liberi. I tre paesi in questione sono: Israele, Italia e Hongkong.

Per quanto riguarda l’Italia, si può leggere che, mentre “l’Europa occidentale continua a vantarsi del più alto livello di libertà di stampa, l’Italia è regredita nella categoria dei paesi Parzialmente Liberi, a causa delle limitazioni della libertà di parola per mezzo di processi e leggi contro la diffamazione, delle crescenti intimidazioni dei giornalisti da parte del crimine organizzato e dei gruppi di estrema destra, e per l’allarme a proposito della concentrazione della proprietà dei media”.

La notizia è stata commentata da Il Giornale dando dei “fessi” agli operatori di Freedom House (vedi QUI) che (guarda un po’!) ce l’hanno con il governo Berlusconi, mentre quando c’era Prodi consideravano l’Italia più libera. Naturalmente non vale per i lettori del Giornale l’argomento che se il padrone dei media è anche presidente del consiglio, la famosa libertà di stampa, già boccheggiante, mette a rischio la propria esistenza.

(Un’aggiunta, a proposito di Prodi: ogni volta che nomino Prodi, il migliore presidente del consiglio avuto in questi ultimi venti anni, mi riprende tutta la rabbia già provata a suo tempo verso i sedicenti libertari sinistri che hanno contribuito a farlo cadere. Rabbia che mi si è riaccesa ieri leggendo le dichiarazioni dell’ineffabile Bertinotti. Ma, meglio di me, si è espresso, sempre ieri, a questo proposito Marco Travaglio sull’Unità nel suo trafiletto intitolato Bertinotte che vi copio qui di seguito:

Fausto Bertinotti, già segretario della Federazione operai tessili, già segretario della Cgil Piemonte, per 2 anni presidente della Camera e tuttora presidente della Fondazione Camera dei Deputati, già segretario di Rifondazione Comunista per 13 anni, già deputato per quattro legislature, già ospite dello yacht di Vittorio Cecchi Gori per le vacanze estive a Salina con Valeria Marini (con la quale la sua signora Lella ha rivelato di scambiarsi le mutande), già primatista mondiale delle ospitate a Porta a Porta nel salotto dell’amico Bruno, già ospite fisso del salotto della signora Maria Angiolillo, già protagonista della caduta del governo Prodi I (in nome della leggendaria battaglia sulle 35 ore) e coprotagonista della caduta del Prodi II, dunque due volte corresponsabile e del ritorno di Al Tappone a Palazzo Chigi, omaggiato dal Cainano con diversi orologi del Milan e molti complimenti per le squisite maniere, già protagonista della disfatta della sinistra ridotta ai minimi storici alle ultime elezioni (memorabile la conferenza stampa-funerale convocata all’Hard Rock Cafè di Via Veneto in Roma, affollatissimo di operai delle presse), già teorizzatore dell’abolizione della proprietà privata, già seguace dello psicoguru Massimo Fagioli, già titolare del quarto più alto reddito di Montecitorio con 213.195 euro nel 2006, ha scritto che Romano Prodi – cioè l’unico esponente del centrosinistra che sia riuscito a battere Berlusconi due volte su due, nonostante Bertinotti – è «uno spregiudicato uomo di potere», simbolo dello «smacco complessivo del centrosinistra». Prodi.

di Marco Travaglio (sull’Unità, 8 maggio 2009)