Mausoleo della vergogna

C’è stato bisogno che ne parlassero prima il New York Times e la BBC e poi che apparisse in cronaca lo scandalo della Regione Lazio e infine che il deputato PD di origine africana, Touadi, presentasse un’interrogazione parlamentare, perché finalmente noi cittadini non abitanti in Lazio, apprendessimo dai giornalisti nostrani che ad Affile (Roma) questo agosto è stato innalzato con denaro pubblico un monumento, anzi un vero e proprio mausoleo in stile fascista, a Rodolfo Graziani, il sanguinario viceré d’Etiopia che si distinse per orrendi eccidi in quella regione e in Libia (documentati dai libri di Angelo Del Boca).

Possibile che non si potesse darne e col dovuto rilievo notizia prima, quando si è saputo del progetto, o almeno al momento della inaugurazione?

Ecco qui l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di oggi.
Stella si scandalizza che l’Italia non sia indignata. Il fatto è che, per farlo, avrebbe anche dovuto essere stata informata.

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brioso e genuino

Leggo su La Repubblica che, per difendere il suo consigliere e compagno di partito, Mauro Aicardi, che su Face Book aveva scritto che per gli immigrati “servono i forni”, il sindaco leghista di Albenga (SV),  Rosy Guarnieri ha dichiarato quanto segue:

“Chi, come me, lo conosce da tempo sa che è una persona briosa e genuina, che per il suo essere spontaneo, magari sentendosi tra amici, esprime concetti, volutamente provocatori, il cui significato è del tutto diverso da quello percepito. Non è un razzista, non è un violento: Mauro Aicardi è un ottimo marito e padre di famiglia, un bravo amministratore, un individuo leale e sincero che rispetta le idee di tutti coloro che rispettano le leggi. In un impeto di irritazione nei riguardi di coloro che delinquono, di chi con arroganza fa uso delle debolezze delle persone creando disagi sociali, ha usato un’espressione forte.”

Chissà, forse anche il significato di questi concetti di brio e genuinità è del tutto diverso da quello percepito. Come pure il non essere nazista in quanto bravo marito e padre di famiglia, potrebbe essere un’espressione volutamente e briosamente provocatoria, tutta da decriptare.

mah!

Il presidente della regione Piemonte, il leghista Cota, ha ritenuto di non dovere incontrare il ministro Riccardi andato a far visita al campo dei Rom oggetto del pogrom di Torino. A chi gliene ha chiesto la ragione, Cota ha risposto:   “Riccardi chi? Conosco tanti Riccardi e non so bene ancora tutti i nomi dei ministri” (leggi QUI e QUI).

A Verona, invece, il sindaco Tosi ha partecipato alla manifestazione contro il razzismo organizzata dopo la strage di Firenze. Questo potrebbe essere un buon segno. Ma non è così: non è possibile infatti dirsi a favore dell’integrazione e contro ogni forma di razzismo e, nello stesso tempo, militare dentro un partito che ha tra i suoi esponenti e militanti  vari Borghezio (quello che condivideva gli ideali di Breivik), per non dire di Bossi con la sua invocazione di cannonate sui barconi, di Maroni con la sua politica di Lampedusa e, non ultimo, del suddetto Cota.

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Aggiungo in margine: quando da parte dei leghisti e loro simpatizzanti si ripete: “Noi non siamo razzisti. Vanno bene gli immigrati, purché imparino e accettino le nostre regole di convivenza civile”, c’è da domandarsi quali siano queste regole.

Se, per esempio, esse comprendano l’imitazione dell’eloquenza di Borghezio o Bossi, il fare pernacchie e alzare il dito medio se richiesti di un parere sulle questioni politiche, vantarsi di usare la bandiera italiana per il cesso, evadere le tasse facendole pagare agli altri (vedi quote latte) o magari per “obiezione di coscienza” – e anche, se si è esuberanti, organizzare spedizioni punitive contro comunità sgradite per difendere l’onore delle proprie donne. Chi lo sa…

non si può ridere

Ho sbagliato ieri a pubblicare qui una delle battute che circolano solo perché la gente cerca di ridere per non piangere. Ho sbagliato, perché c’è davvero poco da ridere con il clima che ci va crescendo intorno.

Nel nostro paese è stata negli anni scorsi data libera circolazione ad ogni bestialità, compreso il razzismo, con la massima sfrenatezza di linguaggio – e si è lasciato che addirittura fossero incentivate da alti pulpiti, giudicando la violenza verbale niente più che un’intemperanza.
Ora che un estremista si è messo a sparare e ha ucciso nel centro di Firenze dei senegalesi (solo perché senegalesi appunto: cioè in base ad una diffusa ideologia razzista), si dice che è un pazzo – per evitare, attraverso tale definizione, di riflettere sul noi che sta dietro al suo gesto.

Sono da considerare pazzi anche quelli che a Torino hanno organizzato il pogrom contro il campo dei Rom? Sono pazzi anche quelli che in rete manifestano la loro ammirazione per lo stragista di Firenze? Pazzi anche quelli che spediscono pacchi esplosivi?

Non tutti quelli che esprimono solidarietà verso i violenti sono forse capaci di tradurre in atti sanguinari le loro idee. Ma certo coloro che invece passano alle vie di fatto appartengono allo stesso terreno di cultura. E questo terreno è qui, fa parte della nostra realtà – e la crisi che attraversiamo rappresenta un ottimo concime per le sue piante.
Si tratta di qualcosa di più pauroso della pazzia.

la famiglia…

Col pretesto di manifestare solidarietà a una ragazza che diceva di essere stata stuprata da un rom, un centinaio di abitanti di un quartiere di Torino ha organizzato una spedizione punitiva contro il campo dei Rom devastandolo e incendiandolo. La notizia è su tutti i giornali, dove si mette in evidenza il fatto che alla fine si è saputo che la ragazza aveva mentito e lo stupro non era avvenuto.

Al di là dell’ ovvia considerazione che tale spedizione sarebbe stata del tutto ingiustificata e segno di orrenda barbarie razzistica anche nel caso che la ragazza avesse detto la verità, ciò  che mi colpisce in questa storia è anche l’altra barbarie, quella culturale che sta dietro la motivazione della bugia della ragazza. Secondo quanto viene riportato nella cronaca “lo stupro è stato solo una scusa per nascondere un rapporto prima del matrimonio: la famiglia è ossessionata dalla verginità della ragazza, con frequenti visite dal ginecologo“.

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AGGIORNAMENTO (12 dic.)

Leggo oggi con soddisfazione nell’edizione cartacea di Repubblica un bell’articolo di Michela Murgia , intitolato “Tra logica del pogrom e mito della verginità” (forse domani lo si potrà trovare in linea – per ora è solo a pagamento), dove viene sviluppato molto bene quanto qui io, lasciando all’intelligenza dei lettori di completare le argomentazioni, mi sono limitata ad accennare.

persone

È una grandissima vergogna, che si aggiunge a coronare le molte altre nostre, il modo in cui è stata finora affrontata la questione degli sbarchi a Lampedusa di persone di varia nazionalità provenienti dalla Tunisia dopo i rivolgimenti in corso nel nord dell'Africa.

Da gennaio il ministro Maroni ha preconizzato l'arrivo di centinaia di migliaia di profughi (lasciando a volte intendere che potessero essere più di un milione, cioè più di quelli che, scappati dalla Libia, si affollano ai confini in Tunisia). Eppure, nonostante per ora il numero degli sbarcati in Italia sia da gennaio di ventimila (e non di cento o duecentomila), nulla è stato approntato per far fronte all'evento organizzando in forma razionale e civile l'accoglienza.
Si è permesso che si affollassero in migliaia a Lampedusa dove li si è tenuti sui moli come bestiame, senza servizi igienici e persino senza cibo.
Si è voluta creare un'emergenza, non umanitaria – come si usa dire – ma di disumanità e scaricare il peso insopportabile di una voluta disorganizzazione sui nostri compatrioti residenti nell'isoletta, affinché le televisioni potessero mostrare quello stato di cose quale prova dell'invasione che l'Italia starebbe subendo.
Si è lamentata a gran voce la mancanza di solidarietà degli altri stati europei nel momento stesso in cui, allarmando la nostra popolazione sui presunti rischi di terrorismo e delinquenza che questi immigrati porterebbero con sé, si è promossa la riluttanza delle nostre regioni ad accoglierli (sarebbero mille per regione).
Ci si è messi poi a disquisire se siano da considerare profughi o immigrati clandestini, sottintendendo e infine anche dicendo che bisognerebbe ributtarli in mare.
Che si tratti di persone, e di poveri, spesso di disperati, parrebbe idea che neppure sfiora questi ministri e che in tutti i modi si sta cercando di cancellare dalla mente della nostra popolazione.

Quello che trovo inoltre piuttosto disgustoso è che vari esponenti della maggioranza al governo vanno dicendo, con l'aria di esserne preoccupati, che l'invasione dei profughi porterà come conseguenza lo spostamento sempre più a destra  dell'elettorato e quindi dei governi europei.
Questo è possibile, purtroppo. Ma se lo è, dipende in grande misura anche dalle politiche di (non)accoglienza o di mala accoglienza e dalla insistente propaganda xenofoba che viene fatta allo scopo di ingigantire le paure e il senso di precarietà e insicurezza dei propri connazionali per inseguirne un facile consenso elettorale.
Non si può insomma parlare di queste persone straniere quasi solo come di minacciosi invasori e potenziali terroristi e delinquenti e, nello stesso tempo, dire di temere l'avvento delle destre estremiste al potere in Europa. Che altro sono le destre estremiste se non quelli che predicano in questo modo?

i fiumi e i quattro sassi

Che il disastro di questa alluvione che ha interessato il Veneto non abbia avuto risonanza mediatica adeguata alla sua entità è cosa ormai riconosciuta da tutti.

Io credo che ciò sia accaduto anche, se non principalmente, perché in questa fase critica, con Tremonti che ripete di non avere soldi in cassa e con la maggioranza scricchiolante, il presidente del consiglio era troppo preoccupato e depresso per la propria sciagura personale per pensare di farne uno show propagandistico come per altre sciagure nazionali. Solo ieri infatti, tardivamente e di malavoglia, Berlusconi è venuto in zona, non solo senza alcuna baldanza protagonistica e quasi afasico, ma addirittura costretto vergognosamente a girare sotto la guardia di Bossi e dei suoi.
Bossi non c'entrava niente: non è ministro dell'Ambiente né ha compiti di Protezione civile. Non è nemmeno veneto. La sua presenza non aveva altra motivazione che quella di esibirsi in veste di protettore del presidente del consiglio di fronte allo scontento dei cittadini e, nello stesso tempo, di autorappresentarsi in qualità, per così dire, di "gran capo padano" che tiene in suo potere e quasi in ostaggio il capo del governo.
Non è bastata tuttavia la sua presenza a salvare dai fischi e dalle proteste il penoso Berlusconi: entrambi hanno dovuto sgattaiolare via dai palazzi di governo per porte secondarie.

Intanto però Zaia, il presidente (non il "governatore"!) della Regione, non ha mancato di dire la sua: ha dichiarato che prima occorre pensare ai veneti alluvionati e poi ai "quattro sassi Pompei".
In tale uscita si definisce tutta la miseria culturale e politica dei leghisti.  Per Zaia Pompei, oltre che essere in Terronia, è una faccenda che ha a che vedere con la cultura, e la cultura anche per Zaia evidentemente  "non si mangia", come ebbe a dire l'ineffabile Tremonti.

Ma è appunto per tale sostanziale ed esibito spregio verso la cultura che, così come sono crollati per infiltrazioni di pioggia i "quattro sassi" di Pompei, il Veneto e altre zone d'Italia se ne sono andate sott'acqua e nel fango.
La natura è grande e terribile, è vero; ma a volte (e questo è il caso) l'incuria è complice dei disastri. Qui i fiumi e i canali non sono infatti andati sopra gli argini, ma li hanno rotti, che è diverso. Li hanno rotti perché sono stati lasciati senza adeguata manutenzione – proprio come gli edifici di Pompei.
Se il centrodestra, PdL più Lega, che è da quindici anni al governo della Regione (oltre che contemporaneamente spesso al governo della nazione) avesse avuto in minore spregio la cultura, non si sarebbe disinteressato come ha fatto dell'ambiente, né avrebbe lasciato costruire capannoni e magazzini dappertutto, cementificando a sproposito. Se avesse avuto in maggior pregio la cultura, anziché sbraitare contro gli extracomunitari in nome della sicurezza, della pulizia e della tradizione, si sarebbe occupato di mettere in sicurezza gli argini e di ripulire efficacemente i fiumi e i canali – come era un tempo tradizione.
 

negazionismi ed elusioni

Come si è letto nei giorni scorsi, il professor Claudio Moffa all’Università di Teramo ha fatto lezioni in cui diceva che i campi di sterminio sono un falso storico propagandato dagli ebrei, che i forni crematori non sono esistiti e nemmeno le camere a gas e che gli ebrei morti sono state poche migliaia anziché milioni.
Non è il primo né il solo a dirlo, purtroppo, come si sa (e c'è anche quel fior fiore di storico che si chiama Ahmadinejad, per esempio, a fargli compagnia).  Ma questo è un professore che parlava da una cattedra di una nostra pubblica università, e la cosa ha suscitato giustamente scandalo e polemiche.  Le università dovrebbero infatti essere luoghi di scienza e di ricerca, non di propaganda per tesi non suffragate da prove.

Ieri però c'è stata una lettera del presidente della Comunità Ebraica di Roma, in cui si chiedeva che il Parlamento faccia una legge che "renda reato il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah" e da parte dei politici c'è stato un coro di assensi.  Naturalmente comprendo e condivido lo sdegno e la ferita da cui nasce tale proposta; ciò non toglie però che questa mi pare assurda, rischiosa e controproducente.
Voler stabilire per legge  ciò che è vero o falso in fatto di storia o magari di scienza mi pare una soluzione pericolosa oltre che assurda. Le sciocchezze, i falsi e le menzogne si smentiscono attraverso argomentazioni, ragionamenti e documentazioni: nel dibattito culturale, non nel dibattimento dei tribunali.
In Italia si è sempre parlato troppo poco delle radici del fascismo e del nazismo, quasi che questi fenomeni fossero cose aliene, riguardanti un passato lontano e sostanzialmente estraneo. Come se il fascismo non fosse nato in Italia; come se le leggi razziali del 1938 fossero state cose secondarie, da cui autoassolversi rapidamente con qualche frase di circostanza; come se l'antisemitismo o altri atteggiamenti razzisti non ci riguardassero – come se l'atteggiamento ostile che oggi va diffondendosi verso i Rom, per esempio, o gli immigrati non avesse niente a che vedere con quel passato che è dentro la nostra storia e che viene però eluso nelle scuole e da ogni discorso e nascosto, per così dire, sotto il tappeto.
Una legge che dichiarasse reato il negazionismo non farebbe che ribadire tale elusione. Non solo: avrebbe un carattere illiberale, quasi direi medievale. Sarebbe pericoloso un ritorno al principio di autorità.

E inoltre: ce ne sono un'infinità di sciocchezze e falsità che circolano sulla stampa (e ancora di più in rete).
Ci sono quelle relative a storie sugli Ufo, sulle medicine "naturali" miracolosissime, sul "creazionismo" ecc. – e magari, tanto per non tralasciare le mie passioni, anche quelle secondo cui le opere di Shakespeare sono state scritte da Bacone o da Marlowe o dal siciliano Crollalanza. Si dovrebbe dichiararle reati?
Se si volessero tacitare le fandonie o i falsi, per quanto dannosi, non con argomenti e confutazioni basati sulle ricerche documentali e scientifiche, non con la diffusione della cultura storica e scientifica e della capacità di usare gli strumenti della ragione e della ricerca, ma attraverso l'imposizione di una legge, verrebbe inevitabilmente il dubbio – nell'ignoranza che dilaga e che fa ritenere tutte le opinioni dello stesso peso – che forse davvero quelle fandonie potrebbero anche essere delle "verità".
 

DA LEGGERE

Riporto qui di seguito l'articolo di domenica scorsa di Barbara Spinelli, da La Stampa:

Zingari le radici dell'odio

BARBARA SPINELLI

E’ utile ricordare come fu possibile, appena sette-otto decenni fa, la distruzione degli zingari nei campi tedeschi. Non fu un piano di sterminio accanitamente premeditato, in origine non nacque nella mente di Hitler. Nel libro Mein Kampf si parla di ebrei, non di zingari. La distruzione (in lingua rom Poràjmos, il «grande divoramento») ha le sue radici nella volontà tenace, insistente, delle campagne e delle periferie urbane tedesche: un fiume di ripugnanza possente, antico, che la democrazia di Weimar non arginò ma assecondò. Chi ha visto il film di Michael Haneke Il nastro bianco sa come prendono forma i furori che accecano la mente, escludono il diverso, infine l’eliminano perché sia fatta igiene nella famiglia, nel villaggio, nella nazione. Anche l’antisemitismo ha radici simili, tutti i genocidi sono favoriti da silenziosi consensi.

Ma l’odio dei Rom e dei Sinti (zingari è dal secolo scorso nome spregiativo) riscuote consensi particolarmente vasti.

È un odio che ancor oggi s’esprime liberamente, nessun vero tabù lo vieta: in parte perché è sepolto nelle cantine degli animi, dove vive indisturbato; in parte perché è un’avversione non del tutto razziale; in parte perché il loro genocidio non ha generato l’interdizione sacra tipica del tabù. A differenza di quello che accadde per gli ebrei, nel dopoguerra non si innalzò in Europa una diga fatta di vergogna di sé, di memoria che sta all’erta. Si cominciò a parlare tardi degli zingari, i libri che narrano la loro sorte sono sufficienti ma non molti. E’ strano come Sarkozy, figlio di un ungherese, non abbia ricordo, quando decide l’espulsione dei rom, di quel che essi patirono in Europa orientale. È strano che non ricordi quel che patiscono ancor oggi nei Paesi da cui fuggono, perché l’Est europeo è uscito dalle dittature denunciando il totalitarismo comunista ma non i nazionalismi etnici, non l’ideologia che mette il cittadino purosangue al di sopra della persona: in Romania, Bulgaria, Ungheria, i rom sono trattati, nonostante il genocidio, come sotto-persone. Rimpatriarli spesso è condannarli ancor più. È anche un’ipocrisia, perché come cittadini europei i rom possono tornare in Francia o Italia senza visti. Spesso vengono chiamati romeni. Sarebbe bene sapere che i Rom sono detestati dalla maggioranza dei Romeni.

Ovunque, la crisi economica li trasforma in capri espiatori. Il più delle volte non è la razza a svegliare esecrazione. È il modo di vivere itinerante. L’Unione, allargandosi nel 2004 e 2007, ha accolto anche questa comunità speciale, per vocazione non sedentaria, originaria dell’India, insediatasi nel nostro continente cinque-sei secoli fa, ripetutamente perseguitata. Una direttiva europea restringe la libera circolazione se l’ordine pubblico è turbato, ma la direttiva vale per i singoli e comunque decadrà nel dicembre 2013. Non è chiaro chi oggi abbia ricominciato questa storia di esclusioni, di muri che separando i nomadi dal cittadino «normale» impedisce loro di divenire sedentari se vogliono, di trovar lavori, di non cadere nelle mani di mafie. È probabile che Berlusconi e Bossi abbiano svolto un ruolo d’avanguardia: un ruolo di «modello per l’Europa», ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Cei (La Stampa, 22 agosto). Molti governi dell’Est si sono sentiti legittimati dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione. Ora Sarkozy si fa megafono del fiume d’esecrazione. La parola che ha ripetuto più volte, parlando di immigrati, di rom e di delinquenza a Grenoble, era «guerra».

Nello stesso discorso, il Presidente ha annunciato che il cittadino di origine straniera colpevole di delitti perderà la nazionalità francese (la parola décheance, revoca, rimanda a déchet, pattume). La democrazia non ci protegge da simili deviazioni, proprio perché la volontà del popolo è il suo cardine. Giuliano Amato lo spiega bene, in un articolo sul Sole-24 Ore del 22 agosto: ci sono momenti, e la crisi economica è uno di questi, in cui può crearsi un conflitto mortale fra i due imperativi democratici che sono l’esigenza del consenso e quella di preservare la propria civiltà. Il leader democratico ansioso di raccogliere immediati consensi vince forse alle urne, ma non salva necessariamente la civiltà («Non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili»). Sono rari, nei moderni Stati-nazione, i leader che sappiano tener conto di ambedue gli imperativi, e nei momenti critici anteporre le esigenze della civiltà a quelle del consenso. Quando Obama si dichiara non contrario alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero difende la costituzione laica e la storia americana lunga, non la storia tra un sondaggio e l’altro. Il consenso sente di doverselo creare a partire da qui, sapendo che può anche perderlo. In genere, quando i governanti esaltano ogni minuto la sovranità e le emozioni del popolo non è il popolo a governare: sono le oligarchie, i poteri segreti, le mafie.

Anche la nostra Costituzione ha lo sguardo lungo, e non a caso dà la preminenza alla persona, più ancora che al cittadino. Tutti gli articoli che concernono i diritti fondamentali (libertà, divieto della violenza, inviolabilità del domicilio, responsabilità penale, diritto alla salute) parlano non di cittadini ma di persone o individui, e precedono la Costituzione stessa. Il nomadismo è una forma di vita che tende a scomparire, ma resta una forma della vita umana. Il non aver fissa dimora, il vivere in roulotte, il muoversi in carovane («in orde», era scritto nei decreti d’espulsione ai tempi di Weimar e di Hitler): tutto ciò è parte della cultura dei Rom e Sinti. Lo è anche la scelta di adottare la religione dei Paesi in cui vivono: è l’integrazione che prediligono da secoli. Come tutti i cittadini anch’essi delinquono, specie se vessati. I più sono cittadini plurisecolari dei Paesi in cui girovagano o si sedentarizzano. Da noi, l’80 per cento dei Rom sono italiani. Non sono mancate le proteste contro la politica francese (700 rimpatri entro settembre): nell’Onu, nell’Unione europea. Hanno protestato anche importanti leader della destra: primo fra tutti Dominique de Villepin, secondo cui oggi esiste sulla bandiera una «macchia di vergogna». Resta tuttavia il fatto che i Rom non hanno un Elie Wiesel, che in loro nome trasformi il divieto di odio in tabù. Possono contare solo sulla Chiesa, memore della parabola del Samaritano e della storia d’Europa.

L’Europa e le costituzioni postbelliche sono state escogitate per evitare simili ricadute, sempre possibili quando il nazionalismo etnico di tipo ottocentesco riprende il sopravvento. Le strutture imperiali erano più propizie alla diversità, e il compito di uscire dalle gabbie etniche e restaurare autorità superiori a quelle degli Stati sovrani spetta al potere superiore che in tanti ambiti giuridici oggi s’incarna nell’Unione. È l’Europa che deve ripensare lo statuto dei Rom: permettendo loro di continuare a viaggiare, di trovar lavoro, di difendersi dalle mafie, di rispettare la legge e l’ordine. Nel quindicesimo secolo, quando migrarono in Europa, gli zingari avevano una protezione-salvacondotto universale, non nazionale o locale: la protezione del Papa e quella dell’Imperatore. Solo una protezione di natura universale può garantire «le legittime diversità umane» cui ha accennato Benedetto XVI nell’Angelus pronunciato in francese il 22 agosto. Oggi i Rom hanno la protezione del Papa. Quella dell’Imperatore (della politica) è crudelmente latitante.


di Barbara Spinelli, www.stampa.it

Radicamento nel territorio. Lega e Saviano

 

E sarebbe anche ora di finirla con la tiritera della Lega che nelle amministrazioni locali è  brava e operosa  ed è per di più radicata nel terrirorio – espressione, questa, che si trascina spesso dietro con compunta ammirazione il paragone fuori luogo con il PCI d'antan.

No e poi no. La Lega amministra i suoi piccoli comuni più o meno come capitava di fare anche alla DC & soci, di cui ha preso il posto.
Quanto al famoso radicamento nel territorio, sarebbe opportuno a questo proposito tenere ben presente la connessione con gli allevatori protestatari delle quote latte: un pugno di furbastri (solo un centinaio su quarantamila complessivi!).
La storia è lunga: gli allevatori (quasi tutti, non solo quel centinaio), dopo aver taciuto allo stato italiano (acquiescente) la reale quantità di latte prodotto (dicevano di produrne meno di quanto effettivamente  ne producevano, sicché poi l'Italia dichiarò a Bruxelles un consumo di latte inferiore della metà a quello reale – vedi QUI), si sono poi visti prescrivere dall'Europa limiti nella produzione sulla base dei dati falsati: speravano di andare avanti lo stesso con la produzione in nero e con eventuali condoni. Ma l'Europa si dimostrò più attenta di quanto immaginavano e pretese le multe (salate). Ora, mentre la stragrande maggioranza degli allevatori si è messa in regola, avendo ottenuto negli anni scorsi la rateizzazione delle multe, questo centinaio, invece,  non vuole  assoggettarsi alle regole europee né intende pagare il dovuto. Per difendere la protervia di costoro – ma  probabilmente anche qualche cosa poco chiara di CrediEuroNord,  la banca della Lega (vedi i sospetti dichiarati del senatore PD Enrico Morando QUI) – i leghisti con la complicità o l'acquiescenza di Tremonti e Berlusconi hanno costretto l'Italia (noi tutti, compresi gli allevatori onesti o ravveduti) ad addossarsi l'onere delle gravose multe  prescritte per la loro violazione (4 miliardi).
I sospetti sono dovuti al fatto che la banca della Lega già era stata negli anni scorsi associata alla questione delle quote latte. Secondo quanto scrissero il Corriere della Sera (lettura interessantissima) e Il Coltivatore Piemontese (organo della Coldiretti) era stata usata infatti per riciclare i soldi provenienti dalla produzione in nero di latte eccedente (vedi QUI) che, anziché andare all'Europa, finivano così col ritornare ai produttori.

E dire che poi la Lega se la prende con i falsi invalidi (e anche con quelli veri, tartassati con onerose richieste di ulteriori documentazioni), fa mostra di essere contro gli evasori e ripete a ogni pié sospinto la favola del Nord virtuoso e del Sud truffaldino, di "Roma ladrona" e di Milano sana ecc. Tutto questo, inoltre, mentre dà manforte a un governo alla cui ombra fiorisce e prospera  più che mai la corruzione.
È così, difendendo simili atteggiamenti, che la Lega si tiene ben aderente al "suo" territorio.

Il radicamento nel territorio, insomma, non è di per sé una virtù. Bisogna vedere come e per quali scopi, proteggendo chi e che cosa, ci si radica. Anche la mafia, la camorra e la 'ndrangheta sono radicatissime nel territorio, infatti. Non per questo sono virtuose.

E qui mi viene in mente Saviano, il bersaglio di tutti i malpensanti.

È dell'altro giorno la risposta sprezzante dei leghisti alla sua domanda: "Dove eravate mentre la camorra e la 'ndrangheta si innestavano proficuamente in Lombardia?". Noi, hanno detto, combattevamo prima che tu nascessi contro il soggiorno obbligato dei mafiosi nei comuni settentrionali. Noi lottiamo nei fatti contro le mafie, non come te solo a chiacchiere e facendoti i soldi.

C'è tutta l'ideologia leghista in questa non-risposta: prima di tutto l'odio plebeo per chi sa usare bene le parole (cioè per chi sa leggere e scrivere bene, e persino pensare, ed è insomma un odiosissimo intellettuale); poi il valore supremo attribuito ai soldi, agli "schei", l'unico Bene sacro riconosciuto: quel bel giovanotto campano ha la grave colpa di essersi fatto i Soldi insanamente con le parole e i libri, anziché sanamente allevando mucche e truffando sulle tasse! Poi, ancora, la riproposizione della favoletta razzistica del Nord puro, laborioso e ingenuo, contaminato dalla nequizia meridionale – così come ora verrebbe ulteriormente contaminato dalla presenza di altri iniqui stranieri.

Va detto, a questo punto, che senz'altro è vero che la legge sul soggiorno obbligato fu un errore, perché anziché isolare i mafiosi sradicandoli dal loro terreno di coltura, ha offerto loro la possibilità di estendere la rete di relazioni anche fuori da quel primitivo terreno di coltura (e cultura), prendendo contatto con la malavita locale.

Ma l'errore fu dovuto proprio al fatto che i legislatori di allora credettero anch'essi alla favola di un'inattaccabilità del tessuto sociale e culturale settentrionale da parte dei metodi mafiosi. Pensarono che il fenomeno della mafia e dell'omertà fosse un prodotto tipico della cultura del Sud: una mala pianta che non avrebbe potuto allignare nella pia e industriosa pianura del Nord. I fatti li hanno smentiti. Ma hanno smentito anche la favola.