banalità del male

A Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, gli amministratori comunali di centro destra (Lega e PdL) per mettere alle strette alcuni genitori (per lo più immigrati) che non avevano pagato tutte le rette per la mensa dell'asilo, hanno avuto l'idea di servire  pane e acqua ai loro bambini al momento del pranzo, mentre i loro compagni, figli di genitori in regola, ricevevano il solito menù al completo.
Possono ben vantarsi delle loro famose radici cristiane questi leghisti e pidiellini, ma se l'albero si conosce dai suoi frutti, questo gesto li rivela delle male piante, le cui radici pescano in un vuoto d'umanità e in una miseria culturale che richiama la famosa banalità del male che la Arendt individuò nei "bravi amministratori" del tempo dei lager nazisti.
Per fortuna, d'altra parte, il  radicamento nel territorio di cui pure si vantano, non pare ancora  profondo:  le maestre e i bambini hanno deciso di porre riparo alla vergogna dividendo tra tutti il pranzo.

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tempi nostri

Professori, maestri, statali, immigrati, puttane: questi sono per la gran parte dei nostri connazionali la minaccia da sconfiggere, a quanto pare. Lo spiega bene Ilvo Diamanti, oggi nel suo articolo su Repubblica.

Non a caso l’eroico Borghezio, deputato europeo della Lega, partito al governo, si reca al raduno di Colonia contro la costruzione della moschea e la presenza crescente di islamici, organizzato dalle destre più destre d’Europa, con la partecipazione di tutti i gruppi neo-nazisti.

noi non siamo razzisti

Ecco un esempio del clima idilliaco e incoraggiante che si può finalmente respirare liberamente nel nostro bel paese.
Guardate e ascoltate QUI

CLIMA NUOVO

Parlando ai vescovi, stamattina il Papa ha detto, fra l’altro:
“…avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione.” (qui)

Ha ragione: lo stanno notando tutti, infatti. E tutti (tranne i reprobi, i brutti, gli sporchi e i cattivi) non fanno che rallegrarsene.
Il futuro della Nazione viene incontro alle nostre aspettative e anche le supera a giudicare dalle prime avvisaglie:
il papa parteciperà a Domenica in!
Da ottobre. Per leggere la Bibbia. In par condicio con i rappresentanti delle religioni delle nostre famosissime radici – e cioè un rabbino, un prete ortodosso e un pastore protestante.
Era ora! finalmente anche noi, come i più fortunati popoli arabi, potremo venire raggiunti nell’ozio pomeridiano domenicale oltre che dal sound delle cronache sportive e delle canzonette, anche dai versetti religiosi, diffusi provvidamente dal servizio pubblico televisivo.
(Laicamente, s’intende).

Identità europea.

Ieri si celebrava il cinquantenario dei Trattati di Roma per l’Unione Europea e, come è usanza, un bel po’ di pagine nei giornali della nostra Repubblica Vaticana era dedicato al parere del papa. Il quale (notizia davvero inaspettata) ribadiva la necessità di inserire il riferimento alle radici cristiane nella nuova carta UE. “Non si può pensare di edificare un’autentica casa comune europea, trascurando l’identità propria dei popoli d’Europa”, ha detto ancora una volta.
Prodi gli ha dato ragione e si è fatto volonteroso latore a Berlino di un messaggio dei vescovi europei.
E subito anche Amato gli ha dato ragione. Ha detto che “i valori cristiani e in genere religiosi” sono fattore di coesione in quest’Europa i cui tessuti sociali si vanno disgregando ecc.

Ma, se si tratta di ribadire la coesione tra i popoli d’Europa attraverso la sottolineatura di una identità davvero comune, rimasta salda, pur attraverso il mutare delle religioni e le mescolanze di vari apporti culturali, dall’epoca degli albori fino al giorno d’oggi, passando illesa, qui in Italia o in Ispagna, persino di fronte all’occupazione araba, bene questa identità culturale comune dalla radice vitalissima, non è data dal Cristianesimo, apparso solo duemila anni fa e certamente senza dare buona prova come fattore di coesione, se si pensa alle lungue guerre di religione dei secoli scorsi, né è dato dall’Illuminismo, ancor più giovane e già molto vituperato, ma è dato con mai incrinata certezza dal maiale. (Io sono, come si sa, serio(sa): dunque non sto parlando con ironia).
Image Hosted by ImageShack.usNoi europei siamo popoli che non considerano il maiale cibo impuro, ma che anzi lo festeggiano da tempo immemorabile, come sappiamo tutti dai racconti dei nostri nonni contadini. Ce ne sono anche altri di popoli che, come noi, mangiano il maiale: i cinesi, per esempio, e altri dell’Asia (cosa, che, tra parentesi è di ottimo auspicio per un’eventuale confederazione mondiale) ma, qui, in quest’area di mondo, il vero confine ideale che ci individua e delinea la nostra fisionomia rispetto a popoli limitrofi, similissimi per misoginia e religione e altri vizi umani e virtù, è quella relativa alla cultura del maiale.
Noi Europei riscopriamo la nostra coesione all’interno di una comune storia culturale soprattutto a tavola, dove, di fronte a costine, salsicce, wurstel, prosciutti, porchette ecc., sia i mediterranei dell’area dell’olio d’oliva (Grecia, Italia peninsulare con le isole, Spagna) sia gli altri del centro nord dell’area del burro, sia i polentoni che i terroni insomma, e persino gli slavi e gli inglesi, possiamo riconoscerci appartenenti a una casa comune.

In margine: A chi volesse leggere un libro piuttosto interessante sulle diverse culture alimentari e sulle possibili origini di tali differenze, consiglio M. Harris: “Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini
alimentari”
, ed. Einaudi (tascabili).

(la foto è stata presa da qui).

Identità

Una volta il Veneto, terra di contadini poveri, era anche terra fertile di preti: preti di origine contadina appunto, che predicavano prudenza, diffidenza verso le autorità diverse dalla Cesa (Chiesa), moderazione, e la politica di farsi ciascuno i “fati sui”, “de no impacciarse nea poitica” – il contrario, per intenderci, dei don Milani e del motto I care. Questi preti che venivano da infanzie campagnole erano capaci inoltre, come in generale i contadini veneti che si sarebbero trasformati in pochi decenni in piccoli imprenditori, di trattare molto bene gli affari. Io ne conoscevo uno, infatti, che veniva soprannominato don Scheo.
Ma i tempi cambiano, e ora qui da noi c’è don Spritz, un prete giovane che gode fama di essere “moderno” e predicatore di successo. Non si tratta di un beone, come il soprannome potrebbe far credere, ma di un sacerdote che si è proposto di portare la buona novella tra giovani che la sera si intruppano, come è d’obbligo da qualche tempo, a prendere l’aperitivo (che qui è appunto lo spritz).
Ottimo proposito, potrebbe pensare un qualsiasi credente. Non fosse che poi bisogna vederlo e soprattutto ascoltarlo, questo don Spritz. Io, pur avendolo a due passi da casa, non ero mai andata a sentirlo, devo confessare, perché in chiesa solitamente vado solo per qualche funerale o, più raramente, per qualche matrimonio. Ma ieri l’occasione c’è stata.
Don Spritz è apparso infatti nella pletorica trasmissione di Santoro a dire anche lui la sua sul mondo, e io ho avuto modo di vederlo (in verità non l’avrei fatto di mia spontanea volontà, perché preferivo di gran lunga continuare a svagarmi con la malavita napoletana in stile televisivo combattuta da La Squadra su Rai3, ma mi sono giunte sollecitazioni telefoniche a non perdermi la trasmissione su Padova).
Dunque, per essere giovane, don Spritz è giovane. O almeno ne ha l’apparenza e condivide una certa giovanile inconsapevolezza della propria povertà di cognizioni. “Moderno” pure lo è, nel senso che segue le mode, o meglio i modelli correnti, come dimostra il suo look, un po’ alla Baricco, se si vuole, maniche rimboccate e avambracci nudi anche sotto la pianeta da celebrante (in ogni caso fuori dall’altare è vestito in modo da non apparire a prima vista un prete, tranne che per la civetteria del collarino che spunta sotto il maglioncino chiaro) e, soprattutto, come dimostra l’ uso disinvolto e molto approssimativo della lingua.
Nonostante ciò (nonostante, voglio dire, il suo disinteresse linguistico), tiene fermamente alla questione dell’identità. L’identità sua, veneta, cristiana che vuole difendere, per esempio, opponendosi alla costruzione di una moschea qui a Padova: “Prima si devono integrare”, dice, “poi, dopo… magari…” E l’identità generale di non si sa bene chi, che lo porta a dire lì per lì che “nello Stato non può esserci una pluralità di identità”. Gli dà manforte anche una pecorella esemplare del suo gregge di “giovani”, una ragazza patavina delle superiori, che dice che a lei piace che ci sia il crocifisso in classe, perché così se alza la testa, magari durante qualche compito, si conforta. Parole che suonano come conferma della successiva affermazione di don Spritz, secondo cui “Gesù detta tendenza” anche oggi.
Questo giovane prete, che diresti adatto a partecipare al Grande Fratello (e chissà che non vi aspiri), va detto però che è anche molto equilibrato. Secondo la tradizione parrocchiale veneta, appunto. Con i modi ironici da sacrestia che condividerebbe totalmente anche don Scheo, si lamenta che “un tempo bisognava combattere contro chi non ci credeva, in Dio – i comunisti – e ora contro chi ci crede troppo…”
Insomma lui è per un giusto mezzo. Crediamoci, sì, a questo Dio, ma non crediamoci troppo.