In margine a Otello (Che cosa sono le nuvole?)

Nel primo atto dell’Otello di Shakespeare, quando Brabanzio, il padre di Desdemona, infuriato per il matrimonio di sua figlia con Otello, fatto a sua insaputa, vorrebbe che il Doge prendesse le sue parti contro il Moro, si sente rispondere di portare pazienza. Otello è necessario alla Repubblica per combattere i Turchi che vorrebbero impossessarsi di Cipro – e per di più ha saputo convincere e commuovere gli Anziani col racconto del suo amore.
Il padre tuttavia, che si sente tradito dalla figlia, non riesce a calmare il doloroso bruciore dell’offesa.
E il Doge allora tenta con ragionevoli parole di fargli accettare il fatto compiuto. Ecco qui di seguito il dialogo:

DOGE – Lascia che ti parli come fossi tu stesso, e ti offra una massima che come il gradino d’una scala possa condurti ad accogliere questi due amanti nel tuo favore. Quando non è più tempo di rimedi, anche i dolori hanno fine, dal momento che quel peggio che prima era ancora sospeso alla speranza, ormai lo si è visto accadere. Piangere un danno ormai bell’e avvenuto, non è che la via più breve per procurarsi nuovo danno. Quando la fortuna ci priva di ciò che non può più essere preservato, la sopportazione toglie forza all’offesa e può farsene beffa. Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, mentre ruba a se stesso chi si consuma in un inutile dolore.

BRABANZIO – Se è così, lasciamo allora che il Turco ci sottragga Cipro: tanto, finché sorridiamo non l’abbiamo persa. Il tuo ragionamento sentenzioso va bene per chi non ha nulla da sopportare e può trarre da esso del conforto a buon mercato. Ma chi ha da sopportare sia tale sentenziosità che il proprio dolore, deve per compensare la sua sofferenza rivolgersi per un prestito a una pazienza povera in canna. Queste massime buone con ugual forza sia a inzuccherare che ad amareggiare, non valgono in entrambi i casi. Le parole non sono che parole – e io non ho mai sentito che un cuore a pezzi fosse curato attraverso l’udito.

Piacque a Pasolini questo scambio di battute. Nella riduzione cinematografica dell’Otello (il cortometraggio Che cosa sono le nuvole?, apparso come episodio nel film Capriccio all’italiana, 1967), Pasolini volle inserire una canzone musicata e cantata da Modugno, il cui testo non è che un centone di versi tratti dalla tragedia shakespeariana. Fra gli altri, compaiono anche le parti che ho sottolineato del dialogo su riportato.

Riporto qui il testo della canzone con tra parentesi i versi shakespeariani.

«Ch’io possa esser dannato
se non ti amo. E se così non fosse
non capirei più niente.
(Perdition catch my soul, /But I do love thee! And when I love thee not, / Chaos is come again, Atto III, 3)
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo , lo soffia il cielo… così
(All my fond love thus I blow to heaven, atto III,3)
Ah! Malerba soavemente delicata
di un profumo che dà gli spasimi!
Ah! tu non fossi mai nata!
(O thou weed! /Who art so lovely fair and smell so sweet / That the sense aches at thee, would thou hadst ne’er been born. Atto IV,2)
Tutto il mio folle amore ecc.

Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro, ma il derubato che piange,
ruba qualcosa a se stesso.
(The robb’d that smiles steals something from the thief,/ He robs himself that spends a bootless grief. Atto I,3)
Perciò io mi dico
finché sorriderò, tu non sarai perduta.
(We lose it not so long as we can smile. Atto I, 3)

Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l’udito
(But words are words; I never yet did hear / That the bruis’d heart was pierced through the ear. Atto I, 3) /
Tutto il mio folle amore ecc.»

Le prime tre citazioni sono battute di Otello. Le altre si riferiscono al dialogo tra il Doge e il padre di Desdemona.
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Su You Tube è possibile vedere l’intero cortometraggio. Dura venti minuti. È una delle cose più belle del cinema di Pasolini

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rivedendo Salò

Ho rivisto ieri al cinema, a distanza di decenni, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini. A suo tempo mi parve una cupa visione nel cui eccesso non  riconoscevo davvero il mondo in cui vivevo. Una visione etremistica, provocatoria (come allora sempre si usava dire), un incubo, di cui comprendevo l'assunto solo per astrazione.

Ieri sera invece ciò che mi ha colpito era la sua terribile attualità.
Vi riconoscevo, non senza un brivido, continue e chiarissime allusioni a questo nostro tempo: i potenti chiusi nella villa in cui rendono lecito ogni loro arbitrio, l'appropriazione, l'uso e l'avvilimento dei corpi  e del sesso da parte del potere, la miseria delle barzellette che escono dalla bocca del presidente e delle altre eccellenze tra le risate degli astanti e dei servi complici, la negazione dell'umanità, la costrizione al consumo di beni che in realtà sono merda, l'ordine di ridere e mostrarsi felici. Insomma, un film profetico che, come tutte le profezie, si comprende meglio a posteriori, quando la realtà si cura di rendere esplicito quanto prima pareva oscuro ed eccessivo.

Amleto e il poeta delle Ceneri (Amori di Carta)

Rileggevo qua e là Pasolini questa estate, spinta da un riparlare
che si era fatto in Tv della sua morte e del caso di Petrolio (vedi anche qui e qui), e pensavo che nel tempo ho finito col preferire il Pasolini saggista (le sue recensioni di libri, Empirismo eretico, gli articoli) rispetto all’autore di versi – e, tra le opere in versi, con l’ apprezzare di più Trasumanar e Organizzar, la sua raccolta più prosastica, che le altre raccolte, fatta eccezione per le sempre bellissime poesie in friulano. Eppure non posso fare a meno di pensare a lui essenzialmente come a un poeta.
Così infatti lo avevo conosciuto, e quasi direi riconosciuto, al mio primo incontro con un suo libro, che però non era affatto di poesie. Si trattava di Una vita violenta, e io ragazza (erano gli anni Sessanta) lo avevo letto segretamente per curiosità adolescenziale, spinta dal clamore  e dallo scandalo suscitato dal precedente  Ragazzi di Vita. Mi aspettavo una lettura pruriginosa, persino magari disgustosa, e invece mi trovai ad esclamare da sola ad alta voce e quasi con le lacrime agli occhi: “Ma questo è un poeta! È un poeta!” . Bella scoperta, si potrebbe obiettare. Ma va detto che, pur avendo visto circolare per casa in precedenza il volume dalla copertina grigia intitolato Le ceneri di Gramsci, non lo avevo mai sfogliato (ero quasi una bambina allora) e poi non ci avevo più pensato.
Lessi solo in seguito le vere proprie poesie di Pasolini e mi ci innamorai, con la stessa passione con cui mi ero in precedenza innamorata di Amleto. La qualità della passione era la stessa, voglio dire:  aderivo acriticamente ai suoi versi, come in una sorta di identificazione con l’autore – e non senza lo stesso imbarazzo provato per Amleto, cioè con la consapevolezza di un eccesso, di un’inadeguatezza del mio tipo di approccio.
Negli anni successivi sono riuscita a rileggere le sue cose con un atteggiamento più adulto, ma sempre mi chiedevo che cosa mai tenesse legate nel mio sentimento due figure così diverse, come quella di Pasolini, autore contemporaneo e così vario, e quella del principe danese. Non ne venivo a capo con chiarezza, anche perché spostavo l’attenzione sull’autore di Amleto, e a quel punto le differenze mi sembravano ancora più notevoli.
Solo ero arrivata a dirmi che probabilmente, a causa dei miei sviluppati neuroni a specchio, tendevo a identificarmi con i personaggi monologanti, con i poeti che dicono io e sembrano aprire al lettore il loro animo come in un colloquio privato e confidente, esponendogli come in uno specchio la loro inquietudine, il loro scontento, il loro furore a volte. Non a caso avevo assimilato ad Amleto anche la figura di Guido Cavalcanti, conosciuta nei versi e poi vista attraverso l’agile e sdegnosa immagine che ne dà Boccaccio nella sua novella, mostrandolo assorto tra le arche di San Giovanni e poi nell’atto di “svilupparsi” dalla cerchia di giovani oziosi che cercano di provocarlo.

Ora, leggendo con ritardo la prefazione di Walter Siti all’ edizione delle opere complete di Pasolini, nei Meridiani Mondadori (1998) finalmente trovo qualcosa che mi chiarisce a me stessa.
A un certo punto, parlando de “Le ceneri di Gramsci”, Siti dice:

<< … il “personaggio” in letteratura (e quindi anche in poesia) è una figura retorica che funziona come una metafora: è cioè una struttura immaginaria con cui la mia struttura empirica (di me lettore) interagisce riconoscendo un’area smantica comune, e dall’uguaglianza di questo sottoinsieme comune sono indotto a postulare una momentanea coincidenza di tutte intere le due strutture (identificazione).>>
E prosegue : <<… i versi di Pasolini ci offrono uno dei più potenti “personagggi” (il “personaggio che dice io”) della poesia italiana di quest’ultimo mezzo secolo. (…) anzi in Pasolini i ruoli della poesia e della narrativa sono scambiati: il “personaggio problematico” sta nei versi e la “visione musicale” sta nella prosa.>>

(in “Pasolini Romanzi e racconti”, vol.I Mondadori,1998, pp XXXIX-XL)

Dunque il legame possibile tra Pasolini e Amleto starebbe nel loro essere entrambi “personaggi” letterari. Entrambi in qualche modo inafferrabili.
Il primo, Pasolini, è una creazione che si completa, per così dire, o rimanda alla figura/presenza reale e sempre mobile dell’autore, al resto che dice – e contraddice – altrove, in altri scritti, in altri “monologhi in prima persona” sotto forma di articoli, di film, di riflessioni in cui sempre si rivolge al lettore o spettatore
guardandolo negli occhi (i primi piani dei suoi film), come a un suo confidente compartecipe, e non gli dà tregua, sempre lo spiazza, riapparendo ogni volta “più in là”, dove è difficile seguirlo.
Il secondo è una creazione letteraria che, attraverso i monologhi, le confidenze volte “a parte” allo spettatore, le contraddizioni e a volte l’oscurità delle sue parole e attraverso la sua debordante presenza in scena, in enfasi seduttiva di prima persona (io, io, io), assume una sua vita autonoma che valica i confini del testo shakespeariano e delle sue intenzioni. Diventa in un certo senso “autore” di se stesso (come ha detto qualcuno) assumendo continuamente facce diverse, spiazzando anche lui lo spettatore o lettore che l’insegue, e serbando inattingibile il “cuore del suo mistero“.

Ma nella prefazione di Siti ho trovato anche di più, a completare la mia comprensione del perché di questa somiglianza di sentimento che mi suscitano i due. Ho trovato qualche cosa che si riferisce proprio alla scrittura stessa del Pasolini delle Ceneri.
Il ‘personaggio’ delle Ceneri si esprime in versi che costituiscono – uso le parole di Siti –  “una delle partiture più ingannevoli e strabilianti di tutta l’opera di Pasolini“. Siti lo dice spiegandolo poi in termini molto simili a quelli da me pensati per il monologo del to be or not to be di Amleto – e qui si tratta allora non più solo di Amleto personaggio (e autore di se stesso), ma dell’autore Shakespeare, della sua costruzione poetica, e di quella pasoliniana.

A proposito del monologo di Amleto, che si pone come argomentazione di una questio filosofica, io avevo scritto in uno mio scartafaccio alcuni anni fa:


Il famoso essere o non essere è il vertice dell’elusività. La sua struttura di ragionamento coerente è simile a un guscio che cerchi di contenere e controllare qualcosa di furioso, di mobile, di incandescente: una colata di lava che va gonfiandosi al suo interno materia mentale che oltrepassa di molto le argomentazioni espresse.
È la mente al lavoro. Che si difende. Che attraverso le forme razionali e le generalizzazioni, crea le sue trincee. Che distanzia la lava incandescente. Che mente.
Con la litania delle sue interrogazioni, con le volute del suo ritmo, che avanza, si dilata, s’innalza e poi si distende calando in larghi cerchi, che paiono svilupparsi l’uno dall’altro, il monologo ha un che di incantatorio che ammalia.
Ci si sente trascinati dal  guscio musicale del ragionamento, come da una barchetta che porti  fin sull’orlo del vortice senza tuttavia mai lasciarsene rapire, e, alla fine, non appena si tocca nuovamente terra, ecco che si vorrebbe riascoltare tutto dall’inizio per scoprire in che punto qualcosa ci è sfuggito.
Perché questa è l’impressione finale: che qualcosa ci sia sfuggito.
È Amleto che è sfuggito a se stesso. Sfuggito anche sintatticamente, eliminando la prima persona, rendendo il suo personale conflitto – il suo stesso dolore – impersonale dilemma ed eliminando dal proprio discorso sia l’evocazione esplicita del suicidio sia quella della vendetta.
Amleto è sfuggito nella sua molteplicità
.

E Siti a proposito delle Ceneri di Gramsci scrive:

<<… sono una delle partiture più ingannevoli e più strabilianti di tutta l’opera di Pasolini: le “indicazioni di lettura” sono così scoperte che ai critici migliori è sempre rimasta l’insoddisfazione – il segreto dev’essere altrove.
(…) la griglia degli endecasillabi e delle terzine, nel suo pascolismo neo-classico, accentua l’impressione di una struttura formale rigida
sotto cui fermenta la vita senza coincidervi. Tanto più che la rigidezza, appena è posta, è contraddetta da un affollarsi di rime interne, paronomasie, eccezioni che la sgretolano. (….) Analogamente, sul piano sintattico, le ampie volute di subordinazione sembrano al servizio della complessità argomentativa, (…) ma finiscono per avvolgersi come rampicanti su un sostegno, annullando di fatto ogni gerarchia e mettendo in forse la certezza dei riferimenti. (…) Le inversioni, la vaghezza delle preposizioni, le posposizioni del verbo rendono difficilissimo capire che cosa va con che cosa: (…) La ‘spinta in avanti’ discorsiva è annullata dal polverio di iterazioni, che come note musicali lievemente ipnotiche tengono l’aria in sospensione.>>
(in “Pasolini Romanzi e racconti”, vol.I, Mondadori,1998, pp XXXVII-XXXIX)

Ecco cosa hanno in comune questi due personaggi/autori letterari che con movimento speculare vivono in una tensione  continua tra il mondo della realtà e quello metaforico letterario – entrano ed escono  da un teatro-metafora-del-mondo e verso un mondo che si fa metafora teatrale e viceversa: hanno questa smania di ragione,  lottano con le armi della ragione per capire e comprendere la vita che resta sfuggente e non si lascia afferrare e incasellare nell’ordine logico. Ma riprovano, ritentano: non si sa se per afferrare la realtà o se per eludere una verità che, se vista, forse è insopportabile.

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Dall’ alto: autoritratto di Pasolini (1946)
Pasolini nelle vesti di un pittore giottesco, nel Decameron
Hamlet
di Branagh

Ancora Pasolini

Ripensavo a Pasolini in questi giorni, con dolore e con rabbia. Sentimenti misti dovuti al fatto che di Pasolini si parla prevalentemente in riferimento alla sua morte, e lo si legge poco, quasi solo in riferimento appunto alla sua fine, citando soprattutto gli articoli più famosi pubblicati nell'ultimo suo biennio sul "Corriere della Sera"  (e raccolti in Scritti corsari e Lettere luterane) o il romanzo postumo Petrolio (non so fino a che punto leggendolo, questo).
Pochissimo si parla (fuori dell'ambito degli addetti al lavoro) della sua poesia e ancor meno dei romanzi e dei suoi interventi in veste di critico letterario – Passione e Ideologia, per esempio, con i suoi saggi su Pascoli e i poeti del Novecento, oltre che con il magnifico suo saggio sulla poesia dialettale dell'Ottocento-Novecento (che sarebbe oltretutto importante rileggere, ora che tanti ignoranti blaterano di dialetti);  o Descrizioni di descrizioni, con gli articoli, più estemporanei, relativi alle sue letture di classici e di contemporanei.
Anche dei film si parla poco, nonché dei suoi saggi sul cinema come "lingua della realtà", e di quelli, bellissimi, sulla lingua come questione sociale e politica contenuti in Empirismo eretico – libro ricchissimo di suggestioni, vera cura rivitalizzante per la mente e l'immaginazione –  e rilanciati poi diversamente nel Volgar eloquio.
Si è santificata la sua immagine – o peggio lo si è ridotto a santino: se ne è fatta la figura di un Cristo ormai fissato in immagini da Chiesa o busti da museo, di cui si citano frasi e profezie decontestualizzate,  e soprattutto la morte straziante, appunto – morte la cui causa si va ascrivendo ora ai Pilato, ora ai Giuda, ora ai Farisei, dimenticando o mettendo tra parentesi il suo lungo e poetico camminare per la Galilea tra pubblicani e peccatori, il senso della sua inquietante presenza sulla terra, e il suo contraddire ogni Chiesa.

Ogni volta che si torna a parlare della morte di Pasolini, mi vengono in mente alcuni versi del suo poemetto La Guinea, dove dice: "La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri, con la più strana indifferenza. Io muoio / e anche questo mi nuoce".
E ripenso  a quanto ne diceva, tempo fa, Roberto Roversi, che (cito a memoria, perché non ricordo più dove l'ho letto) invitava a "liberare Pasolini dalla sua morte": non tanto a chiedere agli altri la fatica di risvegliare una giustizia sopita o distratta, quanto a chiedere a noi stessi quella di rimetterci in discussione, e di tenere PPP come un difficile compagno di strada, con cui discutere ancora, per fare i conti con il nostro tempo.  Leggerlo, insomma:  rileggerlo, ridecifrarne la scrittura, riscoprirne le varie e mobili facce, non fermarsi, non fermarlo nella sua morte e in un significato dato una volta per tutte alla sua scrittura, così ricca di suggestioni e di ambiguità, così contraddittoria e, anche perciò, ancora così viva di energia.

Il caso Pasolini e gli eroi del silenzio

L'altra sera su La7, nella trasmissione Complotti, condotta da Cruciani, si è riparlato dell'omicidio Pasolini  (qui il video).
In particolare è stata trattata, tra le varie altre, l' ipotesi che lo connette alla morte misteriosa di Mattei. Secondo tale ipotesi Pasolini fu eliminato perché sapeva, a proposito della fine di Mattei, cose molto inquietanti e le voleva rivelare, anzi forse le aveva già scritte, nel romanzo a cui stava lavorando quando morì: Petrolio. Per dirla in sintesi, Pasolini intendeva rivelare – come si legge in una noterella anticipatoria di Petrolio –  che Mattei fu eliminato dal suo successore, Cefis, e da chi lo sosteneva.

Coloro che sostengono questa ipotesi sulla fine di Pasolini, si basano principalmente sul fatto che in Petrolio (pubblicato 17 anni dopo la sua morte) appare un titolo Appunto 21 . Lampi sull'ENI cui non corrisponde alcuno scritto: solo una pagina bianca. Sarebbe proprio in quell'Appunto 21 che Pasolini avrebbe scritto in dettaglio della morte di Mattei.
Un parente di Pasolini, Guido Mazzon, che peraltro non frequentava il poeta, afferma di sapere di un furto avvenuto in casa del poeta poco dopo la sua morte. In questa occasione, secondo Mazzon, sarebbero state rubate anche delle carte, e Mazzon suppone che tali carte fossero appunto il capitolo mancante corrispondente al titolo Appunto 21. Lampi sull'ENI.

Il tutto, come si vede, ha contorni piuttosto vaghi e opinabili. La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, che viveva con lui e la madre a Roma e gli faceva per così dire da segretaria, nega infatti che ci sia mai stato il furto di cui parla il Mazzon e nega anche che dal manoscritto di Pasolini, da lei gelosamente custodito, sia stato trafugato qualche foglio.
D'altra parte l'assenza del testo sotto il titolo Appunto 21 non è una stranezza davvero misteriosa e inspiegabile, se si considera che Petrolio è un romanzo incompiuto, cioè non completato. Non a caso, del resto, l'Appunto 21 non è l'unico capitoletto a comparire solo come titolo (o come progetto) senza che a questo segua alcun testo. Lo stesso accade per vari altri (vedi  l'Appunto 42,  l'Appunto 52, il 52 a , il 52b ecc.). Se ne può dedurre che si tratta di capitoli che Pasolini intendeva scrivere in seguito e che, per il momento, si era limitato a collocare attraverso il titolo nella loro giusta posizione, secondo il piano dell'opera che aveva in testa. Insomma è difficile dire con qualche fondamento se sia esistito mai un testo dell'App.21: l'ipotesi è basata su "indizi" finora labilissimi: solo, direi, di fantasia. A volte la fantasia indovina o divina qualche verità; ma per ora non mi pare che in questo caso sia venuto a galla niente di provatamente vero.

La cosa davvero più inquietante e misteriosa di tutta questa storia, però, è il fatto che pochi mesi fa è intervenuto in questa vicenda di supposizioni nientemeno che Dell'Utri, il senatore cofondatore di Forza Italia recentemente condannato in Appello per connivenza con la mafia.
Dell'Utri annunciò all'inizio di marzo  (vedi QUI oppure QUI), mentre era in corso il suo processo, che avrebbe portato alla XXI Mostra del libro antico, di Milano, il capitolo mancante di Petrolio: «L’ho letto ma non posso ancora dire nulla – dichiarò in quell'occasione – è uno scritto inquietante per l’Eni, parla di temi e problemi dell’azienda, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese» .*
Pochi giorni dopo tuttavia Dell'Utri si affrettò a smentire di essere in possesso di tale capitolo, e disse di averlo solo visto e frettolosamente sfogliato senza nemmeno leggerlo. Cosa che ripete anche nella trasmissione Complotti (video).
Richiesto di chiarire come, dove, nelle mani di chi lo avesse visto, Dell'Utri racconta di essere stato avvicinato da un ignoto che gli mostrò appunto dei fogli in carta velina, dicendo trattarsi del famoso capitolo mancante di Petrolio. E che poi l'ignoto, spaventato forse dal clamore suscitato, non si fece più vivo.

La storia è in ogni caso implausibile: sia che davvero esista da qualche parte tale capitolo, sia che non sia mai esistito né mai sia stato scritto.
Come sarebbe possibile infatti che Dell'Utri (che passa oltretutto per bibliofilo) creda fermamente, come dice di credere, che quei fogli fossero di Pasolini, e che li definisca come "inquietanti" se, come ora afferma, li ha appena sfogliati distrattamente, mentre parlava con l'ignoto offerente?
Come è possibile inoltre che chiunque, bibliofilo o meno, dia fiducia alle affermazioni di un ignoto che l'avvicina senza presentarsi e gli sventola sotto il naso un testo che lui non ha nemmeno il tempo di esaminare?
E infine: che fiducia dare alla veridicità delle affermazioni di un uomo (Dell'Utri) che prima dice una cosa e due giorni dopo la smentisce (l'ho letto –  no, non l'ho letto)?

Insomma la domanda non è: chi ha trafugato e perché il capitolo misterioso (e forse inesistente) di Petrolio?
Ma, considerato che, indagando sul caso Mattei, venne eliminato in stile mafioso anche il giornalista De Mauro, la domanda corretta è: perché mai Dell'Utri  ha voluto sollevare ora, durante il proprio processo, questo discorso? A quale scopo? Per avvertire o minacciare chi, nascondendosi intanto dietro il polverone del giallo su Pasolini?
Che cosa sa, lui, per le sue vie e conoscenze, sul caso Mattei, su quello De Mauro, o su vari altri "misteri italiani" e magari anche su Pasolini?

La domanda è tanto più pertinente se  si considera che il suo insistere (anche di recente, in occasione della propria condanna in Appello) sull'eroicità di Mangano, che non parlò pur trovandosi in prigione, sembra alludere a se stesso. Una volta Dell'Utri disse di essersi fatto eleggere in Parlamento, non per interesse verso la politica, ma solo per evitare la persecuzione giudiziaria: non pare improbabile che  tale uomo voglia anche dire che, nel caso dovesse effettivamente ritrovarsi in carcere, non si potrebbe pretendere da lui il silenzio che solo gli eroi sono in grado di osservare fino all'estremo.

P.s.: chi volesse approfondire la questione riguardante Pasolini, può andare a leggere QUI nel sito, bello e documentatissimo, che Angela Molteni ha dedicato a Pasolini.

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* –  Dell'Utri può aver "appreso/immaginato" di che cosa avrebbe potuto parlare il capitolo mancante, da quanto già era scritto in altre parti di Petrolio, oltre che da scritti di vari altri autori usciti nei primi anni 2000. Che tra le fonti di Petrolio figurino ritagli vari di giornali e fotocopie anche di una biografia non autorizzata di Cefis, di Steimetz, ora introvabile in libreria, in cui si dicono cose poco risapute, che PPP riprende nel suo romanzo, non è un segreto, essendo scritto nelle Note al II vol. dei "Racconti e Romanzi " di Pasolini della Mondadori (1998).

ACQUA

Si discute in Parlamento la legge che ridurrà a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione dell’acqua. Tutti possono informarsi e leggere di che si tratta perché ne parlano tutti i giornali.

A me sono venuti in mente i versi giovanili di Pasolini, l’incipit o meglio la Dedica delle sue Poesie a Casarsa (1941- 1943):

Fontana di aga dal me país.

A no è aga pí fres-cia che tal me país.

Fontana di rustic amòur.

E sono andata a cercare anche l’amaro rifacimento pubblicato nel maggio 1975:

Fontana di aga di un país no me.

A no è aga pí vecia che ta chel país.

Fontana di amòur par nissún.

(da La nuova gioventù, Einaudi, Torino, 1975)

Fontana d’acqua del mio paese. Non c’è acqua più fresca che nel mio paese. Fontana di rustico amore.

Fontana d’acqua di un paese non mio. Non c’è acqua più vecchia che in quel paese. Fontana di amore per nessuno.

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo PasoliniAscolta QUI la lettura di Vittorio Gassman.

da “Umiliato e offeso – Nuovi Epigrammi (1958-59)”, in La religione del mio tempo, Garzanti, 1961.

LE BELLE BANDIERE

Per ricordare il 25 APRILE di sessantuno anni fa, ecco le ultime strofe di una poesia di Pasolini pubblicata sul settimanale “Vie Nuove” nel 1962, e poi nel volume Poesia in forma di rosa (Garzanti, 1964), col titolo “Le belle bandiere”:

…………………………………… primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,

– e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.

Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico – primule, strame, passaggi

di vecchie pecore scure – fiorivano nel tepore

i meli, i ciliegi. – E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un’aria di caldo temporale,

un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera

non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,

quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,

sagome di fabbriche.

E, su tutto, lo sventolio,
l’umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse. Dio! belle bandiere

degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull’altra, in una folla di tela

povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,

– ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,

ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d’un’immortale stagione.

Nella home page del sito www.pasolini.net, aspettando due secondi che termini la musica, si può in questi giorni ascoltare questa ultima strofa dalla voce di Pasolini stesso.

Però. Nel 1970, quando Pasolini curò una propria piccola antologia, sempre per la Garzanti, questa poesia apparve priva delle strofe che qui ho ricopiato.
Al loro posto c’erano questi due versi:

Ah, le belle bandiere degli Anni Quaranta!
Pretesto al buffone per piangere.

L’occhio di Pasolini

A proposito di Sanguineti. Ogni volta che mi capita di leggere di lui, o di vederlo, come l’altra sera in TV, pur con tutta la soddisfazione che può darmi il suo rompere il tabù che circonda di silenzio il nome di Marx, non posso fare a meno di ricordare questo passaggio di Pasolini su di lui, nell’articolo intitolato “LA FINE DELL’AVANGUARDIA”, scritto nel 1966 (e raccolto in EMPIRISMO ERETICO) :

Il cinema non evoca la realtà, come la lingua letteraria; non copia la realtà,
come la
pittura; non mima la realtà come il teatro. Il cinema riproduce la
realtà:
immagine e suono! Riproducendo la realtà, che cosa fa il cinema? Il cinema
esprime la
realtà con la realtà. Se io voglio rappresentare Sanguineti, non ricorro a
evocazioni da
stregone (la poesia) ma uso lo stesso Sanguineti. O, se Sanguineti non vuole,
prendo un
seminarista col naso lungo, o un ombrellaio coi panni della domenica: prendo,
cioè, un
altro Sanguineti.
Non esco comunque dal cerchio della realtà. Esprimo la realtà
– e cioè
mi distacco da lei – ma la esprimo con la realtà stessa.

Nell’articolo su citato il nome di Sanguineti ricorre continuamente, all’interno di un discorso teso a criticare la cosiddetta avanguardia letteraria del tempo. Tanto insistentemente che Pasolini ritiene opportuno chiarire come segue, in nota:

Insisto a fare il nome di Sanguineti perché è l’unico che sa in cuor suo ( e
lo sa
perché tanto, lui potrà continuare) che l’avventura sta per finire. Ci sarà
ancora
qualche convegno in cui dei giovanotti cretini e petulanti parleranno di
antiromanzo come
se parlassero di prosciutto di Parma. Poi la fine: e chi avrà qualche qualità,
sia pure
da abatino, potrà continuare, mentre sugli altri cadrà il meritato silenzio,
come sui
gruppi ingialliti di fotografie di poeti ermetici al caffè, o di squadristi:
proprio in
tal modo.

Gramsci, con la sua schiena di piccolo eretto Leopardi

La presenza di Leopardi nella poesia (e nella testa, se così posso esprimermi, di Pasolini) è tutt’altro che invisibile od occulta.

Certo non mi metto a improvvisare dilettanteschi saggi critici letterari qui su di un blog, ma qualche indicazione da lettrice a proposito di questo tema posso pure darla, così come farei in un dopocena con amici che fossero anch’essi lettori interessati.

Lasciando da parte la poesia giovanile di Pasolini, per la quale mi limito a dire genericamente che è tutta impregnata della poetica della rimembranza, del mito del tempo passato ecc., mi interessa far notare quanto Leopardi appaia presente nella raccolta delle Ceneri di Gramsci.
Prima di tutto vi appare nella concezione stessa dei poemetti: in quel loro andamento di ragionamento in versi in cui si alternano come nella Ginestra momenti autobiografici e momenti lirici, panoramiche geografico storiche e descrizioni realistiche della vita presente, lontana ed effimera, amata rimpianta nell’atto stesso di descriverla già nella luce del ricordo, nella lontananza dell’esclusione.
Ma è presente anche con più immediata concretezza nelle scelta di vocaboli tipicamente leopardiani.

Per tenermi nei limiti di un blog, prendo qualche esempio dal poemetto più noto, quello che dà il titolo alla raccolta, Le ceneri di Gramsci. Qui gli echi leopardiani sono vistosissimi, soprattutto nella prima e nell’ultima sezione.

Innazitutto il poemetto si apre con l’indicazione di un mese tipicamente leopardiano e già carico per questo del significato simbolico che allude alle giovanili illusioni viste dalla successiva epoca del disinganno: il “maggio odoroso“.
Infatti: Non è di maggio questa impura aria, cioè il presente, con la sua mortale pace, disamorata
(…) l’autunnale maggio/ in cui ci appare// tra le macerie finito il profondo/ e ingenuo sforzo di rifare la vita.

Il leopardiano “maggio odoroso” appartiene inevitabilmente al passato: non può perciò mai essere questo, ma è sempre quel maggio. E infatti:

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano

delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente con te, nell’umido

giardino) questo silenzio.

Segnalo il termine “errore“, tipicamente leopardiano (e messo in grande rilievo al limite della sospensione data dall’enjambment), e poi quel “quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri”, che richiama i versi della Ginestra anch’essi rivolti a un “tu” (in quel caso, la ginestra stessa, in questo di PPP, Gramsci ormai morto): …ma più saggia, ma tanto/ meno inferma ecc. Qui, nelle Ceneri il “più saggia” diventa “meno sventata”, e “meno inferma” diventa “impuramente sano”, dietro il quale c’è secondo logica sottinteso un “più”.
Infine c’è, riconoscibilissima, l’immagine della diafana mano della morta speranza di A Silvia (e con la mano/ la fredda morte ed una tomba ignuda/ mostravi di lontano.) Il gesto qui è lo stesso: con la tua magra mano// delineavi l’ideale che illumina/ (ma non per noi: tu, morto, e noi/ morti ugualmente…
Non si tratta di riprese solo esteriori.
Proprio in quest’ultima immagine leopardiana, quella della mano debole, morente, ma decisa che indica qualcosa (che è negazione) nel futuro, ecco che viene a concludersi nella mente del lettore un processo che, in analogia con la fusione, nell’ultima parte di A Silvia, delle immagini della ragazza e della speranza, entrambe morte, sovrappone l’immagine di Gramsci e quella, allusa, di Leopardi.
Del resto tale fusione tra le due figure verrà poi riproposta ad anni di distanza nella Divina mimesis(Einaudi 1975), dove a p.16 Pasolini rievoca nei panni di un dantesco Virgilio “Gramsci stesso… con la sua schiena di piccolo eretto Leopardi.”
Ciò che accomuna i due nella mente di Pasolini, oltre alla diversità fisica, è il chiaro sguardo lucidissimo sulla realtà.

Tipico realismo leopardiano si ritrova poi nella chiusa delle Ceneri che richiama con evidenza il Sabato del villaggio, con la sua idea di festa attesa:

Già tutta l’aria imbruna, /torna azzurro il sereno (…)/Or la squilla dà segno / della festa che viene; / ed a quel suon diresti / che il cor si riconforta./I fanciulli gridando /su la piazzuola in frotta/e qua e là saltando,/fanno un lieto romore:/
e intanto riede alla sua parca mensa,/fischiando, il zappatore, /…/poi quando intorno è spenta ogni altra face,/…/odi il martel picchiare, odi la sega /del legnaiuol, che veglia/ nella chiusa bottega alla lucerna/e s’affretta e s’adopra/di fornir l’opra…
(Leopardi, <iIl sabato del villaggio

Manca poco alla cena;/ brillano i pochi autobus del quartiere/ …/ … e non lontano, tra casette/ abusive ai margini del monte, o in mezzo // a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi/ leggeri come stracci giocano alla brezza/ non più fredda, primaverile; ardenti// di sventatezza giovanile la romanesca / loro sera di maggio scuri adolescenti/ fischiano pei marciapiedi, nella festa// vespertina; e scrosciano le saracinesche / dei garages di schianto, gioiosamente,/ se il buio ha reso serena la sera,// … (Pasolini, Le ceneri di Gramsci, sez. VI).

Ci sarebbe moltissimo altro da aggiungere. Per esempio, a proposito di La religione del mio tempo, e altro ancora. Soprattutto poi a proposito della “spiacevole ironia” del Pasolini di Trasumanar e organizzar che nella sua idea di base, ma anche in precisi richiami, si rifà alla Palinodia e ai Nuovi credenti e in generale alle poesie del ciclo di Aspasia di Leopardi fino al Tramonto della luna. Ma il discorso si farebbe lungo e complesso.