la famiglia e la vita

Niente agevolazioni per i figli, per le spese di istruzione, per gli asili, per le cure mediche, blocco dei già bassi salari. Pesa tutta su chi già sta scivolando sulla china della povertà la salvifica manovra, con buona pace delle varie dichiarazioni sul valore della famiglia, dell'istruzione, della salute, del lavoro.
Intanto, questi stessi legislatori, sedicenti amanti della vita, vogliono anche toglierci il diritto di morire a modo nostro.
Io non ho niente da obiettare a chi ritiene che la fine della vita non debba essere nella disponibilità d'altri che di Dio (anche se magari poi di fatto si tratta piuttosto della tecnica medica): ciascuno ha il diritto di regolarsi di fronte alla morte come crede. Ma che lui voglia imporre a me le sue convinzioni, pure se non le condivido, e costringermi, per compiacere il Vaticano, a morire a modo suo, questa è una prevaricazione insopportabile.
Né vale la considerazione amara  che di fatto i tagli alla sanità basteranno probabilmente da soli a evitare per i più ogni accanimento terapeutico. La questione è di principio e riguarda il diritto di ciascuno sia a essere curato se lo vuole, sia a morire quando ritenga giunto il suo momento, senza dover ricorrere al fai da te di gettarsi dalla tromba delle scale o dal terrazzo.
Spero che questa legge ormai in dirittura d'arrivo venga infine dichiarata anticostituzionale.

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Monicelli

Dispiace come quella di un giovane la morte di Monicelli, alla cui bella e ancora fertile vecchiaia avevamo guardato con conforto e quasi con invidia, augurandocela. Si è gettato da un balcone: una morte che ci riporta col pensiero a Primo Levi e a Lucentini. La sua non è stata tuttavia una fine che dà lo sgomento che solitamente danno i suicidi. Comencini sembra avere scelto lucidamente il suo finale, da regista, tagliando con mano sicura e mente giovanilmente lucida il superfluo e lo scontato della storia.  Anche morendo ci ha offerto il conforto della sua intelligenza di narratore: una conclusione esatta nei tempi e tale da non prevaricare il senso del racconto. 
Lo piangiamo tuttavia, come si piange la mancanza di una figura che fino all'ultimo aveva ancora cose da dirci e che speravamo che ancora ci avrebbe accompagnato con la libertà e anche l'asprezza della sua intelligenza critica e con la sua esperienza. Lo piangiamo perché sono rare figure come la sua, e specie di questi tempi. Lo ricordiamo con gratitudine per i molti doni che ci ha offerto nel corso della sua lunga vita e lo pensiamo come un vivo che ha speso generosamente e bene la sua vita e che non ha temuto la morte.

immortalità

Se la poliomelite, un tempo assai diffusa (si ricorda un picco tragico nel 1958 – io stessa lo ricordo, perché ne fu vittima una mia cara amica, quella Elena con cui leggevo l’Amleto ai tempi della scuola media) è scomparsa dai nostri paesi in seguito al vaccino messo a punto da Salk (1957) e poi da Sabin (1964) lo si deve anche a Henrietta Lacks, una donna morta di cancro alla cervice nel 1951, le cui cellule tumorali vennero utilizzate da Salk nella sua ricerca. Queste cellule di Henrietta (chiamate HeLa, dal suo nome) hanno una caratteristica specialissima e unica, non riscontrata in nessun’altra: non muoiono mai, anche fuori dai terreni di cultura, e si moltiplicano con la rapidità infestante delle cavallette. Questa specialità le ha rese utilissime per varie ricerche mediche, compresa appunto quella di Salk per il vaccino antipolio.

In questi giorni ho letto, e mi ha molto colpita, la recensione sul TLS (Supplemento Letterario del Times) di un libro che racconta sia le ricerche di laboratorio sulle HeLa, sia la vita del primo ricercatore che si accorse di queste cellule, George Gey e le mise a disposizione gratuitamente per tutti i laboratori di ricerca, sia quella di Henrietta Lacks e le vicende della sua famiglia dopo la sua morte (The Immortal Life of Henrietta Lacks, di Rebecca Skloot).

Henrietta era una donna povera, una nera, nata nel 1920 nel Sud degli USA (tempi ancora di apartheid), in Virginia, e lavorava in una piantagione di tabacco. Orfana di madre a quattro anni, visse l’infanzia in casa dei nonni, dividendo la stanza con il cugino David. A quattordici anni ebbe da lui il primo figlio. Ne seguirno altri quattro. Nel frattempo, dopo il secondo, i due cugini si erano sposati esi erano trasferiti a Baltimora. C’è un film amatoriale di quel tempo che mostra Henrietta mentre balla: una bella donna, piena di grazia, che sorride voltando la testa verso l’obiettivo e alzando una mano a ravviarsi i riccioli.
Il marito frequentava tuttavia altre donne e finì con l’infettare Henrietta di sifilide – cosa che si ripercosse sulla loro seconda bambina, Emily, che finì in un ospedale-lager (Hospital for the Negro Insane) dove morì, non più visitata da nessuno dopo la morte della madre.
Henrietta era stata infettata anche dal papillomavirus: fu questo a procurarle quell’intrattabile cancro alla cervice dell’utero di cui morì nell’ottobre del 1951 e che le sopravvive ancora. Fu sepolta, senza alcun cippo che ne segnasse la tomba, in un piccolo cimitero familiare lungo la strada, nel suo paese natale, che portava dalla sua vecchia abitazione ai campi di tabacco.

Il vedovo affidò la cura dei bambini a una sua amante, peraltro coniugata, che scaricò su di loro la sua gelosia retrospettiva verso Henrietta, affamandoli e sottoponendoli a ogni genere di angherie fisiche e psicologiche. Come non bastasse, suo marito abusò della bambina Deborah di soli dieci anni. E quando questa lo disse al padre, lui non le credette e la “matrigna” la aggredì violentemente. A diciotto anni poi la ragazza uscì di casa per sposarsi con uno che, manco a dirlo, non tardò a rivelarsi un drogato dai modi molto violenti.

I figli di Henrietta vennero casualmente a conoscenza solo nel 1973 del fatto che le cellule della loro infelice madre erano ancora vive e si erano dimostrate così utili per la scienza. Negli anni Cinquanta ancora non c’era l’obbligo, che poi venne sancito per legge, di avvisare i familiari sull’eventuale uso a scopi scientifici dei tessuti di un paziente: nessuno perciò aveva pensato di informare i Lacks. Lo vennero a sapere attraverso un amico di una loro cognata, che lavorava presso un laboratorio scientifico.
La notizia provocò nei poveretti un’enorme rabbia per essere stati tenuti all’oscuro della sorte della loro madre: sospettarono che questa fosse stata usata già da viva come cavia anziché essere curata; immaginarono persino che le cellule di Henrietta fossero state mandate sulla luna e sparse in giro con delle bombe e, in aggiunta, che fossero loro stati sottratti i guadagni relativi alle ricerche. Su consiglio di un ambiguo parente, fecero causa all’ospedale, senza ottenere nulla – e anzi finì che poi il parente fece causa a loro.

L’autrice del libro, nonostante l’ostilità dapprima dimostratale dai fratelli Lacks, riuscì a entrare con Deborah in uno stretto rapporto – durato poi fino alla morte di questa – aiutandola a prendere visione delle documentazioni circa la malattia della madre e ad alleviare in parte la sua pena.  La BBC fece un film sulla storia, la Hopkins University stabilì una giornata di commemorazione in onore di Henrietta, ci furono interviste e una certa notorietà per i fratelli. Ma Deborah diceva che la scoperta dell’uso che era stato fatto delle cellule della madre era stata per lei più dura da fronteggiare degli stessi maltrattamenti del suo violento consorte.
Il recensore del libro (Raymond Tallis) pare molto scandalizzato di queste reazioni della famiglia Lacks: non riesce a comprendere come sia possibile che il pensiero del bene venuto per la cura di varie malattie e lo sviluppo scientifico da quelle terribili e pervicaci cellule tumorali della povera Henrietta, non sia stato tenuto in nessun conto dai suoi disgraziatissimi figli.

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Immagine: Il cimitero dei Lacks. Foto di Rebecca Skloot.

incertezze (sulla vita e sulla morte)

Oggi su La Stampa, in margine alla notizia dell'esecuzione del detenuto dello Utah che ha preferito essere fucilato piuttosto che ucciso con l'iniezione letale, Ferdinando Camon presume di esprimere un parere controcorrente nell'affermare che la pena di morte è meno crudele dell'ergastolo, a differenza di quanto credono, dice, i cittadini americani nella loro maggioranza.
Nel motivare il suo parere, parla, tra l'altro, del film «Il segreto dei suoi occhi», uscito di recente, in cui il protagonista, per vendicarsi dell'assassino che gli ha ucciso la donna, anziché farlo fuori, lo tiene suo prigioniero per godersi giorno per giorno la sua sofferenza e vederlo implorare invano la morte. Dice Camon che all'uscita dal cinema tutti gli spettatori "commentano con soddisfazione la tesi, e dunque sì, per tutti, l’ergastolo è peggio della morte, come pena".
L'opinione di Camon dunque non sarebbe dopotutto così controcorrente come lui sembra credere.
La maggioranza delle persone libere e pensanti, infatti, se riflettono sull'ergastolo e sulla pena di morte, sono in dubbio su quale delle due sia la pena più grave. Soprattutto se pensano a un ergastolo reale, da scontarsi fino in fondo, con esclusione di possibili grazie. O, ancora di più, se lo vedono rappresentato nei termini di una prigionia "fai da te" nelle mani di un insaziabile aguzzino che soddisfa il proprio sadismo attraverso la scusa del proprio dolore.

Eppure il buon senso dei cittadini americani che, secondo lo stesso Camon, ritengono l'ergastolo una mezza-grazia rispetto alla morte a me non pare superficiale: forse va più a fondo di lui nella questione.
L'adattabilità dell'essere umano a condizioni dure e difficili è grandissima. Lo sanno bene i moltissimi la cui vita di fatto può dirsi un ergastolo per come è ristretta in confini  limitatissimi e penosi che non offrono prospettive di cambiamento, e che pure preferiscono vivere fino in fondo. Ma lo sanno, credo, anche i veri ergastolani. Dubito, per esempio, che la maggioranza degli ergastolani, se dopo un bel po' di anni di carcere si vedessero offrire la via d'uscita dell'esecuzione capitale, la accetterebbero con sollievo.
Ognuno di noi sa, inoltre, se sia appena dotato di immaginazione, che l'orrore della pena di morte forse non è la morte in sé, quanto il sapere che il tal giorno all'ora prescritta e senza dilazioni dovrai morire. La morte è sopportabile al pensiero solo perché l'ora sua è incerta e in fantasia dilazionabile fino all'ultimo istante.
Non per nulla i suicidi, per quanto numerosi, costituiscono tra i viventi un'eccezione. Tra i molti che soffrono la vita e desiderano la morte, pochi riescono ad affrontare il passo volontariamente: ciò che li ferma sulla soglia del gesto è lo sgomento di fronte alla certezza del momento – e quelli che superano tale incertezza, indubbiamente sono in questo aiutati dal fatto che comunque sono loro stessi a decidere, non l'orologio, nè la volontà implacabile di altri.

Ciò detto, aggiungo che l'ergastolo è indubbiamente una pena disumana, inutilmente crudele (ammesso che una crudeltà possa essere utile) che non dovrebbe essere contemplata dal legislatore. Anche se, considerando la cosa dalla parte non di chi la infligge ma di chi la subisce, non dubito che, come c'è tra noi chi preferisce morire, così ci sia anche chi trovi nell'ergastolo o in una stretta clausura una sua rassicurazione contro le incertezze e i subbugli della vita.

due scoperte insospettate

Grasso e poi Veltroni, come se mai in diciotto anni se ne fossero avuti sospetti o indizi, hanno rivelato due giorni fa* che forse la mafia deve avere aiutato una certa " entita' esterna consentendole di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l'intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli".
Ma guarda! diciamo noi: chi mai aveva pensato a una simile possibilità?
È una scoperta che ci lascia a bocca aperta – anche a causa, va detto, di questo termine così ben scelto nella sua inquietante vaghezza: "entità". Vengono in mente le sedute spiritiche e quelle nuvolette lattiginose che  fuoriescono dalle bocche di medium in trance, acompagnate da voci cavernose che rivelano cose più o meno risapute sull'aldilà. E infatti di una aldilà si tratta: di un retroscena nebbioso che sta al di là delle indagini e, a quanto pare, della possibilità di chiarezza.

Riguarda l'aldilà anche la seconda scoperta che apprendiamo oggi dai notiziari: secondo la sintesi che ne danno i giornali e i Tg, mons Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione della Fede, avrebbe rivelato che "l'Inferno sarà più duro per i pedofili" (qui). Detta così, la cosa muoverebbe quasi al riso: sarebbe come affermare che questi prelati così intenti finora a occultare e proteggere tutti i vari ecclesiastici coinvolti in casi di pedofilia ( e di ruberia, io aggiungerei) godano di un' intima confidenza con i propositi penali di Dio – o viceversa che Dio, improvvisamente accorgendosi che quaggiù da un po' di tempo in qua si parla della pedofilia come del massimo crimine possibile, abbia voluto adeguare i suoi criteri punitivi a questa nuova graduatoria terrena dei peccati.
Naturalmente il monsignore non può aver detto questo.  I titolisti gli fanno torto, credo (e fanno torto anche al dovere di informare).  Leggendo meglio gli stralci del discorso del monsignore, pare infatti di capire che in realtà lui abbia detto che l'inferno per questi peccatori sarà più duro, non di quello riservato ad altri peccatori (come sembra dai titoli dei giornali), ma della morte. Il monsignore ha aggiunto che dunque sarebbe "meglio che i loro crimini fossero per essi causa di morte" piuttosto che continuare, vivendo, a insistere nel peccato, che li porterà alla dannazione.
Non si sa se ci sia in tale discorso un indiretto auspicio per la reintroduzione della pena di morte. Alle mie orecchie suona un po' così, e mi vengono in mente i roghi. Ma spero di sbagliarmi e che a nessuno zelante ateo-devoto tra i politici del nostro belpaese venga in mente di andare tanto in là da dargli seguito.
Non voglio però divagare troppo.

Intendo solo notare che anche questa rivelazione, come quella dell'entità in combutta con la mafia,  sembra solo un tardiva ripresa di cose già note (nella loro nebbiosità) e lasciate nel dimenticatoio, fuori dalle prime pagine. Se non sbaglio infatti, per qualsiasi peccatore (e non solo per i pedofili!), secondo la visione cattolica e cristiana in generale, la dannazione eterna dovrebbe essere più dura della morte.
Anche per gli assassini, per gli stragisti, per i ladroni e per i loro protettori, nonché per  i personaggi in carne e ossa che se ne stanno nascosti sotto la nebulosa chiamata "entità", l'inferno, se c'è, sarà per definizione peggio della morte.

Intanto però, piacerebbe che la giustizia umana arrivasse a individuarli e a punirli qui, nel nostro al di qua, con le pene previste dal codice vigente . E vi arrivasse prima che fossero morti.

* In verità va però ricordato che Grasso aveva già parlato  in questo senso, e in termini simili, nell'autunno dell'anno scorso alla Commissione Antimafia. Senza pari eco tuttavia. Ci fu una silenziosa alzata di spalle. Questa volta invece l'alzata di spalle si accompagna a qualche vano clamore.

sacralità della vita

La famosa “difesa della vita” che tanto sembra appassionare le destre che sono al governo e i loro sostenitori quando si tratta di difendere gli embrioni o di impedire di morire a persone ridotte nelle condizioni della povera Englaro, la famosa “identità” cristiana e cattolica da sbandierare quando si tratta di impedire la costruzione di moschee, non valgono più quando le vite da difendere sono quelle di migranti. In questo caso le vite non sono più sacre, gli esseri umani possono essere tranquillamente e senza rimorsi abbandonati alla loro agonia, gli interventi di soccorso possono venire scoraggiati e fatti passare per complicità nel reato di immigrazione clandestina, i rampolli di leader “padani” possono divertirsi a lanciare su Facebook giochini idioti e razzisti e, infine, si può anche rispondere in malo modo ai rappresentanti della Chiesa ai cui valori sempre ci si appella quando si tratta di ostacolare la fecondazione assistita o il diritto di ciascuno a scegliere una morte dignitosa.

La LEGGE BEFFA

Che vergogna.
Non solo l’alimentazione e l’idratazione forzate sono state rese obbligatorie e nessuno di noi, sia in stato di piena coscienza, sia inconsciente ma previdentemente munito di “testamento biologico”, potrà evitare di esservi sottoposto, anche a costo di durare anche venti trenta cinquanta anni in stato vegetativo trasformandosi per tutti quelli che ha amato e ai quali è stato caro in motivo unicamente di angoscia. No, non solo questo.
Ma anche: di tutto quello che uno di noi potrebbe scrivere nel suo “testamento biologico”, prendendosi anche la briga e l’affanno di rinnovarlo di tre anni in tre anni, niente sarà vincolante: l’ultima parola su quello che deve accaderti, su quello che nel tuo corpo devi subire, sul modo in cui devi o puoi morire, è lasciata ai medici.

Il Senato ha decretato, contro la Costituzione e contro ogni libertà personale, che il mio corpo – il tuo, quello di ognuno di noi – così come pure la mia coscienza – la tua, quella di ciascuno – appartiene allo Stato, ai cardinali, all’istituzione, a qualsiasi fanatico, a tutti, meno che a me a te a ciascuno di noi.
Siamo stati beffati.
Dovremmo scrivere testamenti e volontà con tanto di timbri e di rinnovi solo perché al momento cruciale ci si dica che sono carta straccia, che non valgono nulla, e tutto dipende solo e unicamente dall’umanità e dall’ideologia del medico di fronte al quale ci troviamo.

MORTE PER CEMENTO

Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c’è bisogno di un sussulto civile delle coscienze di questo paese.

Questo è il testo dell’appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e
Vittorio Gregotti, che si può firmare nel sito di Repubblica.

La legge che questa maggioranza si prepara a votare prevede una sorta di deregulation per tutto il settore dell’edilizia. Mentre per esprimere le proprie scelte riguardo alla vita propria, personale, occorre smuovere notai e burocrazia e scavalcare mille ostacoli e restrizioni, questo disegno di legge prevede l’abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato che certificherebbe, per conto di chi costruisce, la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche.
Il territorio viene abbandonato alla morte per cemento e bruttura.

non si ride

Si ride in questo nostro paese, ma si prova anche un’indicibile vergogna. E rabbia dolorosa.
Dei compatrioti molto sensibili alle alte e impietose grida dei prelati, hanno pensato di dover denunciare per omicidio Beppino Englaro e tredici altre persone tra i medici e infermieri della clinica La Quiete di Udine. Quelli cioè che hanno permesso a Eluana in coma da diciassette anni di andare verso la sua morte.

Sembra incredibile che tale accusa sia stata presa in considerazione.
Invece così è avvenuto. Un “atto dovuto”, si è detto. E sono state aperte le indagini, come se non si sapesse che la magistratura si è già espressa, e in forma definitiva (cioè passando per tutti i suoi gradi di giudizio, fino alla Cassazione) sul non considerare la sospensione dell’alimentazione forzata di Eluana un caso di “eutanasia” (e meno che meno di “omicidio” che era questione fuori discussione), ma esercizio di un diritto: quello garantito a ciascuno di noi dall’art. 32 della Costituzione della nostra Repubblica, di rifiutare trattamenti sanitari invasivi e scegliere che la propria infermità faccia il suo corso.

Ce la farà la nostra Costituzione Repubblicana a prevalere di fronte all’avanzata degli ayatollah nostrani che chiedono a gran voce dai pulpiti e dagli schermi di considerare reato ciò che gli uomini della loro Chiesa ritengono che sia peccato?

il rispetto per le altrui scelte di fine vita

Montaigne annota ammirato nei suoi Saggi:

“Quel Pomponio Attico a cui scrive Cicerone, essendo malato, fece chiamare agrippa, suo genero, e altri due o tre amici, e disse loro che, avendo provato che non guadagnava niente a cercare di guarire, e che tutto ciò che faceva per allungarsi la vita allungava altresì e aumentava le sue pemne, era deciso a por fine all’una e alle altre, pregandoli di trovar buona la sua decisioen e, alla peggio, di non perder tempo a distorgliernelo. Ora, avendo scelto di uccidersi per astinenza, ecco la sua malattia guarita per caso: questo rimedio che aveva usato per uccidersi, lo rimette in salute. I medici e gli amici, rallegrandosi di un così felice caso e congratulandosi con lui, s’ingannarono assai; infatti non fu loro possibile fargli cambiare opinione per questo, dicendo egli che in un modo o nell’altro un giorno avrebbe dovuto fare quel passo, e che essendo già così avanti, voleva risparmiarsi la fatica di ricominciare un’altra volta.”

Montaigne, Saggi, libro II cap. XIII (a cura di Fausta Garavini, ed. Adelphi).
Montaigne, nel parlare della morte di Attico, si rifaceva a Cornelio Nepote (Hac oratione habita tanta constantia vocis atque vultus, ut non ex vita, sed ex domo in domum videretur migrare, cum quidem Agrippa eum flens atque osculans oraret atque obsecraret, ne id, quod natura cogeret, ipse quoque sibi acceleraret, et quoniam tum quoque posset temporibus superesse, se sibi suisque reservaret, preces eius taciturna sua obstinatione depressit. Sic cum biduum cibo se abstinuisset, subito febris decessit leviorque morbus esse coepit. Tamen propositum nihilo setius peregit. Itaque die quinto, postquam id consilium inierat, pridie Kalendas Aprilis Cn. Domitio C. Sosio consulibus, decessit. Elatus est in lecticula, ut ipse praescripserat, sine ulla pompa funeris, comitantibus omnibus bonis, maxima vulgi frequentia. Sepultus est iuxta viam Appiam ad quintum lapidem in monumento Q. Caecilii, avunculi sui.)</font size)

Oggi, se la legge in discussione sul testamento biologico venisse approvata, la nostra Repubblica Vaticana forzerebbe Attico a ricevere nutrimento attraverso un sondino infilato a forza nel naso. Con quale vantaggio per lui e per la civiltà umana mi pare superfluo commentare.