per gli amanti dei libri

Un deterrente per chi non restituisce i libri, da inserire nei propri volumi più cari:

«Per chi ruba o non restituisce al proprietario questo libro preso in prestito:  possa il libro mutarsi in serpente tra le sue mani e sbranarlo. Possa colpirlo una paralisi e tutte le sue membra venir disfatte. Possa languire nel dolore gridando misericordia senza avere tregua nella sua agonia finché non vada in dissoluzione. Possano i vermi di biblioteca mangiargli le viscere in onore del Verme solitario, e quando alla fine affronterà la punizione definitiva, possano le fiamme dell’Inferno consumarlo in eterno.»

La maledizione si trova sul frontespizio di un antico codice conservato a Barcellona: la scrisse qualche monaco bibliotecario per cercare di evitare la dispersione dei libri. La riporto traducendola dalla sua traduzione in inglese (probabilmente il testo originale è in latino) così come la riporta Stephen Greenblatt , studioso del Rinascimento (e di Shakespeare!), nel suo recente libro The Swerve: How the World became Modern, che parla del ritrovamento del De Rerum Natura da parte di Poggio Bracciolini e dell’influenza che il poema di Lucrezio  ebbe nella nascita del pensiero e della scienza moderni.

The swerve significa “la deviazione” o “la svolta” e intende tradurre il termine clinamen usato da Lucrezio per indicare le improvvise deviazioni spontanee degli atomi nel corso della loro caduta in linea retta, secondo la fisica di Epicuro. Per Greenblatt il ritrovamento del De Rerum Natura costituirebbe nella cultura occidentale una di queste svolte decisive.

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la poesia e l’orrore

Uno dice:  basta ingaglioffarci. Spegniamo la televisione e leggiamo qualche cosa che possa portarci in più spirabil aere. Pensiamo alla poesia.
Ma anche la poesia può riservare disturbanti amarezze. O meglio possono riservarle i poeti.Al tempo di Shakespeare il poeta più acclamato e onorato era Edmund Spenser (1552-1599),  autore che occupa un posto di primo piano nella storia letteraria del suo paese, essendo uno dei padri fondatori della poesia inglese. La sua fama resta legata soprattutto al poema cavalleresco allegorico The Faerie Queene, scritto per celebrare la dinastia dei Tudor (quella di Elisabetta I), nel quale Spenser si era rifatto, oltre che a Omero e Virgilio, ad Ariosto e Tasso, rielaborandone le ottave secondo una personale versione molto musicale che da lui prese il nome di Stanza Spenseriana – e che influenzò molta parte della poesia successiva, ottenendogli in età romantica il titolo di “poeta dei poeti”.
La sua fama tra i contemporanei fu, come ho detto, enorme, tanto che alla sua morte egli venne solennemente sepolto nell’Abbazia di Westminster. Al funerale parteciparono vari poeti del tempo che per l’occasione composero in suo omaggio dei versi da collocare nel suo sarcofago insieme con le penne che li avevano scritti. (Cosa che, fra l’altro, portò nel secolo scorso a una penosa quanto fallimentare ricerca: alcuni seguaci delle teorie secondo le quali le opere di Shakespeare in realtà erano state scritte da altri, e in particolare da Bacone, fecero aprire la tomba, nella speranza di rinvenire un eventuale manoscritto shakespeariano che provasse le loro ipotesi. Lo scavo fu tuttavia fatto nel luogo sbagliato: si disturbarono i resti di altri scrittori, senza trovare né le ossa di Spenser né i poetici papielli).

Questo grande e raffinato poeta, londinese di origine, passò molta parte della sua vita in Irlanda, alla cui sottomissione militare aveva attivamente partecipato, ottenendo come ricompensa una delle tenute di cui gli inglesi si erano appropriati in quel territorio nell’intento di colonizzarlo. E fu un feroce sostenitore di quel colonialismo. Nel suo libello View of the present of Ireland (1594) sosteneva che il popolo irlandese, sempre ribelle e nemico dei propri oppressori, doveva venire cancellato con la sua lingua e le sue tradizioni, messo in ginocchio con la forza e soprattutto “attraverso la fame“: strategia da spingere fino a quando gli abitanti non fossero costretti “a divorarsi gli uni con gli altri “.
E non che non avesse idea di quello che stava dicendo. Tale sistema di sterminio l’aveva personalmente usato avendo preso parte alla repressione di alcune rivolte. Ne conosceva perfettamente gli effetti, che così descrive:

«Da ogni angolo dei boschi e delle vallate venivano avanti strisciando sulle mani, perché le gambe non li tenevano in piedi, sembravano anatomie della morte, parlavano come fantasmi usciti dalle tombe, mangiavano le carogne dei morti, felici se ne potevano trovare. Sì, e  subito dopo si mangiavano l’un l’altro, tenendo da parte le loro carcasse per non doverle raschiare via dalle fosse
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Ho tratto  le notizie di cui sopra dal libro di James Shapiro1599. A Year in the Life of William Shakespeare, che ricostruisce il clima storico e culturale dell’ Inghilterra in un anno che fu particolarmente significativo nella evoluzione letteraria di Shakespeare.
Leggendo le pagine dedicate a Spenser, mi è venuto in mente Bolaño e il suo volumetto intitolato La letteratura nazista in America (Sellerio 1998), piccola enciclopedia parodistica che raccoglie le vite di scrittori immaginari, per lo più poeti, della più varia provenienza sociale, spesso idealisti e molto “poeticamente” appassionati, ma tutti legati ideologicamente o per simpatia al nazismo e ai suoi rappresentanti. Lettura godibile e inquietante, che induce a molte non facili riflessioni – e che ricorda come la letteratura e persino la poesia non preservino  affatto dall’orrore.

a quando i roghi?

Mentre tutti si beano nella discussione pro e contro i festini del Monarca e pendono dalle labbra delle escort,  o si divertono con Cetto Laqualunque, da alcune biblioteche comunali e scolastiche venete stanno sparendo i libri di autori che non piacciono alla Lega (fra gli altri, quelli di Saviano, reo di aver parlato in TV della presenza della camorra al Nord).

Dopo l'indice dei libri vedremo anche i roghi come nella Germania hitleriana?

Roberto Bolaño: 2666

 <<L’ultimo caso del 1997 fu abbastanza simile al penultimo, solo che invece di trovare il sacco con il cadavere all’estremo   ovest della città questa volta lo ritrovarono all’estremo est, sulla strada sterrata che corre, per così dire, parallela al confine e poi, all’altezza delle prime montagne e delle prime gole, se ne stacca e si perde. La vittima, secondo i medici legali, era morta da tempo. Alta fra il metro e cinquantotto e il metro e sessanta, aveva approssimativamente diciotto anni.(…)
Tanto questo caso come il precedente furono chiusi dopo tre giorni di indagini piuttosto svogliate. Il Natale a Santa Teresa fu festeggiato come al solito. Si fecero
posadas, si ruppero pentolacce, si bevvero birra e tequila. Anche nelle strade più umili si sentiva ridere la gente. Alcune di queste strade erano completamente buie, come buchi neri, e le risate che uscivano da chissà dove erano l’unico segno, l’unica informazione che avevano i vicini e gli estranei per non perdersi.>>

(da 2666 di Roberto Bolaño, II vol., trad. di I. Carmignani, Adelphi 2008, pp.359-60)

A molti non piace Roberto Bolaño:  trovano disorientante il moltiplicarsi nei suoi romanzi di storie apparentemente senza nesso con quella che dovrebbe essere la principale, affidate a voci diverse e spesso inserite in una sorta di disordine cronologico che fa perdere il filo della trama principale, le cui lacune non vengono mai colmate alla fine, perché la fine non è mai una vera e propria conclusione.
A chi piace, invece, Bolaño riesce affascinante proprio per questo aspetto polifonico e tentacolare della sua scrittura, oltre che per la sua intelligenza, la sua ironia, le mille riflessioni e le emozioni le più varie che suscita.

Io sono tra questi e perciò vorrei provarmi a dire qualcosa su di lui, per chiarire a me stessa le ragioni del mio amore per questo scrittore e soprattutto per l’opera sua più ponderosa: il romanzo in cinque parti intitolato 2666, uscito postumo, e a cui Bolaño lavorò accanitamente – probabilmente senza riuscire a rivederlo e a limarlo – nell’ultimo tempo della sua vita, mentre, in lista di attesa per un trapianto di fegato, metteva anche in conto di morire – come poi accadde nel 2003.

Definisco ponderoso 2666, non solo perché si tratta di un testo di circa 1200 pagine, ma anche perché spazia in uno scenario storico-geografico che comprende tutta l’Europa (soprattutto la Germania) e il Messico, coprendo un arco temporale che va dall’inizio del Novecento fino agli ultimi anni del secolo scorso. Forse questo romanzo  è anche più vasto di così, d’altro canto, perché  si lega, per ambientazione (Messico), oltre che attraverso alcuni personaggi, ad altri due romanzi precedenti, Amuleto (Adelphi, 2010) e il più famoso I detective selvaggi (Sellerio 2009). Penso che sarebbe bene, anche se non necessario, (io mi rammarico di non averlo fatto) che un nuovo lettore iniziasse proprio da questi due, come premessa alla lettura di 2666, perché, oltre che condividerne in parte la forma, ruotano anch’essi intorno a un tema tipico di questo autore, quello della ricerca – letteraria e filosofica a un tempo – con personaggi caratterizzati dal loro essere poeti o letterati, errabondi, fuggiaschi o in esilio, impegnati come in una detective story a cercare appunto qualcosa, una figura letteraria elusiva, metafora della vita e della storia. Oltretutto, è in questi due romanzi che chi voglia comprendere la ragione del titolo misterioso dell’ultimo, può trovarne ragione.

Delle cinque parti in cui è diviso 2666, ciascuna ha la sua autonomia e potrebbe anche essere letta indipendentemente dalle altre, come un romanzo a sé;  ma per comprendere e godere pienamente l’opera, per toccarne il cuore, è meglio leggerle tutte nel loro ordine. Ciascuna infatti introduce nelle altre prospettive nuove e molteplici riflessi e ironie, che in una lettura separata vanno perdute (anche se, ben è vero, accorgendosene, si è spinti a una seconda meravigliosa lettura).

La trama. Ecco: questo è il punto che sconcerta alcuni. La trama non è una trama tradizionalmente intesa. O si tratta di varie trame che si affiancano, che si compenetrano a volte e a volte restano separate e “inconcludenti”.
È difficile, quasi impossibile parlare della trama. E tuttavia il romanzo ruota tutto intorno ad un fuoco centrale: il “buco nero” delle centinaia di assassinii di donne che dal 1993 si vanno incessantemente accumulando a Ciudad Juarez – che nel romanzo prende il nome di Santa Teresa presso il deserto del Sonora, in Messico.
Il fenomeno in tutta la sua atrocità è reale, storia vera dei nostri giorni, parallela alle nostre vite reali – esattamente come scorrono parallele tra loro certe storie e vite del romanzo –  ed è irrisolto nella realtà come nel romanzo, in cui però diventa metafora: la metafora di una sorta di abisso oscuro in cui si perde ingoiata la Storia con la galassia delle sue storie, delle esistenze che continuano a girarvi intorno, tentando di capire o di trovare un’uscita.  Queste storie e queste vite spesso si sfiorano soltanto tra loro, senza incontrarsi, persino ignorandosi a vicenda, ma  sono legate appunto dal loro muoversi più o meno lontane dal bordo della voragine – e, su un altro piano, legate essenzialmente dalla consapevolezza, che in loro manca, ma che  il lettore gradualmente si forma, della situazione in cui si trovano.

Questi “Parte dei delitti ” (di Ciudad Juarez/Santa Teresa) meglio di ogni altra parte del romanzo evidenzia una concezione di letteratura di cui la vita è parte integrante: chi legge non può fare a meno di sapere continuamente nel corso della sua lettura che le pagine che sta godendosi seduto sul divano sono allo stesso tempo fiction e realtà viva, sua, urgente.
Un esempio di questa integrazione tra realtà e finzione letteraria è data, significativamente, dalla presenza nel romanzo di una figura come quella del giornalista Sergio Gonzalez Rodriguez, che riunisce in sé i caratteri di personaggio letterario alle prese con altri personaggi fittizi dentro il romanzo, e di persona in carne e ossa nella vita reale.

Sergio Gonzalez Rodriguez (foto) è  infatti nella realtà, proprio come nel romanzo, un giornalista e critico letterario che ha investigato a suo rischio sui delitti di Ciudad Juarez, sui quali ha pubblicato un libro, Ossa nel deserto, che può essere acquistato in ogni libreria.

Solo la quarta parte del romanzo, una delle più ampie, è dedicata ai delitti.
Ci si arriva attraverso approssimazioni, quasi impercettibili nella prima, e poi sempre più sensibili e allarmanti nella seconda e nella terza. Nella quarta prorompono fin dall’incipit le dolenti note: <<La morta fu ritrovata  in un piccolo appezzamento di terreno abbandonato nel quartiere di Las Flores. Indossava una maglietta bianca a maniche lunghe e una gonna gialla al ginocchio, di una taglia più grande. La scoprirono dei bambini giocando…>> – e come in una discesa lungo le bolge della voragine, ci si trova davanti a un’elencazione martellante delle morti, delle morte anzi, che si susseguono pagina dopo pagina, in una ripetizione ossessiva di dettagli, giù giù senza respiro, senza luce di speranza, nonostante l’annaspare, anche rabbioso, ma anche comico a volte o grottesco, di quelli che cercano di risalire, o di trovare un filo che porti fuori da quel labirinto in cui tutte le vie ugualmente conducono al nero.
Non a caso, in questa quarta parte, quella del “buco nero”, Bolaño riporta per intero (e per noi è commovente) il testo del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, quello dell’ “abisso orrido, immenso”, mettendolo nella bocca di una una vecchia guaritrice, un’ autodidatta, una veggente.

Ma se la quarta parte rappresenta il “buco nero” intorno a cui ruotano le storie,  la seconda parte, quella dedicata a un personaggio di nome Amalfitano,  a me è parsa rappresentare il cuore più intimo della narrazione.
Amalfitano è un professore di filosofia di origine cilena, un esule come Bolaño stesso, che come lui è vissuto in Spagna per poi trasferirsi in Messico e finire proprio a Santa Teresa. È un uomo mite e lucido al tempo stesso: una figura intensamente poetica. Senza più moglie, battuto dalla vita, ha una figlia che è il centro dei suoi affetti, e una volta che si rende conto dei delitti, si rammarica di averla portata con sé proprio in quel posto. Ha paura che possa venire assassinata.
Non accade nulla, sia nel male che nel bene, in questa “Parte di Amalfitano”: si  viene a conoscenza della storia passata (quella comica e angosciosamente disperata della moglie), si assiste al ruminio di pensieri sulla vita, sulla filosofia, sulla letteratura dei protagonista (che spesso sembrano rispecchiare quelli dell’autore), quasi al limite di una sua lucida e visionaria follia.  E però c’è soprattutto un’immagine, che non si dimentica.
A un certo punto Amalfitano appende nel suo giardino alla corda della biancheria un testo di geometria da cui è ossessionato perché non ricorda come ne sia venuto in possesso. Quel libro “ragionante” e  solitario sospeso alla corda, esposto alle intemperie, al vento che ne sfoglia le pagine, alla pioggia che lo batte, per misurarne la capacità di resistenza (il riferimento qui è a Duchamp), resta l’immagine più incisivamente metaforica della condizione di angoscia e di precarietà, non solo del professore, ma dell’umanità intera infine – senza dire di quella, cui inevitabilmente rimanda, dell’autore chino intento alla sua opera sulla soglia della morte. Un’immagine che spande nelle pagine di questa sezione del romanzo e poi, retrospettivamente e in avanti, in tutto il resto, un senso di malinconia poetica, ironica, disperata ed eroica insieme.

Roberto Bolaño ne suo studio, a Barcellona.

Le parti centrali di 2666 (sulla terza, pure molto bella, e legata a quella di Amalfitano, non mi soffermo per non abusare) sono racchiuse tra le due valve/cornice delle prima e dell’ultima sezione, strettamente interconnesse tra loro (la stessa cosa accade anche ne I detective selvaggi).

Nella prima è messo in scena un quartetto di critici letterari europei (un’inglese, l’unica donna, e un francese, un italiano e uno spagnolo) accomunati dalla passione letteraria per un romanziere tedesco, di nome Arcimboldi, oggetto della loro ricerca letteraria appunto, ma anche di un vero e proprio inseguimento nella realtà, poiché questo Arcimboldi, pur essendo vivente, si tiene appartato, non si sa dove risieda, non ha nemmeno fotografie che ne testimonino l’aspetto, né concede ad alcuno incontri e interviste.
I quattro, che nel frattempo intrecciano tra loro complessi rapporti di amicizia, di amore e di rivalità (esposti dal narratore con uno straordinario equilibrio tra ironia e oggettività che raggiunge miracolosamente momenti di alta commozione oltre che di lucida perspicacia psicologica) seguiranno le tracce di Arcimboldi fino oltre oceano a Santa Teresa, appunto,  sfiorando del tutto inconsapevoli la scena dei crimini, ma per giungere a intravedere comunque il vuoto in cui vaneggia il filo spenzolante della loro ricerca letteraria e umana.

Nella quinta, cioè l’ultima del romanzo, il lettore viene messo a parte della vita di Arcimboldi.
Qui il romanzo prende la struttura pressocchè tradizionale di una biografia che spazia anche in grandiosi scenari storici. Credo, per esempio, che sia difficile trovare una rappresentazione della seconda guerra mondiale che sia più profondamente, quasi direi sotterraneamente, coinvolgente e terribile di questa che ne dà Bolaño, pur non essendone stato, per anagrafe e nazionalità, testimone, né diretto né attraverso memorie familiari.
Forse il solo autore che viene in mente per un confronto possibile riguardo al senso della distruzione, dell’orrore e del male, della morte e della sopravvivenza (il termine “sotteraneo” in fondo si riferisce a questo: la guerra quasi come un viaggio nei regni della morte), è Sebald: quello che io trovo più vicino a Bolaño,  anche se poi,  pur condividendo con Bolaño una certa visione di romanzo dalla struttura complessa, rispetto alla narrazione tutta oggettiva e riflessiva di Sebald, Bolaño si caratterizza per esuberanza narrativa, e per una diversa  sensibilità, più appassionata.
2666 non ha una vera e propria conclusione.
Nessun mistero viene risolto, come del resto anche in altri libri del nostro.

 Le storie, le notazioni letterarie, le riflessioni, i racconti dei sogni, le figure, le voci si moltiplicano, e le importanti si affiancano sullo stesso piano alle minime e aneddotiche, in un insieme mutevole, grottesco o pauroso o ironico o commovente: proprio come nelle immagini di Arcimboldi il pittore, dove un piatto ricco di cibarie, tutte rappresentate nella loro verità fino al dettaglio, si muta in un volto minaccioso o comico, continuando però queste rappresentazioni a fluttuare scambiandosi le parti senza definirsi mai in una apparizione certa, delineata per sempre e priva di influenze e riflessi sull’altra.

Infine: una delle qualità che più mi hanno affascinato in Bolaño, oltre alla sua meravigliosa sovrabbondanza di narratore sempre e comunque avvincente, sia che descriva una battaglia o le città devastate della Germania (Sebald!), sia che racconti i congressi letterari (mescolando ai personaggi, ai titoli, agli editori di finzione quelli veri – c’è anche la Sellerio fra gli altri, scomparsa proprio oggi), le vicende d’amore o di sesso, la ripetitività dei delitti  o i minimi gesti quotidiani,  è la qualità poetica della sua scrittura.

Bolaño è un poeta. Un poeta narratore. Non a caso, del resto, tanti dei suoi personaggi sono poeti, appassionatamente poeti, voracemente poeti, forse a volte si potrebbe supporre pessimi poeti, ma poeti.  Sono poeti nella loro volontà di esserlo nella realtà come lui lo è nella rappresentazione della stessa e nel fatto stesso di averla voluta rappresentare nella sua assoluta, disperante – e poetica – elusività.

Giornata del Libro: false e vere coincidenze, supposizioni e palinsesti

Domani è il giorno di Shakespeare: l’anniversario della sua morte (1616) e anche, dato  che fu battezzato il 26 di questo mese, quello della sua nascita probabilmente. Date coincidenti, come quelle dell’araba fenice.
Anche Cervantes morì il 23 aprile del 1616. E per questa coincidenza tale giorno è stato scelto dall’Unesco come data per Giornata internazionale del Libro.
Ma la coincidenza è solo convenzionale: in realtà Cervantes precedette Shakespeare nell’Elisio di dieci giorni. Il calendario inglese, infatti, a differenza di quello spagnolo, non si era ancora uniformato a quello introdotto nel 1582 dal papa Gregorio XII, sicché il 23 aprile in cui morì Cervantes, era in Inghilterra solo il 13 dello stesso mese. Ne consegue d’altra parte che domani, 23 aprile del calendario gregoriano, non è nemmeno la vera data della morte (e forse della nascita) di Shakespeare: per coincidere davvero nel computo dei giorni, andrebbe spostata in avanti,  fino al 3 maggio – se non sbaglio. Sicché insomma  in questo giorno, alla fine forse morì solo Cervantes: “forse”, perché pare che in realtà morisse il 22 e la data del 23 si riferisca al funerale.
La cosa non è importante tuttavia:  è solo una curiosità. Di fatto di nessuno dei due si può affermare che sia morto: sono entrambi più vivi di molti viventi.


Sarebbe bello pensare che i due grandi contemporanei si siano conosciuti. Qualcuno ci ha fantasticato su. Per esempio  Astrana Marín ,  studioso e biografo di Cervantes e anche di Shakespeare, immaginò un loro possibile incontro in occasione del Trattato  tra Spagna e Inghilterra ratificato a Madrid nel giugno 1605, che era l’anno stesso in cui fu pubblicato il Don Chisciotte. Shakespeare avrebbe potuto trovarsi allora in Spagna al seguito del conte di Nottingham, e aver magari stretto la mano a Cervantes, forse, chissà, aver bevuto con lui un bicchiere di vino, scambiando qualche parola in un poetico spanglish.
Ma si tratta solo di supposizioni. Di desideri dell’immaginazione. Seguendo tali desideri, c’è stato anche chi (Francis Carr) ha supposto ancora più fantasiosamente che i due fossero una sola persona: un unico genio, capace di scrivere sia il romanzo di Cervantes che le tragedie e commedie di Shakespeare – e questo genio poliglotta, e prolifico più che Stephen King, sarebbe stato Bacone.

Io, che sono tra quelli che pensano che Shakespeare il poeta fosse effettivamente l’attore figlio del guantaio di Stratford e trovo più eccitante seguire il filo stupefacente delle ricerche negli archivi che quello delle fantasie, provo emozione nel pensare che, non in una fiction, ma nella realtà Shakespeare ha effettivamente conosciuto Cervantes. Non di persona, forse, ma per aver letto il Don Chisciotte, uscito in traduzione inglese nel 1612, e già circolante e famoso e variamente citato anche negli anni precedenti, fin dal 1607, a quanto pare (anche questa velocità di diffusione internazionale della fama di un libro, in un’epoca che ci figuriamo più lenta della nostra, dona non poco piacere a sapersi).
Che Shakespeare l’abbia letto è sicuro: non solo per la notorietà che il romanzo si era immediatamente acquistata anche a Londra, ma perchè esiste documentazione del fatto che nella tarda primavera del 1613 mise in scena una commedia, scritta in collaborazione con Fletcher, intitolata Cardenio, che altro non era che la trasposizione di una storia narrata nel Don Chisciotte. La commedia è andata perduta – forse distrutta nell’incendio del Globe Theater, avvenuto proprio nel 1613, forse sparita dopo per distrazione, passando di mano in mano – ma a prova della sua esistenza si sono trovati, a partire dalla fine del 1700, vari documenti, tra cui la registrazione dei pagamenti dati  agli attori della compagnia dei King’s Men (la compagnia di Shakespeare) per la sua rappresentazione a corte.

 

 

 

 

 

G.Doré: Cardenio racconta a don Chisciotte la sua storia

Recentemente si è tornati a parlare del Cardenio, perché gli editori delle prestigiose edizioni Arden ( The Arden Shakespeare ) hanno incluso nella serie delle opere shakespeariane una commedia intitolata  Double Falsehood (o The distressed Lovers) che  si rifà appunto alla storia di Cardenio  del Don Chisciotte e che, secondo loro e altri studiosi, porta in sé come in trasparenza tracce riconoscibili del misterioso Cardenio scomparso.
Double Falsehood fu pubblicata nel 1728, dallo scrittore Lewis Theobald, che era, fra l’altro, un appassionato shakespeariano. Theobald sosteneva che fosse un testo di Shakespeare che lui si era limitato a riadattare e curare e che gli era giunto attraverso tre vecchie copie dell’originale – una delle quali piuttosto autorevole, perché di mano del “suggeritore” della compagnia di William Davenant (questo Davenant, autore teatrale, poeta laureato e allestitore delle opere di Shakespeare, che rappresentava tuttavia con vari e consistenti rimaneggiamenti, era il figlio di un oste di Oxford, presso il quale Shakespeare usava fermarsi durante i suoi viaggi tra Londra e Stratford-upon-Avon. Shakespeare gli aveva fatto da padrino – come testimonia anche il suo nome, William –  e Davenant si compiaceva non solo di ricordare di essere stato tenuto sulle ginocchia dal famoso poeta, ma anche di lasciar credere d’essere in realtà un suo figlio naturale).

Nonostante le ribadite dichiarazioni di Theobald, la commedia dall’ominoso titolo (double falsehood = doppia falsità)  fu sempre considerata dai più un completo falso.
Tuttavia c’è stato anche chi si è chiesto  se Double Falsehood non fosse davvero basata invece sul vecchio testo perduto di questo Cardenio, di cui Theobald poteva avere effettivamente trovato copie, benché rimaneggiate e corrotte – probabilmente da Davenant stesso e dal famosissimo attore Betterton, della sua compagnia – lo stesso che faceva impazzire di piacere il mio Pepys quando a teatro rivestiva i panni di Amleto.
La discussione è ancora aperta, anche se il curatore della edizione Arden di Double Falsehood, Brean Hammond professore dell’Università di Nottingham, presenta, in una ricchissima, dettagliata e appassionante prefazione, vari motivi abbastanza convincenti a sostegno della convinzione, sua e di altri, della presenza in quel testo (o forse sarebbe meglio dire nel palinsesto) della riconoscibile mano di Shakespeare.

Dietro tutta questa vicenda aleggia naturalmente anche il sorriso di Cervantes – del quale va detto tuttavia che, pur così legato a Shakespeare nella nostra immaginazione e nella suggestione delle date, quasi certamente non seppe in vita nulla del suo grande contemporaneo inglese, né di come si fossero incontrati nel racconto narrato tra le rocce della Sierra Morena a don Chisciotte da Cardenio.

(Le notizie, oltre che da varie vecchie letture, le ho tratte in molta parte dalla citata prefazione di Brean Hammond a Double Falsehood)