<<L’ultimo caso del 1997 fu abbastanza simile al penultimo, solo che invece di trovare il sacco con il cadavere all’estremo ovest della città questa volta lo ritrovarono all’estremo est, sulla strada sterrata che corre, per così dire, parallela al confine e poi, all’altezza delle prime montagne e delle prime gole, se ne stacca e si perde. La vittima, secondo i medici legali, era morta da tempo. Alta fra il metro e cinquantotto e il metro e sessanta, aveva approssimativamente diciotto anni.(…)
Tanto questo caso come il precedente furono chiusi dopo tre giorni di indagini piuttosto svogliate. Il Natale a Santa Teresa fu festeggiato come al solito. Si fecero posadas, si ruppero pentolacce, si bevvero birra e tequila. Anche nelle strade più umili si sentiva ridere la gente. Alcune di queste strade erano completamente buie, come buchi neri, e le risate che uscivano da chissà dove erano l’unico segno, l’unica informazione che avevano i vicini e gli estranei per non perdersi.>>
(da 2666 di Roberto Bolaño, II vol., trad. di I. Carmignani, Adelphi 2008, pp.359-60)
A molti non piace Roberto Bolaño: trovano disorientante il moltiplicarsi nei suoi romanzi di storie apparentemente senza nesso con quella che dovrebbe essere la principale, affidate a voci diverse e spesso inserite in una sorta di disordine cronologico che fa perdere il filo della trama principale, le cui lacune non vengono mai colmate alla fine, perché la fine non è mai una vera e propria conclusione.
A chi piace, invece, Bolaño riesce affascinante proprio per questo aspetto polifonico e tentacolare della sua scrittura, oltre che per la sua intelligenza, la sua ironia, le mille riflessioni e le emozioni le più varie che suscita.
Io sono tra questi e perciò vorrei provarmi a dire qualcosa su di lui, per chiarire a me stessa le ragioni del mio amore per questo scrittore e soprattutto per l’opera sua più ponderosa: il romanzo in cinque parti intitolato 2666, uscito postumo, e a cui Bolaño lavorò accanitamente – probabilmente senza riuscire a rivederlo e a limarlo – nell’ultimo tempo della sua vita, mentre, in lista di attesa per un trapianto di fegato, metteva anche in conto di morire – come poi accadde nel 2003.
Definisco ponderoso 2666, non solo perché si tratta di un testo di circa 1200 pagine, ma anche perché spazia in uno scenario storico-geografico che comprende tutta l’Europa (soprattutto la Germania) e il Messico, coprendo un arco temporale che va dall’inizio del Novecento fino agli ultimi anni del secolo scorso. Forse questo romanzo è anche più vasto di così, d’altro canto, perché si lega, per ambientazione (Messico), oltre che attraverso alcuni personaggi, ad altri due romanzi precedenti, Amuleto (Adelphi, 2010) e il più famoso I detective selvaggi (Sellerio 2009). Penso che sarebbe bene, anche se non necessario, (io mi rammarico di non averlo fatto) che un nuovo lettore iniziasse proprio da questi due, come premessa alla lettura di 2666, perché, oltre che condividerne in parte la forma, ruotano anch’essi intorno a un tema tipico di questo autore, quello della ricerca – letteraria e filosofica a un tempo – con personaggi caratterizzati dal loro essere poeti o letterati, errabondi, fuggiaschi o in esilio, impegnati come in una detective story a cercare appunto qualcosa, una figura letteraria elusiva, metafora della vita e della storia. Oltretutto, è in questi due romanzi che chi voglia comprendere la ragione del titolo misterioso dell’ultimo, può trovarne ragione.
Delle cinque parti in cui è diviso 2666, ciascuna ha la sua autonomia e potrebbe anche essere letta indipendentemente dalle altre, come un romanzo a sé; ma per comprendere e godere pienamente l’opera, per toccarne il cuore, è meglio leggerle tutte nel loro ordine. Ciascuna infatti introduce nelle altre prospettive nuove e molteplici riflessi e ironie, che in una lettura separata vanno perdute (anche se, ben è vero, accorgendosene, si è spinti a una seconda meravigliosa lettura).
La trama. Ecco: questo è il punto che sconcerta alcuni. La trama non è una trama tradizionalmente intesa. O si tratta di varie trame che si affiancano, che si compenetrano a volte e a volte restano separate e “inconcludenti”.
È difficile, quasi impossibile parlare della trama. E tuttavia il romanzo ruota tutto intorno ad un fuoco centrale: il “buco nero” delle centinaia di assassinii di donne che dal 1993 si vanno incessantemente accumulando a Ciudad Juarez – che nel romanzo prende il nome di Santa Teresa presso il deserto del Sonora, in Messico.
Il fenomeno in tutta la sua atrocità è reale, storia vera dei nostri giorni, parallela alle nostre vite reali – esattamente come scorrono parallele tra loro certe storie e vite del romanzo – ed è irrisolto nella realtà come nel romanzo, in cui però diventa metafora: la metafora di una sorta di abisso oscuro in cui si perde ingoiata la Storia con la galassia delle sue storie, delle esistenze che continuano a girarvi intorno, tentando di capire o di trovare un’uscita. Queste storie e queste vite spesso si sfiorano soltanto tra loro, senza incontrarsi, persino ignorandosi a vicenda, ma sono legate appunto dal loro muoversi più o meno lontane dal bordo della voragine – e, su un altro piano, legate essenzialmente dalla consapevolezza, che in loro manca, ma che il lettore gradualmente si forma, della situazione in cui si trovano.
Questi “Parte dei delitti ” (di Ciudad Juarez/Santa Teresa) meglio di ogni altra parte del romanzo evidenzia una concezione di letteratura di cui la vita è parte integrante: chi legge non può fare a meno di sapere continuamente nel corso della sua lettura che le pagine che sta godendosi seduto sul divano sono allo stesso tempo fiction e realtà viva, sua, urgente.
Un esempio di questa integrazione tra realtà e finzione letteraria è data, significativamente, dalla presenza nel romanzo di una figura come quella del giornalista Sergio Gonzalez Rodriguez, che riunisce in sé i caratteri di personaggio letterario alle prese con altri personaggi fittizi dentro il romanzo, e di persona in carne e ossa nella vita reale.
Sergio Gonzalez Rodriguez (foto) è infatti nella realtà, proprio come nel romanzo, un giornalista e critico letterario che ha investigato a suo rischio sui delitti di Ciudad Juarez, sui quali ha pubblicato un libro, Ossa nel deserto, che può essere acquistato in ogni libreria.
Solo la quarta parte del romanzo, una delle più ampie, è dedicata ai delitti.
Ci si arriva attraverso approssimazioni, quasi impercettibili nella prima, e poi sempre più sensibili e allarmanti nella seconda e nella terza. Nella quarta prorompono fin dall’incipit le dolenti note: <<La morta fu ritrovata in un piccolo appezzamento di terreno abbandonato nel quartiere di Las Flores. Indossava una maglietta bianca a maniche lunghe e una gonna gialla al ginocchio, di una taglia più grande. La scoprirono dei bambini giocando…>> – e come in una discesa lungo le bolge della voragine, ci si trova davanti a un’elencazione martellante delle morti, delle morte anzi, che si susseguono pagina dopo pagina, in una ripetizione ossessiva di dettagli, giù giù senza respiro, senza luce di speranza, nonostante l’annaspare, anche rabbioso, ma anche comico a volte o grottesco, di quelli che cercano di risalire, o di trovare un filo che porti fuori da quel labirinto in cui tutte le vie ugualmente conducono al nero.
Non a caso, in questa quarta parte, quella del “buco nero”, Bolaño riporta per intero (e per noi è commovente) il testo del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, quello dell’ “abisso orrido, immenso”, mettendolo nella bocca di una una vecchia guaritrice, un’ autodidatta, una veggente.
Ma se la quarta parte rappresenta il “buco nero” intorno a cui ruotano le storie, la seconda parte, quella dedicata a un personaggio di nome Amalfitano, a me è parsa rappresentare il cuore più intimo della narrazione.
Amalfitano è un professore di filosofia di origine cilena, un esule come Bolaño stesso, che come lui è vissuto in Spagna per poi trasferirsi in Messico e finire proprio a Santa Teresa. È un uomo mite e lucido al tempo stesso: una figura intensamente poetica. Senza più moglie, battuto dalla vita, ha una figlia che è il centro dei suoi affetti, e una volta che si rende conto dei delitti, si rammarica di averla portata con sé proprio in quel posto. Ha paura che possa venire assassinata.
Non accade nulla, sia nel male che nel bene, in questa “Parte di Amalfitano”: si viene a conoscenza della storia passata (quella comica e angosciosamente disperata della moglie), si assiste al ruminio di pensieri sulla vita, sulla filosofia, sulla letteratura dei protagonista (che spesso sembrano rispecchiare quelli dell’autore), quasi al limite di una sua lucida e visionaria follia. E però c’è soprattutto un’immagine, che non si dimentica.
A un certo punto Amalfitano appende nel suo giardino alla corda della biancheria un testo di geometria da cui è ossessionato perché non ricorda come ne sia venuto in possesso. Quel libro “ragionante” e solitario sospeso alla corda, esposto alle intemperie, al vento che ne sfoglia le pagine, alla pioggia che lo batte, per misurarne la capacità di resistenza (il riferimento qui è a Duchamp), resta l’immagine più incisivamente metaforica della condizione di angoscia e di precarietà, non solo del professore, ma dell’umanità intera infine – senza dire di quella, cui inevitabilmente rimanda, dell’autore chino intento alla sua opera sulla soglia della morte. Un’immagine che spande nelle pagine di questa sezione del romanzo e poi, retrospettivamente e in avanti, in tutto il resto, un senso di malinconia poetica, ironica, disperata ed eroica insieme.

Roberto Bolaño ne suo studio, a Barcellona.
Le parti centrali di 2666 (sulla terza, pure molto bella, e legata a quella di Amalfitano, non mi soffermo per non abusare) sono racchiuse tra le due valve/cornice delle prima e dell’ultima sezione, strettamente interconnesse tra loro (la stessa cosa accade anche ne I detective selvaggi).
Nella prima è messo in scena un quartetto di critici letterari europei (un’inglese, l’unica donna, e un francese, un italiano e uno spagnolo) accomunati dalla passione letteraria per un romanziere tedesco, di nome Arcimboldi, oggetto della loro ricerca letteraria appunto, ma anche di un vero e proprio inseguimento nella realtà, poiché questo Arcimboldi, pur essendo vivente, si tiene appartato, non si sa dove risieda, non ha nemmeno fotografie che ne testimonino l’aspetto, né concede ad alcuno incontri e interviste.
I quattro, che nel frattempo intrecciano tra loro complessi rapporti di amicizia, di amore e di rivalità (esposti dal narratore con uno straordinario equilibrio tra ironia e oggettività che raggiunge miracolosamente momenti di alta commozione oltre che di lucida perspicacia psicologica) seguiranno le tracce di Arcimboldi fino oltre oceano a Santa Teresa, appunto, sfiorando del tutto inconsapevoli la scena dei crimini, ma per giungere a intravedere comunque il vuoto in cui vaneggia il filo spenzolante della loro ricerca letteraria e umana.
Nella quinta, cioè l’ultima del romanzo, il lettore viene messo a parte della vita di Arcimboldi.
Qui il romanzo prende la struttura pressocchè tradizionale di una biografia che spazia anche in grandiosi scenari storici. Credo, per esempio, che sia difficile trovare una rappresentazione della seconda guerra mondiale che sia più profondamente, quasi direi sotterraneamente, coinvolgente e terribile di questa che ne dà Bolaño, pur non essendone stato, per anagrafe e nazionalità, testimone, né diretto né attraverso memorie familiari.
Forse il solo autore che viene in mente per un confronto possibile riguardo al senso della distruzione, dell’orrore e del male, della morte e della sopravvivenza (il termine “sotteraneo” in fondo si riferisce a questo: la guerra quasi come un viaggio nei regni della morte), è Sebald: quello che io trovo più vicino a Bolaño, anche se poi, pur condividendo con Bolaño una certa visione di romanzo dalla struttura complessa, rispetto alla narrazione tutta oggettiva e riflessiva di Sebald, Bolaño si caratterizza per esuberanza narrativa, e per una diversa sensibilità, più appassionata.
2666 non ha una vera e propria conclusione.
Nessun mistero viene risolto, come del resto anche in altri libri del nostro.

Le storie, le notazioni letterarie, le riflessioni, i racconti dei sogni, le figure, le voci si moltiplicano, e le importanti si affiancano sullo stesso piano alle minime e aneddotiche, in un insieme mutevole, grottesco o pauroso o ironico o commovente: proprio come nelle immagini di Arcimboldi il pittore, dove un piatto ricco di cibarie, tutte rappresentate nella loro verità fino al dettaglio, si muta in un volto minaccioso o comico, continuando però queste rappresentazioni a fluttuare scambiandosi le parti senza definirsi mai in una apparizione certa, delineata per sempre e priva di influenze e riflessi sull’altra.
Infine: una delle qualità che più mi hanno affascinato in Bolaño, oltre alla sua meravigliosa sovrabbondanza di narratore sempre e comunque avvincente, sia che descriva una battaglia o le città devastate della Germania (Sebald!), sia che racconti i congressi letterari (mescolando ai personaggi, ai titoli, agli editori di finzione quelli veri – c’è anche la Sellerio fra gli altri, scomparsa proprio oggi), le vicende d’amore o di sesso, la ripetitività dei delitti o i minimi gesti quotidiani, è la qualità poetica della sua scrittura.
Bolaño è un poeta. Un poeta narratore. Non a caso, del resto, tanti dei suoi personaggi sono poeti, appassionatamente poeti, voracemente poeti, forse a volte si potrebbe supporre pessimi poeti, ma poeti. Sono poeti nella loro volontà di esserlo nella realtà come lui lo è nella rappresentazione della stessa e nel fatto stesso di averla voluta rappresentare nella sua assoluta, disperante – e poetica – elusività.