I could be bounded in a NUTSHELL and count myself a king of infinite space…

… were it not that I have bad dreams.

Nutshell è il titolo dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, uscito il primo di questo mese. Il titolo in copertina mostra nel grembo della U un piccolo feto a testa in giù, già in posizione per nascere.29752912
È proprio lui, questo essere ancora non nato, il narratore della storia e il suo testimone. McEwan se la cava con strabiliante maestria nel rendere credibile non solo tale inusuale punto di vista ma anche la capacità narrativa e la conoscenza disincantata della vita da parte di questo piccolo personaggio, che si permette di discettare con acutezza e profondità anche sulle sorti del mondo.

La storia è quella di un delitto, un delitto familiare che va maturandosi e preparandosi nelle ultime settimane della gestazione – e per impedire il quale il narratore è ovviamente impotente, anche se si arrovella cercando un modo per intervenire.
La lettura è godibilissima. Un McEwan al suo meglio: suspence, ironia, comicità, amarezza, profondità e commozione sono mescolate insieme con arte in un gioco che coinvolge il lettore, partecipe, impotente e preveggente, proprio come il feto, rispetto al procedere degli eventi.

Per chi ama Shakespeare e in particolare l’Amleto (per questi soprattutto scrivo questa nota) questa lettura è un doppio piacere, perché non può non riconoscere nel feto Amleto – ancora senza nome, ovviamente, perché non nato.  Ma non a caso la madre si chiama Trudy (Gertrude) e il suo amante Claude (Claudio). La storia delittuosa è quella che sappiamo. I dettagli ironici, le citazioni spesso “capovolte” (come capovolto è il bambino sospeso tra il not-to-be e il to-be) o deviate dal corso originale che rimandano all’Amleto sono sparsi fittamente dappertutto, invitando il lettore shakespeariano a una straniante  rimeditazione del famoso testo.

Il titolo allude alla battuta di Amleto che ho citato sopra: “Potrei essere confinato in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito, non fosse che faccio brutti sogni.”

Nutshell uscirà in traduzione italiana all’inizio dell’anno venturo, a quanto ho letto.
Preparatevi.

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Goethe secondo Bernhard

Ci vorrebbero le illustrazioni di Edward Gorey per questo delizioso Goethe muore di Thomas Bernhard (traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Adelphi 2013) e in particolare per il racconto che dà il titolo alla raccolta (ce ne sono poi altri tre, tutti molto belli, ma sui quali non mi soffermo, perché il primo è in qualche modo il più prezioso).
Il racconto è in realtà su Wittgenstein, autore ammiratissimo da Bernhard, che tuttavia – non volendo scrivere direttamente del suo pensiero – espone, al solito suo modo paradossale, mordacemente ironico e furiosamente ossessivo, la propria ammirazione attraverso la provocatoria dissacrazione di Goethe o meglio del culto di Goethe.

Bernhard si immagina segretario di un Goethe morente, che nei suoi ultimi giorni, impaziente e litigioso, grottescamente “bernhardiano”, scaldandosi al calore delle lettere dei suoi ammiratori che anziché leggere usa per alimentare il caminetto, non ha altro desiderio e ossessione che di incontrare Wittgenstein, cui riconosce un primato di grandezza e altezza poetica e intellettuale che eclissa le proprie stesse opere. Il solo pensiero che Wittgenstein esista e sia al di là solo della Manica lo riempie, dice, di felicità. Il suo Tractatus gli appare maggiore anche del proprio FaustCiò che ho scritto è stato senza dubbio la cosa più grande, ma anche ciò con cui ho paralizzato la letteratura tedesca per un paio di decenni. Sono stato, mio caro, un paralizzatore della letteratura tedesca. Dal mio Faust si sono lasciati abbindolare tutti. In fondo, pur grande che sia, è soltanto uno sfogo dei miei più riposti sentimenti, un po’ di tutto, ma in nulla io sono stato il non plus ultra»).

Non potendo recarsi di persona in Inghilterra, invia a Oxford, o Cambridge – Goethe è incerto tra le due università – per invitarlo e condurlo a Weimar, il segretario Kräuter, che vi si avvia malvolentieri coperto di pellicce per sopportare il gelo della Manica, ma quando arriva trova che proprio quel giorno Wittgenstein è morto. La notizia viene nascosta a Goethe che, sempre farneticando sulla visita del filosofo, muore a sua volta proprio il giorno in cui si aspettava di riceverlo nella sua casa per discutere con lui del dubitabile e del non-dubitabile.
E di questo, secondo il “segretario testimone” Bernhard, parla il poeta morente prima di pronunciare le sue ultime famose parole “Più luce!”, che in realtà, lui dice, furono però “Più niente!” (Mehr Nicht! e non Mehr Licht!).

Questo breve resoconto della trama non rende ragione della controllata furia di scrittura e dell’ironia di Bernhard, del grande divertimento che suscita nel lettore sempre mantenendolo tuttavia al confine tra il piacere intellettuale e la commozione. Non resta dunque che leggere direttamente il racconto. Lo si può fare QUI (in una traduzione diversa da quella dell’edizione Adelphi)

intervallo shakespeariano (seduzioni e vitalizi)

Di Shakespeare, come è noto, non resta alcun documento personale: nemmeno una lettera che illumini sulla sua vita privata.
Restano invece varie lettere insistentemente inviate (anche al ritmo di tre in un solo giorno) alla regina Elisabetta o al suo gran consigliere Cecil da un certo William Reynolds, un militare che riteneva gli spettasse una speciale pensione o almeno una somma per mantenere un cavallo.
Le sue insistenti lettere, piene di notazioni maligne sull’entourage della regina, rimasero senza risposta. Sicché questo Reynolds – non alieno da una certa tendenza visionaria – se ne era fatto un’ossessione. Era perseguitato dalla convinzione paranoica che la regina non intendesse concedergli nulla se non a patto che lui si presentasse a lei di persona, volendo assoggettarlo alle sue voglie.
Queste perverse intenzioni, in mancanza come si è detto di risposte dirette, Reynolds credeva di leggerle in vari libri, in cui gli sembrava di individuare criptiche allusioni a se stesso e alla sua vicenda, al punto di pensare che fossero stati scritti appositamente su istigazione di Elisabetta e del suo Consiglio per prendersi gioco di lui.

Tra questi libri appare anche il poemetto di Shakespeare Venere e Adone, che rappresenta l’infelice tentativo di seduzione da parte della dea non più giovincella del bel garzone innamorato solo del suo cavallo. Secondo Reynolds la vecchia (così lui la vede) Venere altri non sarebbe che la sessantunenne Elisabetta, e Adone che sdegna le sue avances naturalmente è lui, che aspira a ottenere un cavallo.
Ecco qui la sua sinossi del poemetto in una lettera a Cecil del settembre 1593:

Il questi giorni è uscito un altro libro, su Venere e Adone, dove la Regina impersona Venere, la quale Regina è in grande amore (per l’appunto) con Adone, e desidera grandemente baciarlo, e lo corteggia senza nessun freno, dicendogli che sebbene sia vecchia, pure è vigorosa e fresca e bagnata (ben più, credo io, che un barilotto colmo) e che può saltellare con leggerezza come una ninfa fatata sulle sabbie, e nessuna impronta che si veda, e un gran daffare di bianco e di rosso. Ma Adone non si cura di lei, ragion per cui lei lo condanna per la sua malagrazia. Vi è mescolata poi altra roba per confondere nascondendo la sostanza.

Ed ecco qui i versi di Shakespeare cui Reynolds si riferisce:

«Tocca col tuo bel labbro il labbro mio –
se non è bello tanto, almeno è rosso –
il bacio sarà tuo quant’esso è mio:
cos’è che vedi in terra, alza la testa,
guarda negli occhi miei la tua bellezza,
l’occhio è nell’occhio, il labbro sia sul labbro!

«Ti fa vergogna? e allora chiudi gli occhi,
lo farò anch’io, e il giorno sarà notte;
amor fa festa ove non s’è che in due;
gioca, coraggio! il gioco non si vede;
le viole, vene azzurre, su cui giaci
né tradiran né sanno che facciamo.

…………………..
«Fossi rugosa, brutta, mal dotata….
sdegnarmi ben potresti, a te non atta;
ma se pecche non ho, perché m’aborri?
……………………
«Fammi parlare, incanterò il tuo orecchio;
come una fata volerò sui prati;
sciolta la lunga chioma, senza impronte
danzerò sulla sabbia, come ninfa…
……………..

Ed ora Adone, con gestire pigro,
sguardo abbuiato, grave, infastidito,
ciglio aggrottato che gli copre gli occhi,
siccome nebbia quando vela il cielo,
esclama disgustato, «Basta amore!
Mi brucia gli occhi il sole, devo andare».
…………………

«Che sono, che tu debba sì sdegnarmi?
Che gran periglio è mai la mia preghiera?
Ti nuoce al labbro, di’, un povero bacio?
Parla, dolcezza, e dolce parla, o taci:
dammi soltanto un bacio, e te lo rendo,
con l’interesse, ne volessi due.

Avendo sempre in mente il poemetto shakespeariano, Reynolds scrive nella stessa data anche alla regina stessa. Riferendosi al famoso vitalizio per mantenere un cavallo, dice:

Non me lo volete dare, se non a patto ch’io venga da voi, perché volete prendervi un qualche spasso in cambio del vostro denaro. Per Dio, giuro di aver sentito dire da molti che siete una tipo allegro, e una assai piacevole signora, piena di graziose fantasie. Ma siete così malfida che non so cosa dirvi. E quanto all’amore, beh, siete Venere stessa, voi, la divinità dell’amore…

In fondo questo Reynolds è uno dei primi a leggere Shakespeare cripticamente – oltre che essere una testimonianza ulteriore della capacità di Shakespeare di costituire un buon “terreno di caccia per tutti gli squilibrati”, come ebbe a osservare Joyce.

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[Ho preso le notizie dal libro Shakespeare: Upstart Crow to Sweet Swan: 1592-1623 di Katherine Duncan-Jones, The Arden Shakespeare Library, 2011, che esamina l’evolversi della reputazione di Shake dal 1592, quando venne definito un “corvo venuto su dal nulla”, al 1623 quando venne acclamato quale “dolce cigno dell’Avon” raggiungendo la piena gloria di cui gode tuttora. La citazione da Venere e Adone è tratta dalla traduzione di Gilberto Sacerdoti, in Shakespeare, Poemetti, Garzanti, 2000]

per gli amanti dei libri

Un deterrente per chi non restituisce i libri, da inserire nei propri volumi più cari:

«Per chi ruba o non restituisce al proprietario questo libro preso in prestito:  possa il libro mutarsi in serpente tra le sue mani e sbranarlo. Possa colpirlo una paralisi e tutte le sue membra venir disfatte. Possa languire nel dolore gridando misericordia senza avere tregua nella sua agonia finché non vada in dissoluzione. Possano i vermi di biblioteca mangiargli le viscere in onore del Verme solitario, e quando alla fine affronterà la punizione definitiva, possano le fiamme dell’Inferno consumarlo in eterno.»

La maledizione si trova sul frontespizio di un antico codice conservato a Barcellona: la scrisse qualche monaco bibliotecario per cercare di evitare la dispersione dei libri. La riporto traducendola dalla sua traduzione in inglese (probabilmente il testo originale è in latino) così come la riporta Stephen Greenblatt , studioso del Rinascimento (e di Shakespeare!), nel suo recente libro The Swerve: How the World became Modern, che parla del ritrovamento del De Rerum Natura da parte di Poggio Bracciolini e dell’influenza che il poema di Lucrezio  ebbe nella nascita del pensiero e della scienza moderni.

The swerve significa “la deviazione” o “la svolta” e intende tradurre il termine clinamen usato da Lucrezio per indicare le improvvise deviazioni spontanee degli atomi nel corso della loro caduta in linea retta, secondo la fisica di Epicuro. Per Greenblatt il ritrovamento del De Rerum Natura costituirebbe nella cultura occidentale una di queste svolte decisive.

la poesia e l’orrore

Uno dice:  basta ingaglioffarci. Spegniamo la televisione e leggiamo qualche cosa che possa portarci in più spirabil aere. Pensiamo alla poesia.
Ma anche la poesia può riservare disturbanti amarezze. O meglio possono riservarle i poeti.Al tempo di Shakespeare il poeta più acclamato e onorato era Edmund Spenser (1552-1599),  autore che occupa un posto di primo piano nella storia letteraria del suo paese, essendo uno dei padri fondatori della poesia inglese. La sua fama resta legata soprattutto al poema cavalleresco allegorico The Faerie Queene, scritto per celebrare la dinastia dei Tudor (quella di Elisabetta I), nel quale Spenser si era rifatto, oltre che a Omero e Virgilio, ad Ariosto e Tasso, rielaborandone le ottave secondo una personale versione molto musicale che da lui prese il nome di Stanza Spenseriana – e che influenzò molta parte della poesia successiva, ottenendogli in età romantica il titolo di “poeta dei poeti”.
La sua fama tra i contemporanei fu, come ho detto, enorme, tanto che alla sua morte egli venne solennemente sepolto nell’Abbazia di Westminster. Al funerale parteciparono vari poeti del tempo che per l’occasione composero in suo omaggio dei versi da collocare nel suo sarcofago insieme con le penne che li avevano scritti. (Cosa che, fra l’altro, portò nel secolo scorso a una penosa quanto fallimentare ricerca: alcuni seguaci delle teorie secondo le quali le opere di Shakespeare in realtà erano state scritte da altri, e in particolare da Bacone, fecero aprire la tomba, nella speranza di rinvenire un eventuale manoscritto shakespeariano che provasse le loro ipotesi. Lo scavo fu tuttavia fatto nel luogo sbagliato: si disturbarono i resti di altri scrittori, senza trovare né le ossa di Spenser né i poetici papielli).

Questo grande e raffinato poeta, londinese di origine, passò molta parte della sua vita in Irlanda, alla cui sottomissione militare aveva attivamente partecipato, ottenendo come ricompensa una delle tenute di cui gli inglesi si erano appropriati in quel territorio nell’intento di colonizzarlo. E fu un feroce sostenitore di quel colonialismo. Nel suo libello View of the present of Ireland (1594) sosteneva che il popolo irlandese, sempre ribelle e nemico dei propri oppressori, doveva venire cancellato con la sua lingua e le sue tradizioni, messo in ginocchio con la forza e soprattutto “attraverso la fame“: strategia da spingere fino a quando gli abitanti non fossero costretti “a divorarsi gli uni con gli altri “.
E non che non avesse idea di quello che stava dicendo. Tale sistema di sterminio l’aveva personalmente usato avendo preso parte alla repressione di alcune rivolte. Ne conosceva perfettamente gli effetti, che così descrive:

«Da ogni angolo dei boschi e delle vallate venivano avanti strisciando sulle mani, perché le gambe non li tenevano in piedi, sembravano anatomie della morte, parlavano come fantasmi usciti dalle tombe, mangiavano le carogne dei morti, felici se ne potevano trovare. Sì, e  subito dopo si mangiavano l’un l’altro, tenendo da parte le loro carcasse per non doverle raschiare via dalle fosse
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Ho tratto  le notizie di cui sopra dal libro di James Shapiro1599. A Year in the Life of William Shakespeare, che ricostruisce il clima storico e culturale dell’ Inghilterra in un anno che fu particolarmente significativo nella evoluzione letteraria di Shakespeare.
Leggendo le pagine dedicate a Spenser, mi è venuto in mente Bolaño e il suo volumetto intitolato La letteratura nazista in America (Sellerio 1998), piccola enciclopedia parodistica che raccoglie le vite di scrittori immaginari, per lo più poeti, della più varia provenienza sociale, spesso idealisti e molto “poeticamente” appassionati, ma tutti legati ideologicamente o per simpatia al nazismo e ai suoi rappresentanti. Lettura godibile e inquietante, che induce a molte non facili riflessioni – e che ricorda come la letteratura e persino la poesia non preservino  affatto dall’orrore.

un papiro di 4000 anni fa

 

Prendo questo testo da  FaberBlog di Francesco Tiradritti, un egittologo. Si tratta della traduzione da un papiro di 4000 anni fa.

"A chi posso rivolgermi oggi?
I fratelli sono malvagi
E gli amici di oggi sono privi d’amore.

A chi posso rivolgermi oggi?
Gli animi sono avidi
E ognuno sottrae i beni del prossimo.

La gentilezza è morta
E la forza manca a ognuno.

A chi posso rivolgermi oggi?
Si è soddisfatti quando si è malvagi
E per questo ovunque si sciupa quanto c’è di buono.

A chi posso rivolgermi oggi?
L’uomo  che dovrebbe provocare risentimento con le sue azioni riprovevoli
Fa invece ridere tutti con il suo comportamento scorretto e cattivo.

A chi posso rivolgermi oggi?
Si deruba
E ognuno si approfitta del prossimo.

A chi posso rivolgermi oggi?
Sono costretto a fidarmi del malvagio
E il compagno con il quale ero solito agire è diventato un nemico.

A chi posso rivolgermi oggi?
Non si ricorda il passato
E nessuno ha quello che si merita.

A chi posso rivolgermi oggi?
I fratelli sono malvagi
E si è costretti a rivolgersi agli stranieri per trovare un po’ di rettitudine morale.

A chi posso rivolgermi oggi?
Gli sguardi si volgono altrove
E ognuno ha il capo chino quando incrocia il prossimo.

A chi posso rivolgermi oggi?
Gli animi sono avidi
E non c’è qualcuno di cui ci si possa fidare.

A chi posso rivolgermi oggi?
Non ci sono più uomini giusti
E la terra è abbandonata ai disonesti.

A chi posso rivolgermi oggi?
Manca qualcuno di cui ci si possa fidare
E si è costretti a rivolgersi a uno sconosciuto per potersi lamentare.

A chi posso rivolgermi oggi?
Nessuno è contento
Non c’è più nessuno con cui condividere il cammino.

A chi posso rivolgermi oggi?
Sono sopraffatto dal dolore
Perché manca qualcuno di cui ci si possa fidare.

A chi posso rivolgermi oggi?
La malvagità si è abbattuta sulla terra
E non se ne vede la fine…"

Tratto da: Anonimo, “L’uomo che era stanco della propria vita”, Papiro di Berlino 3024 (2000 a.C. circa)

 
Per un commento rimando a questo altro post di FaberBlogger

un giovane compagno di lettura (Timone)

A proposito del Timone di Shakespeare trovo un caro compagno di lettura nel giovane Carl Marx.
Nei Manoscritti economici filosofici del 1844 egli cita infatti il Timone per trarne considerazioni sul valore alienante del denaro.
Ricopio qui di seguito il testo (anche le sottolineature ne fanno parte) che ho tradotto dalla traduzione inglese.
Non spaventatevi: se lo leggete tutto, è possibile che vi troviate infine anche voi come me qualcosa di deliziosamente giovanile che vi farà sorridere.
Ecco dunque:

Possedendo la proprietà di acquistare ogni cosa, possedendo la proprietà di appropriarsi di tutti gli oggetti, il denaro è l’oggetto principale del possesso. L’universalità della sua proprietà è l’onnipotenza del suo essere.  Per questo è considerato come un essere onnipotente.  Il denaro è il mediatore tra il bisogno dell’uomo e l’oggetto, tra la sua vita e i mezzi per la vita. Ma ciò che media la mia vita per me, media anche l’esistenza degli altri per me. È per me l’altra persona.
Shakespeare in Timone l’ateniese:

“Oro? Giallo, luccicante, prezioso oro?
O no, Dei, io non sono devoto agli idoli!…
un bel mucchio di questo può fare bianco il nero, bello il brutto
il torto retto, nobile il volgare, giovane il vecchio, valoroso il vile.
… ………..Diamine, questo
può strapparti d’accanto preti e servi,
sfilare il cuscino di sotto al capo dei morenti:

questo giallo schiavo
può unire religioni e fare scismi, benedire i dannati;
far sì che sia adorato un orrido lebbroso, dare ai ladri
un alto rango, e inchini e autorità
tra i senatori sullo stesso scanno; è lui
che procura nuove nozze alla vedova sfiorita;
quella per cui un lazzareto d’ulcerosi intero
darebbe di stomaco al disgusto, lui la preserva
nella fragranza del suo dì d’Aprile. Ah, terra dannata,
puttana comune all’intera stirpe umana, che gli uni
contro gli altri poni i popoli e le loro nazioni!”

E, ancora, più avanti [sempre riferendosi all’oro]:

“Oh, tu dolce regicida, tu caro che scindi
il nodo naturale ch’è tra figlio e padre! Tu, splendente
profanatore del letto candido d’Imene! Tu Marte valoroso,
tu sempre giovane, fresco,   
riamato   seduttore
il cui vivo rossore scioglie anche la neve santa
in grembo a Diana! Tu
Dio visibile
che unisci le cose incompatibili
e fai che si bacino tra loro! Tu che sai parlare in ogni lingua
per ogni scopo! Oh, tu che i cuori tocchi e li saggi!
Immagina che si ribelli l’umanità asservita, e col tuo potere
ponili l’uno contro l’altro tutti, confondili  –  alle bestie
possa andare l’ impero del mondo!”

Shakespeare dipinge in modo superbo la reale natura del denaro.
(…) sottolinea specialmente due proprieta del denaro:

1. Esso è la divinità visibile – ciò che trasforma tutte le proprietà umane e naturali nei loro contrari, ciò che universalmente confonde e distorce le cose: gli incompatibili sono uniti per suo mezzo.

2. È la puttana comune,  il ruffiano comune di popoli e nazioni.

La distorsione e confusione di tutte le qualità umane e naturali, la fraternizzazione delle incompatibilità – il potere divino del denaro – consiste nel suo carattere quale  species naturae estraniata, alienante e autodeterminante dell’uomo. Il denaro è l’abilità alienata dell’umanità.

Ciò che io sono incapace di fare in quanto singolo uomo, e di cui quindi tutti i miei essenziali poteri individuali sono incapaci, posso farlo per mezzo del denaro. Il denaro muta, quindi, ciascuno di questi poteri in qualcosa che di per sé non è – lo muta cioè nel proprio contrario.
Se io desidero un particolare piatto o voglio prendere una carrozza perché non sono abbastanza forte da andare a piedi, il denaro mi procura il piatto e la carrozza: cioè converte i miei desideri, li trasferisce dalla loro esistenza puramente pensata, immaginata o desiderata entro una loro esistenza effettiva e sensibile – dall’immaginazione alla vita, dall’essere immaginato all’essere reale. Nell’effettuare tale mediazione, esso è davvero un potere creativo.
Senza dubbio la domanda esiste anche per chi non ha denaro, ma la sua domanda è cosa puramente dell’immaginazione, inefficace o inesistente per me (il soggetto), per un terzo, per gli altri, e tale da rimanere anche per me irreale e inoggettiva. La differenza tra una domanda efficace  basata sul denaro e una domanda inefficace basata sul mio bisogno, la mia passione, il mio desiderio ecc., è la differenza tra l’essere e il pensare, fra ciò che esiste dentro di me puramente come un’idea e l’idea che esiste come oggetto reale fuori di me.
Se non ho denaro per viaggiare, io non ho bisogno – cioè non un bisogno reale e realizzabile – di viaggiare. Se io ho la vocazione, ma non il denaro per lo studio, io non ho vocazione per lo studio – cioè non un’effettiva, non una vera vocazione. Il denaro, in quanto universale medium e facoltà esterna (che non scaturisce dall’uomo in quanto uomo o dalla società umana in quanto società) di mutare un’immagine in realtà e la realtà in una mera immagine, trasforma i reali poteri essenziali dell’uomo e della natura in mere nozioni astratte e quindi in imperfezioni e tormentose chimere, proprio come esso trasforma le reali imperfezioni e chimere – cioè i poteri essenziali che sono realmente impotenti, che esistono solo nell’immaginazione dell’individuo –  in poteri e facoltà reali. Anche alla luce di questa sola caratteristica, il denaro è dunque la forza che distorce le individualità, che le muta nei loro opposti  e conferisce attributi contraddittori ai loro attributi.

Il denaro dunque appare come questo potere distorsivo che opera a danno sia degli individui sia dei vincoli sociali ecc. che proclamano di essere in se stessi delle entità. Esso trasforma la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio,  la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, l’idiozia in intelligenza, l’intelligenza in idiozia.
Chi può comprare l’ardimento, sarà ardito pur essendo codardo.  Dal momento che il denaro non è scambiato per nessuna singola e specifica qualità o per nessun particolare potere essenzialmente umano, ma per l’intero mondo oggettivo dell’uomo e della natura, dal punto di vista del possessore egli serve quindi a scambiare qualsiasi qualità per qualsiasi altro, anche contraddittorio, oggetto  e qualità: il denaro è fraternizzatore degli incompatibili. Esso fa sì che le contraddizioni si bacino.
Poni che l’uomo sia uomo e che le sue relazioni col mondo siano umane: ecco che si può scambiare amore solo con amore, fiducia con fiducia ecc. Se vuoi godere l’arte, devi essere una persona artisticamente coltivata; se vuoi esercitare influenza sul popolo, devi essere una persona capace di un effetto incoraggiante e stimolante sugli altri. Ciascuna delle tue relazioni con l’uomo e con la natura deve essere un’espressione specifica, corrispondente all’oggetto della tua volontà, della tua reale vita individuale.
Se tu ami senza suscitare amore in cambio – cioè se il tuo amare in quanto tale non produce un reciprocità di amore; se attraverso la vivente espressione di te stesso in quanto persona che ama non rendi te stesso una persona amata, allora il tuo amore è impotente – una disgrazia.

(Marx: Manoscritti economici filosofici del 1844)

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L’immagine: Klimt, Danae.

immortalità

Se la poliomelite, un tempo assai diffusa (si ricorda un picco tragico nel 1958 – io stessa lo ricordo, perché ne fu vittima una mia cara amica, quella Elena con cui leggevo l’Amleto ai tempi della scuola media) è scomparsa dai nostri paesi in seguito al vaccino messo a punto da Salk (1957) e poi da Sabin (1964) lo si deve anche a Henrietta Lacks, una donna morta di cancro alla cervice nel 1951, le cui cellule tumorali vennero utilizzate da Salk nella sua ricerca. Queste cellule di Henrietta (chiamate HeLa, dal suo nome) hanno una caratteristica specialissima e unica, non riscontrata in nessun’altra: non muoiono mai, anche fuori dai terreni di cultura, e si moltiplicano con la rapidità infestante delle cavallette. Questa specialità le ha rese utilissime per varie ricerche mediche, compresa appunto quella di Salk per il vaccino antipolio.

In questi giorni ho letto, e mi ha molto colpita, la recensione sul TLS (Supplemento Letterario del Times) di un libro che racconta sia le ricerche di laboratorio sulle HeLa, sia la vita del primo ricercatore che si accorse di queste cellule, George Gey e le mise a disposizione gratuitamente per tutti i laboratori di ricerca, sia quella di Henrietta Lacks e le vicende della sua famiglia dopo la sua morte (The Immortal Life of Henrietta Lacks, di Rebecca Skloot).

Henrietta era una donna povera, una nera, nata nel 1920 nel Sud degli USA (tempi ancora di apartheid), in Virginia, e lavorava in una piantagione di tabacco. Orfana di madre a quattro anni, visse l’infanzia in casa dei nonni, dividendo la stanza con il cugino David. A quattordici anni ebbe da lui il primo figlio. Ne seguirno altri quattro. Nel frattempo, dopo il secondo, i due cugini si erano sposati esi erano trasferiti a Baltimora. C’è un film amatoriale di quel tempo che mostra Henrietta mentre balla: una bella donna, piena di grazia, che sorride voltando la testa verso l’obiettivo e alzando una mano a ravviarsi i riccioli.
Il marito frequentava tuttavia altre donne e finì con l’infettare Henrietta di sifilide – cosa che si ripercosse sulla loro seconda bambina, Emily, che finì in un ospedale-lager (Hospital for the Negro Insane) dove morì, non più visitata da nessuno dopo la morte della madre.
Henrietta era stata infettata anche dal papillomavirus: fu questo a procurarle quell’intrattabile cancro alla cervice dell’utero di cui morì nell’ottobre del 1951 e che le sopravvive ancora. Fu sepolta, senza alcun cippo che ne segnasse la tomba, in un piccolo cimitero familiare lungo la strada, nel suo paese natale, che portava dalla sua vecchia abitazione ai campi di tabacco.

Il vedovo affidò la cura dei bambini a una sua amante, peraltro coniugata, che scaricò su di loro la sua gelosia retrospettiva verso Henrietta, affamandoli e sottoponendoli a ogni genere di angherie fisiche e psicologiche. Come non bastasse, suo marito abusò della bambina Deborah di soli dieci anni. E quando questa lo disse al padre, lui non le credette e la “matrigna” la aggredì violentemente. A diciotto anni poi la ragazza uscì di casa per sposarsi con uno che, manco a dirlo, non tardò a rivelarsi un drogato dai modi molto violenti.

I figli di Henrietta vennero casualmente a conoscenza solo nel 1973 del fatto che le cellule della loro infelice madre erano ancora vive e si erano dimostrate così utili per la scienza. Negli anni Cinquanta ancora non c’era l’obbligo, che poi venne sancito per legge, di avvisare i familiari sull’eventuale uso a scopi scientifici dei tessuti di un paziente: nessuno perciò aveva pensato di informare i Lacks. Lo vennero a sapere attraverso un amico di una loro cognata, che lavorava presso un laboratorio scientifico.
La notizia provocò nei poveretti un’enorme rabbia per essere stati tenuti all’oscuro della sorte della loro madre: sospettarono che questa fosse stata usata già da viva come cavia anziché essere curata; immaginarono persino che le cellule di Henrietta fossero state mandate sulla luna e sparse in giro con delle bombe e, in aggiunta, che fossero loro stati sottratti i guadagni relativi alle ricerche. Su consiglio di un ambiguo parente, fecero causa all’ospedale, senza ottenere nulla – e anzi finì che poi il parente fece causa a loro.

L’autrice del libro, nonostante l’ostilità dapprima dimostratale dai fratelli Lacks, riuscì a entrare con Deborah in uno stretto rapporto – durato poi fino alla morte di questa – aiutandola a prendere visione delle documentazioni circa la malattia della madre e ad alleviare in parte la sua pena.  La BBC fece un film sulla storia, la Hopkins University stabilì una giornata di commemorazione in onore di Henrietta, ci furono interviste e una certa notorietà per i fratelli. Ma Deborah diceva che la scoperta dell’uso che era stato fatto delle cellule della madre era stata per lei più dura da fronteggiare degli stessi maltrattamenti del suo violento consorte.
Il recensore del libro (Raymond Tallis) pare molto scandalizzato di queste reazioni della famiglia Lacks: non riesce a comprendere come sia possibile che il pensiero del bene venuto per la cura di varie malattie e lo sviluppo scientifico da quelle terribili e pervicaci cellule tumorali della povera Henrietta, non sia stato tenuto in nessun conto dai suoi disgraziatissimi figli.

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Immagine: Il cimitero dei Lacks. Foto di Rebecca Skloot.

DA LEGGERE

Riporto qui di seguito l'articolo di domenica scorsa di Barbara Spinelli, da La Stampa:

Zingari le radici dell'odio

BARBARA SPINELLI

E’ utile ricordare come fu possibile, appena sette-otto decenni fa, la distruzione degli zingari nei campi tedeschi. Non fu un piano di sterminio accanitamente premeditato, in origine non nacque nella mente di Hitler. Nel libro Mein Kampf si parla di ebrei, non di zingari. La distruzione (in lingua rom Poràjmos, il «grande divoramento») ha le sue radici nella volontà tenace, insistente, delle campagne e delle periferie urbane tedesche: un fiume di ripugnanza possente, antico, che la democrazia di Weimar non arginò ma assecondò. Chi ha visto il film di Michael Haneke Il nastro bianco sa come prendono forma i furori che accecano la mente, escludono il diverso, infine l’eliminano perché sia fatta igiene nella famiglia, nel villaggio, nella nazione. Anche l’antisemitismo ha radici simili, tutti i genocidi sono favoriti da silenziosi consensi.

Ma l’odio dei Rom e dei Sinti (zingari è dal secolo scorso nome spregiativo) riscuote consensi particolarmente vasti.

È un odio che ancor oggi s’esprime liberamente, nessun vero tabù lo vieta: in parte perché è sepolto nelle cantine degli animi, dove vive indisturbato; in parte perché è un’avversione non del tutto razziale; in parte perché il loro genocidio non ha generato l’interdizione sacra tipica del tabù. A differenza di quello che accadde per gli ebrei, nel dopoguerra non si innalzò in Europa una diga fatta di vergogna di sé, di memoria che sta all’erta. Si cominciò a parlare tardi degli zingari, i libri che narrano la loro sorte sono sufficienti ma non molti. E’ strano come Sarkozy, figlio di un ungherese, non abbia ricordo, quando decide l’espulsione dei rom, di quel che essi patirono in Europa orientale. È strano che non ricordi quel che patiscono ancor oggi nei Paesi da cui fuggono, perché l’Est europeo è uscito dalle dittature denunciando il totalitarismo comunista ma non i nazionalismi etnici, non l’ideologia che mette il cittadino purosangue al di sopra della persona: in Romania, Bulgaria, Ungheria, i rom sono trattati, nonostante il genocidio, come sotto-persone. Rimpatriarli spesso è condannarli ancor più. È anche un’ipocrisia, perché come cittadini europei i rom possono tornare in Francia o Italia senza visti. Spesso vengono chiamati romeni. Sarebbe bene sapere che i Rom sono detestati dalla maggioranza dei Romeni.

Ovunque, la crisi economica li trasforma in capri espiatori. Il più delle volte non è la razza a svegliare esecrazione. È il modo di vivere itinerante. L’Unione, allargandosi nel 2004 e 2007, ha accolto anche questa comunità speciale, per vocazione non sedentaria, originaria dell’India, insediatasi nel nostro continente cinque-sei secoli fa, ripetutamente perseguitata. Una direttiva europea restringe la libera circolazione se l’ordine pubblico è turbato, ma la direttiva vale per i singoli e comunque decadrà nel dicembre 2013. Non è chiaro chi oggi abbia ricominciato questa storia di esclusioni, di muri che separando i nomadi dal cittadino «normale» impedisce loro di divenire sedentari se vogliono, di trovar lavori, di non cadere nelle mani di mafie. È probabile che Berlusconi e Bossi abbiano svolto un ruolo d’avanguardia: un ruolo di «modello per l’Europa», ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Cei (La Stampa, 22 agosto). Molti governi dell’Est si sono sentiti legittimati dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione. Ora Sarkozy si fa megafono del fiume d’esecrazione. La parola che ha ripetuto più volte, parlando di immigrati, di rom e di delinquenza a Grenoble, era «guerra».

Nello stesso discorso, il Presidente ha annunciato che il cittadino di origine straniera colpevole di delitti perderà la nazionalità francese (la parola décheance, revoca, rimanda a déchet, pattume). La democrazia non ci protegge da simili deviazioni, proprio perché la volontà del popolo è il suo cardine. Giuliano Amato lo spiega bene, in un articolo sul Sole-24 Ore del 22 agosto: ci sono momenti, e la crisi economica è uno di questi, in cui può crearsi un conflitto mortale fra i due imperativi democratici che sono l’esigenza del consenso e quella di preservare la propria civiltà. Il leader democratico ansioso di raccogliere immediati consensi vince forse alle urne, ma non salva necessariamente la civiltà («Non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili»). Sono rari, nei moderni Stati-nazione, i leader che sappiano tener conto di ambedue gli imperativi, e nei momenti critici anteporre le esigenze della civiltà a quelle del consenso. Quando Obama si dichiara non contrario alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero difende la costituzione laica e la storia americana lunga, non la storia tra un sondaggio e l’altro. Il consenso sente di doverselo creare a partire da qui, sapendo che può anche perderlo. In genere, quando i governanti esaltano ogni minuto la sovranità e le emozioni del popolo non è il popolo a governare: sono le oligarchie, i poteri segreti, le mafie.

Anche la nostra Costituzione ha lo sguardo lungo, e non a caso dà la preminenza alla persona, più ancora che al cittadino. Tutti gli articoli che concernono i diritti fondamentali (libertà, divieto della violenza, inviolabilità del domicilio, responsabilità penale, diritto alla salute) parlano non di cittadini ma di persone o individui, e precedono la Costituzione stessa. Il nomadismo è una forma di vita che tende a scomparire, ma resta una forma della vita umana. Il non aver fissa dimora, il vivere in roulotte, il muoversi in carovane («in orde», era scritto nei decreti d’espulsione ai tempi di Weimar e di Hitler): tutto ciò è parte della cultura dei Rom e Sinti. Lo è anche la scelta di adottare la religione dei Paesi in cui vivono: è l’integrazione che prediligono da secoli. Come tutti i cittadini anch’essi delinquono, specie se vessati. I più sono cittadini plurisecolari dei Paesi in cui girovagano o si sedentarizzano. Da noi, l’80 per cento dei Rom sono italiani. Non sono mancate le proteste contro la politica francese (700 rimpatri entro settembre): nell’Onu, nell’Unione europea. Hanno protestato anche importanti leader della destra: primo fra tutti Dominique de Villepin, secondo cui oggi esiste sulla bandiera una «macchia di vergogna». Resta tuttavia il fatto che i Rom non hanno un Elie Wiesel, che in loro nome trasformi il divieto di odio in tabù. Possono contare solo sulla Chiesa, memore della parabola del Samaritano e della storia d’Europa.

L’Europa e le costituzioni postbelliche sono state escogitate per evitare simili ricadute, sempre possibili quando il nazionalismo etnico di tipo ottocentesco riprende il sopravvento. Le strutture imperiali erano più propizie alla diversità, e il compito di uscire dalle gabbie etniche e restaurare autorità superiori a quelle degli Stati sovrani spetta al potere superiore che in tanti ambiti giuridici oggi s’incarna nell’Unione. È l’Europa che deve ripensare lo statuto dei Rom: permettendo loro di continuare a viaggiare, di trovar lavoro, di difendersi dalle mafie, di rispettare la legge e l’ordine. Nel quindicesimo secolo, quando migrarono in Europa, gli zingari avevano una protezione-salvacondotto universale, non nazionale o locale: la protezione del Papa e quella dell’Imperatore. Solo una protezione di natura universale può garantire «le legittime diversità umane» cui ha accennato Benedetto XVI nell’Angelus pronunciato in francese il 22 agosto. Oggi i Rom hanno la protezione del Papa. Quella dell’Imperatore (della politica) è crudelmente latitante.


di Barbara Spinelli, www.stampa.it

Roberto Bolaño: 2666

 <<L’ultimo caso del 1997 fu abbastanza simile al penultimo, solo che invece di trovare il sacco con il cadavere all’estremo   ovest della città questa volta lo ritrovarono all’estremo est, sulla strada sterrata che corre, per così dire, parallela al confine e poi, all’altezza delle prime montagne e delle prime gole, se ne stacca e si perde. La vittima, secondo i medici legali, era morta da tempo. Alta fra il metro e cinquantotto e il metro e sessanta, aveva approssimativamente diciotto anni.(…)
Tanto questo caso come il precedente furono chiusi dopo tre giorni di indagini piuttosto svogliate. Il Natale a Santa Teresa fu festeggiato come al solito. Si fecero
posadas, si ruppero pentolacce, si bevvero birra e tequila. Anche nelle strade più umili si sentiva ridere la gente. Alcune di queste strade erano completamente buie, come buchi neri, e le risate che uscivano da chissà dove erano l’unico segno, l’unica informazione che avevano i vicini e gli estranei per non perdersi.>>

(da 2666 di Roberto Bolaño, II vol., trad. di I. Carmignani, Adelphi 2008, pp.359-60)

A molti non piace Roberto Bolaño:  trovano disorientante il moltiplicarsi nei suoi romanzi di storie apparentemente senza nesso con quella che dovrebbe essere la principale, affidate a voci diverse e spesso inserite in una sorta di disordine cronologico che fa perdere il filo della trama principale, le cui lacune non vengono mai colmate alla fine, perché la fine non è mai una vera e propria conclusione.
A chi piace, invece, Bolaño riesce affascinante proprio per questo aspetto polifonico e tentacolare della sua scrittura, oltre che per la sua intelligenza, la sua ironia, le mille riflessioni e le emozioni le più varie che suscita.

Io sono tra questi e perciò vorrei provarmi a dire qualcosa su di lui, per chiarire a me stessa le ragioni del mio amore per questo scrittore e soprattutto per l’opera sua più ponderosa: il romanzo in cinque parti intitolato 2666, uscito postumo, e a cui Bolaño lavorò accanitamente – probabilmente senza riuscire a rivederlo e a limarlo – nell’ultimo tempo della sua vita, mentre, in lista di attesa per un trapianto di fegato, metteva anche in conto di morire – come poi accadde nel 2003.

Definisco ponderoso 2666, non solo perché si tratta di un testo di circa 1200 pagine, ma anche perché spazia in uno scenario storico-geografico che comprende tutta l’Europa (soprattutto la Germania) e il Messico, coprendo un arco temporale che va dall’inizio del Novecento fino agli ultimi anni del secolo scorso. Forse questo romanzo  è anche più vasto di così, d’altro canto, perché  si lega, per ambientazione (Messico), oltre che attraverso alcuni personaggi, ad altri due romanzi precedenti, Amuleto (Adelphi, 2010) e il più famoso I detective selvaggi (Sellerio 2009). Penso che sarebbe bene, anche se non necessario, (io mi rammarico di non averlo fatto) che un nuovo lettore iniziasse proprio da questi due, come premessa alla lettura di 2666, perché, oltre che condividerne in parte la forma, ruotano anch’essi intorno a un tema tipico di questo autore, quello della ricerca – letteraria e filosofica a un tempo – con personaggi caratterizzati dal loro essere poeti o letterati, errabondi, fuggiaschi o in esilio, impegnati come in una detective story a cercare appunto qualcosa, una figura letteraria elusiva, metafora della vita e della storia. Oltretutto, è in questi due romanzi che chi voglia comprendere la ragione del titolo misterioso dell’ultimo, può trovarne ragione.

Delle cinque parti in cui è diviso 2666, ciascuna ha la sua autonomia e potrebbe anche essere letta indipendentemente dalle altre, come un romanzo a sé;  ma per comprendere e godere pienamente l’opera, per toccarne il cuore, è meglio leggerle tutte nel loro ordine. Ciascuna infatti introduce nelle altre prospettive nuove e molteplici riflessi e ironie, che in una lettura separata vanno perdute (anche se, ben è vero, accorgendosene, si è spinti a una seconda meravigliosa lettura).

La trama. Ecco: questo è il punto che sconcerta alcuni. La trama non è una trama tradizionalmente intesa. O si tratta di varie trame che si affiancano, che si compenetrano a volte e a volte restano separate e “inconcludenti”.
È difficile, quasi impossibile parlare della trama. E tuttavia il romanzo ruota tutto intorno ad un fuoco centrale: il “buco nero” delle centinaia di assassinii di donne che dal 1993 si vanno incessantemente accumulando a Ciudad Juarez – che nel romanzo prende il nome di Santa Teresa presso il deserto del Sonora, in Messico.
Il fenomeno in tutta la sua atrocità è reale, storia vera dei nostri giorni, parallela alle nostre vite reali – esattamente come scorrono parallele tra loro certe storie e vite del romanzo –  ed è irrisolto nella realtà come nel romanzo, in cui però diventa metafora: la metafora di una sorta di abisso oscuro in cui si perde ingoiata la Storia con la galassia delle sue storie, delle esistenze che continuano a girarvi intorno, tentando di capire o di trovare un’uscita.  Queste storie e queste vite spesso si sfiorano soltanto tra loro, senza incontrarsi, persino ignorandosi a vicenda, ma  sono legate appunto dal loro muoversi più o meno lontane dal bordo della voragine – e, su un altro piano, legate essenzialmente dalla consapevolezza, che in loro manca, ma che  il lettore gradualmente si forma, della situazione in cui si trovano.

Questi “Parte dei delitti ” (di Ciudad Juarez/Santa Teresa) meglio di ogni altra parte del romanzo evidenzia una concezione di letteratura di cui la vita è parte integrante: chi legge non può fare a meno di sapere continuamente nel corso della sua lettura che le pagine che sta godendosi seduto sul divano sono allo stesso tempo fiction e realtà viva, sua, urgente.
Un esempio di questa integrazione tra realtà e finzione letteraria è data, significativamente, dalla presenza nel romanzo di una figura come quella del giornalista Sergio Gonzalez Rodriguez, che riunisce in sé i caratteri di personaggio letterario alle prese con altri personaggi fittizi dentro il romanzo, e di persona in carne e ossa nella vita reale.

Sergio Gonzalez Rodriguez (foto) è  infatti nella realtà, proprio come nel romanzo, un giornalista e critico letterario che ha investigato a suo rischio sui delitti di Ciudad Juarez, sui quali ha pubblicato un libro, Ossa nel deserto, che può essere acquistato in ogni libreria.

Solo la quarta parte del romanzo, una delle più ampie, è dedicata ai delitti.
Ci si arriva attraverso approssimazioni, quasi impercettibili nella prima, e poi sempre più sensibili e allarmanti nella seconda e nella terza. Nella quarta prorompono fin dall’incipit le dolenti note: <<La morta fu ritrovata  in un piccolo appezzamento di terreno abbandonato nel quartiere di Las Flores. Indossava una maglietta bianca a maniche lunghe e una gonna gialla al ginocchio, di una taglia più grande. La scoprirono dei bambini giocando…>> – e come in una discesa lungo le bolge della voragine, ci si trova davanti a un’elencazione martellante delle morti, delle morte anzi, che si susseguono pagina dopo pagina, in una ripetizione ossessiva di dettagli, giù giù senza respiro, senza luce di speranza, nonostante l’annaspare, anche rabbioso, ma anche comico a volte o grottesco, di quelli che cercano di risalire, o di trovare un filo che porti fuori da quel labirinto in cui tutte le vie ugualmente conducono al nero.
Non a caso, in questa quarta parte, quella del “buco nero”, Bolaño riporta per intero (e per noi è commovente) il testo del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, quello dell’ “abisso orrido, immenso”, mettendolo nella bocca di una una vecchia guaritrice, un’ autodidatta, una veggente.

Ma se la quarta parte rappresenta il “buco nero” intorno a cui ruotano le storie,  la seconda parte, quella dedicata a un personaggio di nome Amalfitano,  a me è parsa rappresentare il cuore più intimo della narrazione.
Amalfitano è un professore di filosofia di origine cilena, un esule come Bolaño stesso, che come lui è vissuto in Spagna per poi trasferirsi in Messico e finire proprio a Santa Teresa. È un uomo mite e lucido al tempo stesso: una figura intensamente poetica. Senza più moglie, battuto dalla vita, ha una figlia che è il centro dei suoi affetti, e una volta che si rende conto dei delitti, si rammarica di averla portata con sé proprio in quel posto. Ha paura che possa venire assassinata.
Non accade nulla, sia nel male che nel bene, in questa “Parte di Amalfitano”: si  viene a conoscenza della storia passata (quella comica e angosciosamente disperata della moglie), si assiste al ruminio di pensieri sulla vita, sulla filosofia, sulla letteratura dei protagonista (che spesso sembrano rispecchiare quelli dell’autore), quasi al limite di una sua lucida e visionaria follia.  E però c’è soprattutto un’immagine, che non si dimentica.
A un certo punto Amalfitano appende nel suo giardino alla corda della biancheria un testo di geometria da cui è ossessionato perché non ricorda come ne sia venuto in possesso. Quel libro “ragionante” e  solitario sospeso alla corda, esposto alle intemperie, al vento che ne sfoglia le pagine, alla pioggia che lo batte, per misurarne la capacità di resistenza (il riferimento qui è a Duchamp), resta l’immagine più incisivamente metaforica della condizione di angoscia e di precarietà, non solo del professore, ma dell’umanità intera infine – senza dire di quella, cui inevitabilmente rimanda, dell’autore chino intento alla sua opera sulla soglia della morte. Un’immagine che spande nelle pagine di questa sezione del romanzo e poi, retrospettivamente e in avanti, in tutto il resto, un senso di malinconia poetica, ironica, disperata ed eroica insieme.

Roberto Bolaño ne suo studio, a Barcellona.

Le parti centrali di 2666 (sulla terza, pure molto bella, e legata a quella di Amalfitano, non mi soffermo per non abusare) sono racchiuse tra le due valve/cornice delle prima e dell’ultima sezione, strettamente interconnesse tra loro (la stessa cosa accade anche ne I detective selvaggi).

Nella prima è messo in scena un quartetto di critici letterari europei (un’inglese, l’unica donna, e un francese, un italiano e uno spagnolo) accomunati dalla passione letteraria per un romanziere tedesco, di nome Arcimboldi, oggetto della loro ricerca letteraria appunto, ma anche di un vero e proprio inseguimento nella realtà, poiché questo Arcimboldi, pur essendo vivente, si tiene appartato, non si sa dove risieda, non ha nemmeno fotografie che ne testimonino l’aspetto, né concede ad alcuno incontri e interviste.
I quattro, che nel frattempo intrecciano tra loro complessi rapporti di amicizia, di amore e di rivalità (esposti dal narratore con uno straordinario equilibrio tra ironia e oggettività che raggiunge miracolosamente momenti di alta commozione oltre che di lucida perspicacia psicologica) seguiranno le tracce di Arcimboldi fino oltre oceano a Santa Teresa, appunto,  sfiorando del tutto inconsapevoli la scena dei crimini, ma per giungere a intravedere comunque il vuoto in cui vaneggia il filo spenzolante della loro ricerca letteraria e umana.

Nella quinta, cioè l’ultima del romanzo, il lettore viene messo a parte della vita di Arcimboldi.
Qui il romanzo prende la struttura pressocchè tradizionale di una biografia che spazia anche in grandiosi scenari storici. Credo, per esempio, che sia difficile trovare una rappresentazione della seconda guerra mondiale che sia più profondamente, quasi direi sotterraneamente, coinvolgente e terribile di questa che ne dà Bolaño, pur non essendone stato, per anagrafe e nazionalità, testimone, né diretto né attraverso memorie familiari.
Forse il solo autore che viene in mente per un confronto possibile riguardo al senso della distruzione, dell’orrore e del male, della morte e della sopravvivenza (il termine “sotteraneo” in fondo si riferisce a questo: la guerra quasi come un viaggio nei regni della morte), è Sebald: quello che io trovo più vicino a Bolaño,  anche se poi,  pur condividendo con Bolaño una certa visione di romanzo dalla struttura complessa, rispetto alla narrazione tutta oggettiva e riflessiva di Sebald, Bolaño si caratterizza per esuberanza narrativa, e per una diversa  sensibilità, più appassionata.
2666 non ha una vera e propria conclusione.
Nessun mistero viene risolto, come del resto anche in altri libri del nostro.

 Le storie, le notazioni letterarie, le riflessioni, i racconti dei sogni, le figure, le voci si moltiplicano, e le importanti si affiancano sullo stesso piano alle minime e aneddotiche, in un insieme mutevole, grottesco o pauroso o ironico o commovente: proprio come nelle immagini di Arcimboldi il pittore, dove un piatto ricco di cibarie, tutte rappresentate nella loro verità fino al dettaglio, si muta in un volto minaccioso o comico, continuando però queste rappresentazioni a fluttuare scambiandosi le parti senza definirsi mai in una apparizione certa, delineata per sempre e priva di influenze e riflessi sull’altra.

Infine: una delle qualità che più mi hanno affascinato in Bolaño, oltre alla sua meravigliosa sovrabbondanza di narratore sempre e comunque avvincente, sia che descriva una battaglia o le città devastate della Germania (Sebald!), sia che racconti i congressi letterari (mescolando ai personaggi, ai titoli, agli editori di finzione quelli veri – c’è anche la Sellerio fra gli altri, scomparsa proprio oggi), le vicende d’amore o di sesso, la ripetitività dei delitti  o i minimi gesti quotidiani,  è la qualità poetica della sua scrittura.

Bolaño è un poeta. Un poeta narratore. Non a caso, del resto, tanti dei suoi personaggi sono poeti, appassionatamente poeti, voracemente poeti, forse a volte si potrebbe supporre pessimi poeti, ma poeti.  Sono poeti nella loro volontà di esserlo nella realtà come lui lo è nella rappresentazione della stessa e nel fatto stesso di averla voluta rappresentare nella sua assoluta, disperante – e poetica – elusività.