intimidazioni

Ora, dopo l’esempio offerto del Grande Imputato che mobilita manifestazioni contro i giudici nel tribunale e anche in piazza, si sono mossi anche i poliziotti per solidarizzare a favore dei colleghi condannati per il barbaro pestaggio mortale del ragazzo Aldovrandi.
Questi sono arrivati al punto di fare una manifestazione addirittura sotto le finestre dell’ufficio in cui lavora la madre della vittima, parte civile nel processo.

Mancano le parole per commentare un atto di così enorme gravità, reso ancora più grave dal contesto.

Brindisi

Se sia la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra o altra cosa apparentemente diversa, sarà da vedere. Certo è che questi delle stragi e delle bombe difendono malaffare e corruzione e sembra che si risveglino ogni volta che non si è certi della piega che può prendere la politica.

diversivi

L’uscita di Alfano sul pericolo dei matrimoni gay, anziché occupare posto di rilievo sui giornali e sollevare discussioni sul merito, mi sarebbe piaciuto che fosse stata riportata in margine a qualche articolo sulle mosse affannate del PdL a proposito di Rai e Giustizia, trattandola per quel che è: un tentativo di distrarre l’attenzione dalle questioni realmente in ballo.

Che le forze che si richiamano a Berlusconi – e lui stesso in persona – possano non solo intralciare, come fanno, l’opera del governo Monti, ma addirittura tornare a raccogliere consensi nei mesi che ci dividono dalle elezioni del 13, pare a molti cosa incredibile o molto improbabile.
Spero che sia così. Dovrebbe essere così.
D’altra parte, secondo le ricerche di De Mauro, ricordate anche in recenti articoli (vedi Massarenti sul supplemento domenicale del Sole 24 ore), più del 70% dei concittadini è analfabeta – e lo è nel modo più insidioso. Sa leggere infatti le parole, magari anche non compitando, ma non ne capisce o ne fraintende il significato né comprende il significato di un’intera frase. Un ottimo terreno per il successo di tutti i tipi di populismo, e di ogni ciarlatano.
Non a caso la questione della Rai è ritenuta cruciale.

altro esempio di destrezza

Il plurindagato ex presidente del consiglio è stato prosciolto dal reato di corruzione in atti giudiziari per sopraggiunta prescrizione.

Va ricordato che la prescrizione sarebbe scattata fra cinque anni se non fosse interventuta la legge ex Cirielli (2005) ad accorciarla e se il processo non fosse andato avanti tra continui ostacoli, prima dovuti al Lodo Alfano (2008) e poi alla legge sul cosiddetto legittimo impedimento. Tutte e tre queste leggi (le ultime due giudicate poi incostituzionali e l’ultima abrogata dal referendum dell’anno scorso) furono volute dall’imputato stesso e approvate dalla sua maggioranza parlamentare composta da deputati e senatori nominati anziché eletti (fra i quali vari avvocati, compresi quelli impegnati nella difesa dell’imputato stesso). Pure se dichiarate incostituzionali e abrogate, queste ultime due leggi sono servite comunque ad allungare i tempi del processo e dunque a raggiungere i termini della scorciata prescrizione prima che si arrivasse a una sentenza.

Naturalmente la prescrizione non equivale affatto all’assoluzione.
Invano tuttavia in questi anni, e persino negli ultimi mesi, il cittadino telespettatore ha ricevuto informazioni nei telegiornali circa questi giochi: sempre e comunque in margine ai processi di B sono andati in onda gli interventi degli avvocati dell’imputato e dell’imputato stesso, e mai i giornalisti si sono spesi a chiarire il significato tecnico dei termini usati o a ricordare la cronologia e i dati degli avvenimenti. Si è sempre preferito dare ad intendere che la definizione di leggi ad personam fosse un semplice punto di vista (“fazioso”) degli avversari politici dell’imputato e dunque qualcosa di inoggettivo e opinabile. Così come si è lasciato credere che le lungaggini del processo fossero dovute al malfunzionamento della giustizia e non esclusivamente agli interventi prepotenti della difesa, che si è servita anche del Parlamento pur di ostacolare in tutti i modi il naturale svolgimento del processo stesso – evidentemente non ritenendo di essere in possesso di elementi utili a far risultare innocente l’imputato.

sentenze

È davvero incredibile che Alfano (avvocato e già ministro della Giustizia) prenda il pretesto della sentenza di Perugia per attaccare tutta la magistratura e lamentarsi che i giudici non paghino mai i loro errori.

Proprio per cercare di evitare errori (che sono sempre possibili, specie in processi complicati dove le prove sono ambigue) ci sono nel nostro ordinamento tre gradi di giudizio. A garanzia dell'imputato.

Nei processi indiziari, come quello di Perugia, è sempre possibile che le prove siano valutate diversamente da due diversi collegi giudicanti, o che in appello vengano presentati dalla difesa nuovi elementi che rendano meno certe o addirittura vanifichino  le prove che in precedenza apparivano stringenti. Ma questo non significa che ci siano necessariamente colpe da parte di chi (magari in presenza di elementi inferiori o diversi di prova) ha dato valutazioni diverse.
Se, ogni volta che in appello si assolve chi in precedenza era stato condannato, i giudici di primo grado dovessero pagare, con ogni evidenza ci sarebbe il rischio che al processo di appello i nuovi giudici sarebbero molto cauti prima  di mutare la precedente sentenza, per non mettere nei guai i loro colleghi; o viceversa potrebbero mutare le sentenze proprio per metterli nei guai – e in ogni caso sarebbero meno liberi  nel giudicare.

Altra cosa è l'errore giudiziario dovuto a negligenza o arbitrio: ma per questi casi sono già previste pene e già è capitato che giudici venissero per questo processati a loro volta.

il processo breve nella finanziaria

Secondo il Fatto Quotidiano, nella bozza della finanziaria di Tremonti approvata ieri dal vertice di maggioranza, è stata infilata anche qualche norma che riguarda il processo breve. Leggi qui.

compatibili incompatibilità

Tutti a dare addosso a questo Lassini, che si è assunta la responsabilità di aver fatto affiggere vistosi quanto vergognosi manifesti che equiparano le Procure della Repubblica alle BR.
Non solo il Presidente della Repubblica, la maggioranza dei cittadini e l'opposizione hanno fatto sentire la loro voce, ma anche i suoi sodali di partito.
Il sindaco di Milano, Moratti, ha detto di essere "incompatibile con Lassini" (che è nella sua lista elettorale) e gli ha chiesto di fare un non meglio specificato "passo indietro"; il Presidente del Senato, Schifani ha affermato che quei manifesti "sono vili e incivili" e ha aggiunto che il PdL "dovrebbe prenderne le distanze";  altri esponenti del PdL li hanno a loro volta in vario modo giudicati quanto meno "esagerati".

Ma, come tutti sappiamo, ha ragione lui, Lassini, quando dice che in fondo non ha fatto che esprimere in modo sintetico quanto più volte affermato pubblicamente e gran voce da Berlusconi, che è niente meno che il Presidente del Consiglio oltre che il capo del suo partito. È stato B infatti a parlare per primo del "brigatismo giudiziario" e di "cellule rosse" tra i giudici, a dichiarare "eversiva" la Magistratura, a chiedere una commissione d'inchiesta per appurare se non ci sia in essa una "associazione a delinquere" e via di questo passo con crescente violenza verbale.

Dunque perché questi pidiellini mostrano di prendersela con uno zelante gregario, più che interprete, ripetitore fedele e letterale, benché sintetico, del pensiero del loro capo (capolista PdL a Milano, fra l'altro), mentre lasciano senza commento, anzi applaudono le affermazioni originali, che, in bocca al Presidente del Consiglio, hanno una gravità inaudita e di gran lunga maggiore che in bocca a un suo fan?

E poi: che senso ha chiedergli di "fare un passo indietro"? Le liste sono già state consegnate, come anche Moratti sa bene, e non sono possibili cancellature. Chiedendo di votare, oltre che per lei, per il PdL (che è il suo partito), inevitabilmente Moratti chiede anche di votare per lui e per Berlusconi (uniti nello stesso listino e tutt'altro che fra loro incompatibili).

Mi domando inoltre con quali soldi siano stati pagati quei manifesti. Sono stati affissi negli spazi riservati alla propaganda elettorale. Verranno rimborsati dallo Stato come parte delle spese elettorali del PdL? Li dovremo insomma pagare noi, alla fine?

ammissioni e negazioni

"Quella contro i magistrati è una guerra che io non posso disertare", ha detto l'altro ieri il Grande Imputato già sicuro di aver vinto una sua ennesima e molto importante battaglia .
Ha ventilato inoltre la possibilità che i suoi figli potrebbero scendere anch'essi in campo, qualora "si trovassero nella situazione in cui mi trovavo io nel 93" (vedi QUI)

Ancora una volta (come già nel caso di Ruby, della quale ha ammesso di sapere che si prostituiva, tanto che le ha dato soldi, a suo dire, perché non lo facesse), nel parlare a ruota libera il Vindice di tutti gli imputati eccellenti ammette ciò che i suoi giornali e i suoi devoti si sono tanto affannati a smentire con alte strida in tutti i talk show.
Dice infatti che la persecuzione da parte dei giudici non è cominciata dopo il suo ingresso in politica, come affermano i suoi portavoce, ma viceversa è lui ad essere sceso in campo proprio per sfuggire ai giudici che già avevano aperto inchieste sulla sua Fininvest. Questa era infatti la sua "situazione" nel 93.

Intanto però, per non smentirsi, cioè tanto per continuare a offrire falsi bersagli e nello stesso tempo far ondeggiare qualche carota davanti a chi si accolla la soma della controriforma della Giustizia o quella di oliare i rapporti col Quirinale, lascia capire che il suo "delfino" potrebbe essere Alfano e che lui non ha "nessun, nessun, nessun interesse a fare il presidente della Repubblica", carica che potrebbe spettare invece a Letta (dove la ripetizione di quel "nessun" fortemente  insospettisce).

accanimenti

A furia di ripeterlo sta diventando una specie di assioma che contro il PdC ci sia un accanimento da parte dei giudici. Non lo dice infatti solo lui stesso – l'unico che, in quanto imputato, può dire e negare ciò che vuole – né lo dicono solo i suoi fedeli e i suoi giornali, ma lo ripetono anche vari commentatori su giornali indipendenti, che pur criticando gli atteggiamenti e le iniziative legislative del suddetto, aggiungono in qualche inciso, come per apparire equilibrati, che "va riconosciuto" che un certo accanimento da parte della magistratura c'è (vedi oggi, per esempio,  Sorgi su La Stampa).

Ora non si capisce in verità da che cosa si possa dedurre tale "accanimento". 
I reati per cui B è perseguito non sono infatti irrilevanti infrazioni in cui può incorrere chiunque magari per distrazione, ma sono piuttosto gravi: corruzione, per esempio, o concussione ecc. Già altri sono stati condannati per quei reati stessi in cui lui è implicato (Previti, per esempio, e il magistrato da lui corrotto, o Mills che da lui fu corrotto per testimoniare il falso).
Vorrei che mi si spiegasse che cosa, per non "accanirsi", dovrebbero fare i giudici.
Insabbiare?  Chiudere un occhio per lui, visto che è un imputato eccellente? Fare finta di niente ed evitare indagini quando viene diffusa la notizia che il suddetto telefona in Questura per fare consegnare una minorenne sbandata (che lui stesso ora dice di aver considerato esposta alla possibilità di prostituirsi), anziché a una comunità, a una donna che a sua volta la consegnerà su due piedi a una litigiosa prostituta?

L'unico accanimento che in tutta questa storia appare evidente è quello di B stesso, che si ostina a restare al governo nonostante tutto – e non per occuparsi delle cose pubbliche, ma solo per modificare le leggi al fine di cancellare i suoi processi, nei quali evidentemente non è sicuro di poter presentare prove che smontino le accuse e affermino la sua innocenza.

“questi giudici vanno puniti”, disse l’imputato

A proposito dell’emendamento Pini, sulla responsabilità civile dei giudici, trascrivo qui di seguito l’articolo di De Cataldo apparso ieri su Repubblica:

Proviamo a esaminare i principali argomenti portati a sostegno dell’ ormai famoso emendamento-Pini.
Numero uno: i giudici che sbagliano devono pagare.
Da come la cosa viene presentata, sembra che non esista alcuna forma di responsabilità. Falso.
La responsabilità esiste, e prevede che, in caso di dolo o colpa grave, sia lo Stato a indennizzare il cittadino.

Obiezione, e argomento numero due: appunto, il giudice non paga mai di tasca propria. Falso. Lo Stato ha diritto di rivalsa sul giudice.

Obiezione, e argomento numero tre: allora godete di un privilegio castale che vi rende diversi da tutti gli altri cittadini, medici, architetti, ingegneri, i quali, si sa, pagano di tasca propria. Falso.
Ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano “di tasca propria”. Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga. E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si può rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni.
Quanto alla seconda categoria di cittadini che “non pagano di tasca propria”, ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici,i quali, in virtù di un articolo della legge sul finanziamento, “rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave”. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, è lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell’ Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica.
Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della società, e godono di un regime particolare. I giudici no.

Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l’ errore giudiziario in sé. E infatti l’ emendamento Pini introduce la categoria della “violazione manifesta del diritto” come fonte della pretesa di risarcimento. Osservazione di buon senso: il concetto di “manifesta violazione del diritto” è un motivo di ricorso in Cassazione. L’ ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all’ interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d’ altri tempi, la famosa funzione “nomofilattica” della Cassazione.
Qui l’ emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l’ abrogazione di un’ altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilità per “l’ attività di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove”. Il diritto secondo l’ on. Pini è mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l’ uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati.

Quinto argomento: l’ ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall’ Europa. Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d’ Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l’ adozione di formule vaghe e indeterminate come “negligenza grossolana” e via dicendo. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che si invoca oggi tratta della responsabilità per violazione del diritto comunitario non del singolo, ma dello Stato. Circostanza che fu autorevolmente ribadita dal governo attualmente in carica quando, il 20 novembre 2008, rispose a un’ interpellanza parlamentare degli onorevoli Mecacci, Bernardini e altri, testualmente affermando che “la normativa posta dalla legge 117/88 (sulla responsabilità dei magistrati) come rilevato anche dalla dottrina, non è in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell’ interrogazione”.
Tutti possono cambiare idea, ovviamente. Nel 2000 cambiarono il codice penale perché i giudici davano pene troppo basse agli incensurati, e bisognava dare un segnale repressivo. Oggi agli incensurati offrono il processo breve. Tutti possono cambiare idea. Ma è bene saperlo.

Sesto, e ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria. Vero. Contro questo argomento c’ è poco da opporre. Trent’ anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c’ è sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge.

GIANCARLO DE CATALDO