4. Shakespeare e la sua identità. Freud e l’oxfordismo

(proseguo il discorso aperto qui e qui e anche qui)

Avevo lasciato in sospeso Freud e la sua adesione al “partito” degli oxfordiani. Non a caso, suppongo, perché confesso che mi dispiace un poco trovare in un così grande pensatore aspetti in qualche modo imbarazzanti.
Ma tant’è: ecco la storia.

C’è da premettere che Freud aveva cominciato a leggere Shakespeare a otto anni e non smise di rileggerlo appassionatamente per tutta la vita.
Era nato nel 1856, l’anno stesso in cui l’americana Delia Bacon aveva pubblicato il libro in cui identificava in Bacone l’autore delle opere shakespeariane: nel corso della sua giovinezza dunque Freud ebbe a che fare, da un lato, con il clima allora imperante di divinizzazione del poeta di cui si ricercava la biografia nelle opere e, dall’altro, con il recente diffondersi di dubbi circa la sua identità.
Conobbe le teorie dei baconiani, ma non lo catturarono. Gli parvero giustamente assurde, oltre che grottesche per quell’insistenza a voler decifrare gli scritti shakespeariani quasi che fossero rebus volti a nascondere messaggi criptici da parte del vero autore. E in ogni caso pensava che Bacone, per scrivere, oltre alle sue grandi opere, anche tutte quelle di Shakespeare, avrebbe dovuto essere un genio non solo fuori dell’ordinario, ma propriamente mostruoso.
Più che l’identità di Shakespeare, in ogni caso, a Freud interessavano le opere, e in particolare l’Amleto che ebbe molta parte anche nella sua teorizzazione del complesso d’Edipo.
Ed è a questo proposito che rientra nel campo dei suoi interessi la vita di Shakespeare finendo in qualche misura con l’andare a legarsi  alla sua stessa.

Nel 1896 era morto suo padre. Questo evento aveva profondamente turbato Freud, come scrive lui stesso, rianimando antiche memorie infantili e facendogli riconsiderare il proprio rapporto coi genitori – cosa che contribuì grandemente alla delineazione del complesso d’Edipo che appunto allora si andò definendo nel suo pensiero come centrale.

Ora, proprio in quello stesso 1896 era uscito un libro dello studioso Georg Brandes su Shakespeare. Brandes scriveva che l’Amleto era stato composto da Shakespeare nel 1601, a ridosso della morte del padre, e che era stata la risonanza interiore che aveva avuto in lui tale perdita l’esperienza personale che aveva ispirato Shakespeare nella costruzione del personaggio. L’Amleto era insomma un’opera profondamente autobiografica:  le riflessioni e il conflitto di sentimenti che Shakespeare attribuisce ad Amleto erano espressione del suo stesso stato d’animo conseguente alla morte del padre.

Freud fu molto colpito da questa lettura* che cadeva proprio mentre nel pieno del turbamento provocato dal suo lutto riconosceva in sé i “sintomi” stessi di Amleto, lo stesso suo senso di paralisi.  “Non avevo mai immaginato – scrive nel 1897 in una lettera all’amico Fleiss – niente di simile a questa mia attuale paralisi intellettuale. Ogni rigo che scrivo è una tortura… Ho attraversato una sorta di esperienza nevrotica con strani stati mentali non intelleggibili alla coscienza – pensieri annuvolati e dubbi indefiniti, con qualche raro raggio di luce qua  e là.”
Tutto tornava dunque. Brandes aveva con ogni evidenza ragione. L’uomo che aveva concepito quel “moderno Edipo” (la definizione è di Freud) che è Amleto non poteva, secondo Freud, che essere un uomo come lui turbato dalla morte del proprio padre.

Tuttavia gli studi shakespeariani negli anni successivi giunsero a datare la composizione dell’Amleto in anni precedenti a quel fatidico 1601. Anche Brandes stesso lo riconobbe in un suo nuovo libro. Questo mandava all’aria le congetture fatte circa il legame tra la morte del padre di Shakespeare e la scrittura dell’Amleto – nonché circa il legame che Freud aveva creduto e sentito di individuare tra se stesso, inventore/autore del complesso d’Edipo, e Shakespeare, inventore/autore di quell’Edipo moderno che sarebbe stato l’Amleto.

Fu  in concomitanza con questo che Freud cominciò a dubitare sempre più energicamente dell’identità dell’autore delle opere shakespeariane. Non era più  convinto che William Shakespeare, cresciuto “con di fronte alla casa paterna di Stratford un mucchio di letame“, potesse davvero essere stato in grado di scrivere cose così profonde. L’autore “vero” – quello con cui Freud poteva davvero identificarsi –  non poteva essere un attrorucolo provinciale di così umili natali: doveva essere di altra origine.
Il fatto insomma che l’Amleto non fosse stato scritto a ridosso della morte del guantaio di Stratford, anziché far ricredere Freud circa le connessioni che aveva pensato di individuare tra il lutto dell’autore e la nevrosi di Amleto, diventava invece una “prova” che il suo autore non poteva essere il figlio di quel guantaio.

Freud immaginò dapprima, lombrosonianamente osservandone il ritratto, che Shakespeare non fosse un inglese: forse era un francese, ipotizzò: un Jacques Pierre il cui nome era poi stato deformato in Shakespeare.
Immaginò poi che le sue opere fossero frutto di un gruppo di autori (il che avrebbe spiegato la loro grandezza, dovuta al contributo di più teste e non più parto di un singolo genio, forse troppo grande per essere credibile).
E, infine, si imbattè nel libro di Looney che sosteneva che l’autore di Amleto e di tutto l’opus shakespeariano fosse il conte di Oxford, Edward De Vere, e se ne lasciò convincere tanto da abbracciarne definitivamente la teoria. Un argomento particolarmente importante stava nella circostanza che il De Vere aveva perso il padre da ragazzo (1662) e sua madre, con sdegno del figlio, si era presto risposata – come Gertrude. Se De Vere era l’autore di Amleto, nessun ulteriore arretramento della data di composizione della tragedia avrebbe  quindi potuto mettere in forse il fatto che l’autore avesse vissuto di persona i conflitti di Amleto.

Ho alquanto schematizzato: molto altro ci sarebbe da dire, ma non è possibile in poco spazio.

Io sto prendendo tutte queste notizie dal bel libro di Shapiro che già ho citato. Là si trova, tra l’altro, una interessante storia, che mi piace riportare, anche perché dice qualcosa del sentimento che io stessa, e certamente altri ammiratori** shakespeariani di Freud, provano di fronte al suo oxfordismo.
Nel 1929 cominciò a farsi analizzare da Freud un dottore americano, uno psichiatra, tale Smiley Blanton, cultore anche lui di Shakespeare (da giovane aveva seguito corsi su di lui per molti anni e fatto anche l’attore, ragion per cui conosceva letteralmente a memoria mezza dozzina di drammi ). A un certo punto, in una delle prime sedute, questo Blanton (tutta la storia è ricavata da memorie sue e della moglie) si sentì chiedere da Freud se “pensava che Shakespeare avesse davvero scritto Shakespeare“. Quando rispose che, sulla base delle sue buone conoscenze delle opere di Shakespeare, non vedeva nulla che potesse fargli sospettare un’identità diversa da quella tramandata, si vide consegnare da Freud il libro di Looney con l’invito a leggerlo perché “c’era chi la pensava diversamente”.
Tale fu lo sconcerto del paziente per questa uscita del suo analista che, scrive,  “pensai che se Freud credeva che Bacone o Ben Jonson o qualsivoglia altro avesse scritto le opere di Shakespeare, io non potevo più continuare l’analisi con un uomo del cui giudizio non potevo fidarmi“.
Non riuscendo a farlo lui stesso per timore di trovarvi troppe sciocchezze, diede il libro in lettura alla moglie. Questa lo giudicò non indegno di interesse (e del resto a regalarlo a Freud, si scoperse poi, era stato proprio l’analista da cui andava lei durante quel soggiorno a Vienna. E c’è da chiedersi se Freud ne fosse consapevole. Chissà?).
Blanton allora lesse a sua volta il libro ed ebbe il sollievo di vedere che “almeno, non conteneva quel tipo di esercitazioni cifrate che erano la caratteristica dei baconiani“. Pur non essendo affatto convinto delle teorie oxfordiane, proseguì dunque l’analisi, rassicurato di non dover considerare il suo analista uno con qualche rotella fuori posto. Ma tutta la cosa lo aveva così profondamente colpito che gli capitò poi in sogno di fondere spesso tra loro le  due figure di Shakespeare e di Freud.
I Blanton  videro Freud l’ultima volta a Londra nel 1938, quando era già molto malato (morì nel 1939). In quell’occasione Freud chiese alla moglie di Blanton, che era andata a salutarlo, dei suoi programmi e lei disse che sarebbero andati per qualche giorno a Stratford perché il marito voleva ” stare un po’ da quelle parti e aggiungere qualcosa alle sue conoscenze shakespeariane”. Al che Freud, riferisce lei, “improvvisamente assumendo un tono tagliente che non gli era solito” chiese: “Dunque Smiley ancora crede che sia stato quel tipo di Stratford a scrivere i drammi?” Lei avrebbe voluto raccontargli del “conflitto di fuoco” attraversato dal marito nei primi anni, quando aveva scoperto che il suo venerato analista era un oxfordiano; ma, pensando che “se il professore aveva un qualche senso dell’umorismo, non lo aveva mai dato a vedere”, si morse la lingua e non disse nulla.

La favola insegna che, quando si deve giudicare di una qualche teoria, non bisogna lasciarsi influenzare dalla personalità e autorità di chi la sostiene. Anche i grandi infatti possono sbagliare. E restano grandi lo stesso.

_______________
* Ebbe per lui tanta importanza che la cita ne L’interpretazione dei sogni (1900):
…ciò cui ci troviamo di fronte nell’Amleto non può che essere naturalmente la mente del poeta. Leggo in un libro su Shakespeare di Georg Brandes (1896) l’affermazione che Amleto fu scritto immediatamente dopo la morte del padre di Shakespeare (1601), cioè sotto l’impatto immediato della sua perdita e, come possiamo presumere, mentre i suoi sentimenti infantili verso il padre ne venivano riportati in vita. È noto inoltre che il figlio di Shakespeare, che morì in tenera età, portava il nome di “Hamnet”, che è lo stesso che “Hamlet” .

[Che il figlio di Shakespeare si chiamasse Hamnet ha suggestionato molti. Tuttavia va ricordato che a quel tempo si usava imporre ai figli i nomi dei padrini di battesimo. E i padrini dei due gemelli di Shakespeare (Judith e Hamnet) furono una coppia di vicini di casa, amici degli Shakespeare, che si chiamavano appunto Hamnet e Judith Sadler (lui, fra l’altro, fu anche uno dei testimoni che sottoscrissero il testamento di Shakespeare). Non sembra perciò che il nome del figlio possa essere messo in diretta relazione con il principe e la tragedia di Amleto].

**Anche Jones, allievo di Freud e autore della più nota rilettura dell’Amleto in chiave psicoanalitica (Hamlet and Oedipus, 1949), era molto perplesso di fronte all’oxfordismo del maestro e la loro divergenza su tale questione aveva persino raffreddato un poco i loro rapporti. Tanto più che quando Jones perse improvvisamente un figlio e scrisse a Freud chiedendogli espressamente qualche parola di conforto, il maestro (ahimé) non trovò di meglio da dirgli che invitarlo, per uscire dal lutto, a ricercare per lui che si pensava in Inghilterra della teoria oxfordiana.
Nella sua monumentale biografia di Freud, Jones giustifica l’attaccamento del maestro all’oxfordismo dicendo che qualcosa “nella mentalità di Freud lo spingeva a nutrire uno speciale interesse per le persone che non erano ciò che sembravano” e giunge a osservare che  in quel rifiuto della identità di Shakespeare da parte di Freud c’era qualcosa che “derivava dal suo ‘romanzo familiare’, un “desiderio che certe parti della realtà potessero venire cambiate”. In qualche modo, si potrebbe anche dire, Freud cercava nell’autore dell’Amleto un padre più solido e socialmente autorevole dell’attore di Stratford.
__________________________
Immagini

  • Una foto di Freud nel suo ultimo anno di vita.
  • Shakespeare nel ritratto detto di Chandos, dal nome della famiglia presso cui fu ritrovato a metà del 1800. Si suppone che sia quello da cui Droeshout trasse la sua famosa incisione stampata nel frontespizio dell’in folio
  • il lettino nello studio di Freud a Vienna
Annunci

conflitto di verità

Ho speso più di 200milioni di euro per consulenti e giudici…. ehm…, per avvocati…” Così B., come si può ascoltare e vedere QUI

Un lapsus, niente di più. Ma un lapsus non è mai insignificante, come si sa.
Secondo Freud, il lapsus non sarebbe però, come a volte si crede, solo l’espressione di una verità che chi parla o scrive vorrebbe censurare attraverso una menzogna. Anche questo accade; ma più spesso il lapsus sarebbe piuttosto il risultato di un conflitto tra due verità, delle quali una, a dispetto delle intenzioni consapevoli, scivola a galla prendendo il posto dell’altra e costringendo chi parla a dire ciò che gli è spiacevole ammettere.
Questo mi sembra proprio esatto nel caso del nostro: infatti anche l’aver speso molto in avvocati, è a sua volta vero: non è una menzogna.
Pover’uomo.

(Ho tolto il video, sostituendolo con un link, perché la visione diretta poteva essere disturbante per qualcuno dei miei lettori).

a proposito di Provvidenza

“L’uomo comune non può non rappresentarsi questa Provvidenza se non nella persona di un padre estremamente elevato. Soltanto un essere simile può comprendere i bisogni del figlio dell’uomo, venir impietosito dalle sue preghiere, placato dai segni del suo pentimento. L’insieme è così manifestamente infantile, così irrealistico, da rendere doloroso, a un animo amico dell’umanità, pensare che la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita. Più umiliante ancora risulta scoprire quanto grande è il numero di coloro che, vivendo oggi, devono riconoscere che questa religione non è sostenibile, ma tentano nondimeno di difenderla a palmo a palmo, con una serie di penose azioni di retroguardia.
Verrebbe voglia di mescolarsi alle schiere dei credenti per rivolgere, ai filosofi che credono di salvare il Dio della religione sostituendolo con un principio impersonale, oscuro e astratto, il monito: Non nominare il nome di Dio invano! Se alcuni dei grandi spiriti del passato hanno fatto lo stesso, non perciò è lecito rifarsi al loro esempio. Sappiamo perché dovettero farlo.”


Di solito una lettura tira l’altra, come le ciliege. I libri come gli amici ci presentano sempre altri libri con cui fare conoscenza, e ci conducono lungo loro vie e quartieri nuovi o anche ci riportano a volte in zone già attraversate, ma che in nuova compagnia e a distanza di tempo ci paiono nuove anch’esse e con angoli o prospettive prima trascurate e ora improvvisamente attualissime.
Seguendo le suggestioni di Freud’s Requiem di Matthew Von Unwerth (di cui ho parlato qui un mese fa) ho preso in mano Il disagio della civiltà, scritto nel 1929 da Sigmund Freud (trad. di Ermanno Sagittario, ed. Boringhieri 1971) e mi sono imbattuta, fra l’altro (il molto altro), nel brano su riportato.
Lo sottoscrivo tutto, parola per parola: vi ritrovo il mio pensiero esattamente espresso e, visti che i tempi che corrono, una certa attualità, che in precedenza m’era parsa meno urgente.

[Aggiungo: è sempre un piacere grandissimo (anche perché raro) leggere riflessioni profonde espresse in una scrittura limpida come questa di Freud. È una scrittura che a me fa pensare ai modi semplici che caratterizzano le persone di grande valore, in confronto con gli atteggiamenti di sussiego, i cappelloni a larghe tese e i mantelli oscuri dei molti che semplicemente si spacciano per grandi. Invece il nostro, con accenti quasi leopardiani:

“Così mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai miei simili e accetto il rimprovero di non saper portare loro nessuna consolazione, ché in fondo questo è ciò che tutti chiedono, i più fieri rivoluzionari non meno appassionatamente dei più virtuosi credenti.”]

il valore della vita

Quando ci si interroga sul senso o sul valore della vita si sta male, dato che obiettivamente non esistono, né l’uno né l’altro. Così facendo, semplicemente si ammette un eccesso di libido insoddisfatta, e poi deve avvenire qualcos’altro, una sorta di processo di fermentazione, che porta al dolore e alla depressione. Queste mie spiegazioni non sono certamente grandiose. Forse perché io sono troppo pessimista. C’è, che mi attraversa la testa, una réclame, che ritengo sia la più sfacciata e di successo tra quelle americane di mia conoscenza.”Why live, if you can be buried for ten dollars?”

Da una lettera di Sigmund Freud a Marie Bonaparte, del 13 agosto 1937.

L’ho trovata citata in un libro che ho appena finito di leggere (Freud’s Requiem. Mourning, Memory, and the Invisible History of a Summer Walk di Matthew Von Unwerth, New York 2006).

Si tratta di un lungo, interessante commento, molto bello, a un breve e intenso articolo che Freud scrisse nel 1915, durante la prima guerra mondiale, come contributo a una pubblicazione in onore di Goethe.
L’articolo di Freud si intitola “Sulla caducità“, e in qualche modo appare come il più letterario e poetico tra i suoi scritti. Freud prende spunto dal ricordo di una passeggiata estiva lungo un sentiero alpino con “un giovane poeta” e una “silenziosa amica” (che non nomina, ma che probabilmente sono Rainer Maria Rilke e Lou Andreas-Salomé), per una meditazione sulla fugacità delle cose, sul lutto e la guerra in corso, e sulla creatività.
Matthew Von Unwerth (un giovane studioso americano, che lavora presso l’Istituto Psicoanalitico di New York), nel commentare questo racconto di Freud e le sue riflessioni, finisce col tracciare, attraverso un gioco caleidoscopico di associazioni e di documentazioni, le biografie di Freud e di Rilke nell’intrecciarsi delle loro varie relazioni col mondo del loro tempo e con la memoria degli antichi. Freud e Rilke di fatto si incontrarono solo una volta, nella hall di un albergo di Monaco e non nello scenario alpino tratteggiato da Freud nella sua rievocazione creativa. Von Unwerth tuttavia, nel suo libro, ricerca e ricostruisce attraverso l’intera loro vicenda umana e intellettuale, dall’infanzia alla morte, le tracce di un confronto e di un discorso che si intrecciano nel fondo, sotterraneamente, alle radici di quella discussione collocata nello scenario alpino di una passeggiata che, nella realtà storica, non è con tutta probabilità mai avvenuta.