invocazioni

Fra le varie cose insensate che si sentono e si leggono c’è anche quella di invocare Renzi come possibile presidente del consiglio al posto di Bersani.

Renzi, a quanto pare, non sembra affatto allettato dall’idea di un incarico che con ogni probabilità lo brucerebbe. E fa bene.

Anche perché, comunque la si pensi su di lui, sulle sue idee e sulle sue capacità, e anche ponendo che alcuni si siano pentiti di non averlo a suo tempo votato, ci sono dei dati di fatto da cui non si può prescindere, se si ritiene che valga ancora la democrazia in questo paese.

Alle primarie, piaccia o dispiaccia, Renzi ha perso. Come candidato per la presidenza del consiglio è stato eletto, piaccia o dispiaccia, Bersani. Le primarie si sono svolte secondo regole di democrazia e hanno visto una grande e appassionata partecipazione di cittadini.

Ora, se i risultati di una votazione avvenuta limpidamente secondo regole concordate possono essere scavalcati e capovolti come se non avessero valore, che senso avrebbe allora votare?
Allargando il concetto: se (in nome, per di più, di fantasie salvifiche illusorie) fossero accettabili piroette di questo genere, anche delle votazioni politiche si potrebbe all’occasione non tenere alcun conto, e quando il loro risultato si rivelasse a cose fatte una ciambella senza buco, un pugno di audaci interpreti del sentire popolare lo modificherebbe secondo il proprio criterio o vantaggio. Invece, come è ovvio, per cambiarne il risultato la via è quella di tornare a votare. Se no, si tratterebbe di un colpo di mano.

Renzi, che sempre tende a personalizzare, dice che sarebbe, nel suo caso, come dare una “pugnalata alle spalle” a Bersani – e al PD stesso, aggiungerei io: al suo sforzo di essere un partito effettivamente democratico.
Ha ragione.

Ma evidentemente stiamo vivendo un momento di pericolosa insensatezza e sembra che di questi scrupoli morali e della democrazia tout court, sia nel Paese che all’interno dei partiti, a molti non importi un granché.

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spero di sbagliarmi

“Ma io, votando Grillo, credevo che…” cominciano a dire molti già delusi.

Credevano che ci fosse la volontà da parte dell’arringatore di contribuire decisivamente a fare leggi che si aspettano da decenni.
Ora pare invece che, pur avendone l’occasione reale e a portata di mano, Grillo non lo voglia. L’oscuro Casaleggio (ma chi mai lo ha eletto? a chi piace? chi sapeva che esistesse fino a non molti mesi fa?) meno che meno.
Serpeggia la delusione tra molti elettori.
Elettori che, ammaliati dalla promozione del personaggio da parte della Tv e dalla facilità degli slogan, non resi perplessi dalla violenza del linguaggio e dalle spaventose contraddizioni del programma, incuranti della complessità dei problemi e fiduciosi di poterli risolvere senza troppa fatica, magari semplicemente esprimendosi attraverso il computer così come ci si esprimeva al bar, indifferenti all’assoluta assenza di democrazia nel movimento, hanno dato il loro voto come se le elezioni fossero un comune sondaggio e non soprattutto un’assunzione di responsabilità.

Dicono: “Grillo terrà conto di questa delusione e delle aspettative dei suoi elettori.”

No. Grillo vuole dare ad intendere che se non si farà un bel nulla, se cioè l’occasione non sarà colta e utilizzata, la colpa è di tutti gli altri. Solo degli altri. Gli spregevoli politici, la politica in generale (come non fosse politico a sua volta).
Per questo, approfittando della drammaticità di questo stallo, vorrebbe spingere verso un governo PD-PDL – desiderato non a caso anche da Berlusconi – per convogliare (anche solo ventilando l’ipotesi, subito fatta propria dai media e data in pasto come se fosse all’o.d.g. dei PD) il disgusto degli elettori verso il PD (soprattutto il PD, unico suo vero bersaglio, perché portatore, sia pure tra difficoltà, di un programma di rinnovamento che, se attuato, gli toglierebbe il terreno sotto i piedi) .
Conta così di accrescere alla lunga il consenso verso se stesso, recuperando anche quello degli attuali delusi.
Non gli interessa nulla che vengano fatte quelle famose riforme necessarie e giuste. Non gli interessa nulla delle sorti del Paese e dei tanti che vivono la difficoltà della crisi. Meno che meno gli interessa la democrazia.

Aspira in un certo senso a costituirsi come partito unico*.

Altro non è la cosiddetta “democrazia diretta” che si attuerebbe attraverso il Web. Quella che secondo il profeta Casaleggio sarebbe la prossima forma del dominio del mondo. Diretta, secondo gli imboniti, dalla gente (dai cittadini, “noi”) attraverso i tasti del Web* – secondo la realtà, già evidente nel modello del grillismo, diretta dall’alto, da gruppi ristretti di irraggiungibili Casaleggio, esperti di marketing.

Non è detto che i delusi non abbocchino.
(Spero di sbagliarmi).
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*Non significa altro il suo “tutti a casa!”

**Che il successo di Grillo sia attualmente dovuto al Web è tuttavia in molta parte una falsità. Questo successo così vasto è stato con ogni evidenza raccolto di fatto attraverso la continua presenza in TV.
Secondo recenti statistiche (vedi QUI) solo una piccola minoranza dei cittadini si informa in Italia attraverso il Web. Una simile esigua minoranza (in parte sovrapponibile e sempre più in calo) si informa attraverso i quotidiani. Pochissimi (anch’essi in gran parte sovrapponibili ai precedenti) leggono libri. Il resto, la grande maggioranza, si informa principalmente attraverso la televisione e secondariamente attraverso la radio.
Il recupero straordinario di consensi da parte di Berlusconi e il successo di Grillo, i due personaggi più presenti in TV in questi ultimi mesi (quelli che l’hanno “utilizzata” meglio secondo le regole del marketing cui entrambi si ispirano), confermano il quadro.
Il Web tuttavia si diffonderà anche da noi, ed è uno splendido strumento che si presta però particolarmente bene alla manipolazione, specie se si accompagna all’analfabetismo funzionale.

il megafono

Saranno ottime persone, questi eletti della lista Cinque Stelle, piene di buone intenzioni, desiderose di onestà nelle cose pubbliche e di una partecipazione attiva dei cittadini alla politica – e di una politica in nome dei cittadini.

In fondo noi siamo vecchi -dice più d’uno dal fondo dello scoraggiamento – e forse non capiamo la novità di questa iniezione di linfa vitale portata dai giovani, questa gocciolina di speranza…

Va bene. Accogliamo pure tra i nostri fiochi lumi di ragione questo dilagante luogo comune – benché già sentito quasi tale e quale anche ai tempi dei primi trionfi della Lega e smentito poi puntualmente dai fatti e a nostre spese.
Va bene.
E tuttavia non riesco a non chiedermi: come è possibile, se si è animati da idee di onestà e partecipazione dal basso, e si aspira a una politica fatta davvero in nome dei cittadini ecc., come è possibile accettare la direzione di un personaggio come Grillo?

Ma è solo il megafono del Movimento – risponde prontamente qualcuno.

No, invece. A parte che come megafono è assordante (e per ciò stesso alquanto violento), Grillo in realtà è il capo, il padrone assoluto del M5S. Le decisioni, lo abbiamo ben visto e appreso, le prende lui con Casaleggio e pochissimi altri (o nessuno). La rete non è strumento di democrazia, ma solo di consenso, anche di manipolazione spesso. E comunque Grillo non ha raccolto le folle attraverso la rete, ma come Berlusconi attraverso la Tv, che non ha mancato di enfatizzare la sua presenza (e quella di B). Da sempre – e sempre di più.

Se sparisse la coppia Grillo-Casaleggio, il Movimento sarebbe disperso, dovrebbe ripartire da zero, non saprebbe nemmeno da dove ricominciare, come ricominciare. Grillo non è un semplice megafono del Movimento: perché il Movimento non esiste se non come suo seguito. Non è un movimento, ma un insieme di seguaci.

Non a caso infatti il “megafono” vorrebbe andare lui alle consultazioni con Napolitano.
Per forza: nessuno degli eletti saprebbe come interloquire col Presidente della Repubblica, sia per assoluta inesperienza di norme costituzionali, sia soprattutto perché non si sentirebbe autorizzato a discutere, a farsi o meno convincere su qualche punto, a proporre significative argomentazioni ecc. Non sarebbe insomma in grado di parlare a nome del suo gruppo, perché il gruppo stesso, per conoscere con certezza, e non solo approssimativamente, la propria linea politica, in una fase che non è più di propaganda e facilonerie da web, attende l’illuminazione da parte del capo.
E questo capo è come un Papa auto-eletto, un Duce senza nemmeno il Gran Consiglio: con lui non si discute né si decide insieme, ma tutt’al più lo si supplica attraverso invocazioni, esortazioni e accorate preghiere, raccolte di firme ecc.

Dunque è questo che la mia ragione mi chiede: è possibile sperare davvero in un rinnovamento (non un abbattimento) della nostra democrazia attuato da parte di persone che accettano tranquillamente una specie di dittatura all’interno del movimento di cui fanno parte?
Forse, per il momento, questa forza nuova eletta in Parlamento potrà risultare utile a evitare al Paese l’immediato disastro della ingovernabilità e forse a fare qualche legge giusta e necessaria, di quelle che sono già nel programma del PD/SEL. Il che non è poco.
Vedremo.
Ma basterà questa esperienza di quasi-governo a far nascere una maggiore consapevolezza democratica nel M5S?
Mah! Siamo vecchi. Vedremo anche questo (speriamo).

Cambiamento?

Il voto a Grillo dimostrerebbe, si dice, la voglia di cambiamento.

E quello a Berlusconi, dato con tanto entusiasmo pur dopo tutte le pessime prove e la catastrofe del suo ultimo governo?

Questa metà di paese che si innamora o conferma il suo amore e la sua fiducia verso figure trucemente buffonesche, non dimostra invece una perseverante continuità?

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Il cambiamento, d’altra parte, già c’è stato, mi suggerisce una mia interlocutrice. E consiste nella trasformazione delle elezioni in una sorta di votazione del Grande Fratello, dove vince, entra o esce il “personaggio” che in un modo o nell’altro sembra il più simpaticone o litigioso o prepotente, o comunque concentra su di sé l’attenzione – e altro non si richiede.

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Poi bisogna anche intendersi sulle parole.
Vedere per esempio se “voglia di cambiamento” equivale alla pernacchia e alla porta sbattuta, oppure questa è solo un’espressione di scontentezza, che non è detto che preluda a una volontà reale, cioè a un impegno, per modificare l’andazzo. A volte si sbattono porte e si impreca e si manda qualcuno a quel paese solo per uno sfogo – e poi si torna nella situazione di prima, quasi come se niente fosse. Ci sono legami che durano una vita e si rinforzano addirittura nel loro peggio a furia di simili porte sbattute e sanguinosi insulti.

scandali pelosi

A proposito della disavventura di Giannino che ha ceduto a una ridicola e un po’ imbarazzante vanità dicendo en passant di avere titoli di studio che non aveva, mi lascia perplessa il grande clamore e scandalo che se ne è fatto.

Mi viene in mente che nessun simile coro di scandalo si è mai levato per menzogne della stessa natura, ma molto più gravi, di cui si sono resi autori altri personaggi: Bossi (Umberto), per esempio, che a suo tempo fece credere alla moglie di essere laureato in medicina e, ovviamente, il solito Berlusconi, che fra le tante sue imprese, si appropriò di uno scritto di Luigi Firpo usandolo tale e quale in una prefazione, a sua firma, dell’Utopia, di Tommaso Moro.

Evidentemente, in questo paese di bugiardi e truffaldini, di evasori fiscali e furbastri d’ogni specie, di impuniti e incontrastati manipolatori di fatti e di dati, gli unici che non possono cincischiare nemmeno un’infantile e piuttosto innocua bugietta sono quelli che danno fastidio al Re delle Fandonie.

il pifferaio e i suoi

Che cosa c’entri con l’informazione sentirsi ripetere e vedere enfatizzato nei titoli e nei telegiornali tutto quello che dice Berlusconi, ogni suo fiato, ogni sua frase subito smentita e capovolta, ogni bugia, ogni insulto, ogni gesto, ogni battuta, ogni già mille volte ripetuta vanteria, è per me misterioso.
Invece pare che i giornalisti non cerchino di meglio e, incuranti del fatto che già lui da solo riesce a occupare quotidianamente gli schermi ora in una ora in un’altra trasmissione, gli fanno con grande solerzia da cassa di risonanza dandogli uno spazio del tutto spropositato e ingiustificato, e credendo poi di salvarsi la coscienza con la scusa che magari a volte ne parlano male.

Si distingue tra gli altri il direttore del Tg di La7 che, sempre osannandosi nei suoi pistolotti per essere imparziale al punto di non andare nemmeno a votare (!), non fa che consumare il tempo che dovrebbe dedicare alle vere notizie con lunghi servizi su di lui e su Grillo – tanto perché quest’ultimo non cada troppo nei sondaggi. Sondaggi che, dati giorno per giorno e quasi ora per ora (e perciò poco significativi) anch’essi occupano a scapito dell’informazione un tempo sproporzionato, venendo commentati come se fossero notizie e non notoriamente un mezzo di propaganda.

Ha ragione Monti nel paragonare B. al sinistro pifferaio della famosa fiaba.
Ma il fatto è che questo nostro pifferaio non meno sinistro, pur avendo già compiuto grandi disastri, viene invece al suo ripresentarsi festosamente trattato dai giornalisti come un simpatico mascalzone (vedi per esempio la vergognosa trasmissione di Santoro) e addirittura gratificato quasi unanimemente del titolo ammirato di “grande lottatore” a causa della cinica faccia tosta con cui ripropone il suo gioco pernicioso.

D’accordo, il guaio principale è che ci sono ancora tanti gonzi e smemorati disposti a farsi truffare al gioco delle tre carte. Ma non dipenderà questo in qualche misura anche dalla complicità col truffatore di quegli addetti all’informazione che hanno abdicato al proprio ruolo?

le regole

Ecco: come era prevedibile fin dall’inizio, il nostro eroe (Renzi) si prepara a contestare il risultato delle primarie qualora non riuscisse a vincere (anche in questo seguendo la tradizione del suo modello). Prevedibile perché annunciato dai mugugni, prima contro il fatto stesso che ci fossero delle regole (quasi che la loro assenza fosse un fatto di libertà), poi dall’irrisione delle regole stesse e infine dal tentativo di forzarle.

Si dice: nelle elezioni normali, al secondo turno vanno o possono andare tranquillamente a votare molti che al primo non lo hanno fatto senza che nessuno faccia obiezioni.
Certo. Ma il fatto è che nelle elezioni normali il bacino elettorale coincide con l’intera cittadinanza.
Nelle primarie di coalizione, invece, il bacino è quello di quella parte della cittadinanza che si riconosce in quella coalizione. Questo implica necessariamente che ci sia una preventiva registrazione. Ed è questa che infine definisce il bacino stesso.

Nel nostro caso ci sono stati più di venti giorni per registrarsi – e siccome c’era la possibilità di farlo anche on line, chi voleva poteva iscriversi pur trovandosi fuori città o all’estero. Che un certo numero di cittadini per qualche particolare motivo non sia riuscito a farlo è plausibile, e giustamente il regolamento dà loro la possibilità di registrarsi ora.
Ma non è credibile che questo numero sia molto alto.

Gli strepiti renziani per far ammettere chiunque voglia farlo all’ultima ora, al di là di ogni regola, sono manifestamente pretestuosi.
A che servono allora?

Uno, a far credere preventivamente e contro ogni evidenza che, se per caso Renzi non vincesse, la sua sconfitta sarebbe dovuta agli ostacoli messi dall’apparato contro di lui, quasi che fosse stato impedito ai suoi di registrarsi e partecipare (cosa palesemente infondata, dal momento che le regole garantiscono lui alla pari di tutti gli altri: i suoi seguaci hanno avuto le identiche possibilità degli altri di partecipare e, se sono appassionati come parrebbe dalle ovazioni, non dovrebbero in molti aver tralasciato l’occasione di correre a registrarsi subito, fin dall’inizio di novembre).

Due, a ribadire quello che in questi anni ci è stato insegnato e propagandato dal berlusconismo: cioè che le regole sono un intralcio per la “libertà” e si seguono solo quando conviene, altrimenti le si considera carta straccia.

Tre, a usare questi falsi argomenti per proporsi propagandisticamente come vittima del perfido apparato (posizione che come insegna B, la grande vittima di complotti giudiziari, attira consensi) e per giustificare, in caso di sconfitta, gli attacchi contro il PD nel suo complesso – a dispetto delle dichiarazioni di essere disposto ad accettare il risultato e a ritirarsi (contentarsi di fare il sindaco).

Dichiarazioni false ovviamente, e anche un po’ assurde, perché servivano a Renzi solo in realtà per dire che, nel caso di propria vittoria, lui avrebbe preteso che gli sconfitti si ritirassero.
Ma ciò ha appunto dell’assurdo da un punto di vista democratico: infatti utilizzare anche gli sconfitti delle primarie nel nuovo Parlamento e persino nella composizione di un nuovo ipotetico governo di coalizione non significa, come lui ha detto, dare loro un “contentino”, ma significa rispettare quella parte di elettori che hanno appoggiato quelli che sono riusciti minoranza – oltre che utilizzare eventuali esperienze e competenze presenti nella coalizione stessa.

Gli avversari delle primarie non sono infatti gli avversari di due coalizioni contrapposte e agli antipodi che si contendono il governo del paese, ma sono all’interno di una stessa formazione (di uno stesso partito, nel caso di Renzi) che si pone l’obiettivo del governo contro altri avversari, esterni, di altre formazioni.
Non ci sarebbe niente di strano o di ambiguo per esempio, anzi sarebbe opportuno, se un Bersani vincitore chiamasse Renzi stesso o altri renziani a qualche incarico in base alle loro competenze (Obama, non a caso, chiamò Hillary Clinton a fare il segretario di stato – e lei accettò).
Che Renzi mostri di non capire e accettare questo è solo un’ennesima prova del suo scarso senso democratico – e, ancor più, del fatto che ritiene (e lascia che si ritenga, nel plauso della destra) di non riconoscersi nel partito di cui pure fa parte, anzi di ritenerlo una forza di cui servirsi per potere infine abbatterla.

Ma siamo ormai eredi del concetto di libertà falsato dall’uso che ne è stato fatto dal berlusconismo – e ogni ragionevolezza sembra fuori moda.

successi

A Firenze è apparso, mi dicono, uno striscione che inneggia al “sindaco che la destra ci invidia”.
Mi chiedo perché mai ci si dovrebbe gloriare di questo.
Piacere alla destra può essere un obiettivo del centrosinistra?

Per prenderne i voti! risponderebbe qualcuno – interpretando “destra”, non come rappresentanti ufficiali della destra, ma cittadini che solitamente hanno votato finora per loro, e che di fronte al travolgente Renzi rivedono le loro posizioni e si convertono al centro-sinistra.

L’interpretazione tuttavia è forzata. Di fatto il sindaco di cui sopra è invidiato proprio dai rappresentanti ufficiali della destra: Berlusconi prima di tutto, e vari altri del PdL, nonché i giornali che li appoggiano.
Solo per questo è probabile che piaccia anche a una parte dei cittadini che leggono tali giornali, sono imbevuti di idee di destra e rimpiangono i bei tempi della discesa in campo del grande “innovatore”.
E perché piace?
Piace perché ce l’ha con quelli che finora sono stati i rappresentanti del PD.
Cioè perché ce l’ha, in soldoni, con il PD – quel partito di tetri “cumunisti” contro i quali Berlusconi ha sempre indirizzato la sua propaganda, contrapponendo alla loro “tristezza” da regime sovietico il suo sorriso di ciarlatano, che come l’omino di burro invita a salire sul suo carro verso il Paese dei Balocchi.
Piace perché il suo stile è assolutamente berlusconiano.

Non a caso Renzi usa slogans di ascendenza berlusconiana nella sua propaganda: a parte il termine “rottamazione” (che risale direttamente a B, come risulta chiaro sia dalla sua volgarità che dal suo successo), l’altra sera l’ho sentito esemplificare in TV lo svecchiamento che si propone di apportare nel PD con l’argomento: “Dimostrerò che anche nel centrosinistra si sorride, non è che si sia sempre tristi…” Sottintendendo dunque che la critica/dileggio di Berl al PD fosse più che giustificata e addirittura in qualche modo politicamente significativa.
Non solo. L’ho sentito anche esemplificare la differenza tra lui e “loro” (i cumunisti tetri e machiavellicamente infidi, arroccati in una specie di immobile kremlino) in dinamici termini calcistici – efficace trucchetto inaugurato da Forza Italia.

Questi argomenti, politicamente vuoti ma di collaudata efficacia pubblicitaria, indubbiamente possono piacere agli elettori di destra. Perché li confermano nelle loro credenze, però; non certo perché li portano su un altro terreno ideale e programmatico o li spingano a fare i conti con che cosa abbia comportato farsi illudere da Berlusconi e soci (e dai sorrisi e lazzi di chi ci portava al peggio).
Semmai la loro efficacia pubblicitaria spinge anche fasce di elettori di sinistra a lasciarsi sedurre acriticamente dal luccichio delle promesse di novità del “prodotto in vendita”, più che a valutare e confrontare i fatti, i programmi e le contraddizioni continue, le continue virate dell’ambizioso sindaco.
E li spinge infine a compiacersi come di un successo per una cosa che li dovrebbe rendere perplessi: il fatto di ottenere l’approvazione e quasi il plauso di quella vergognosa destra che ha ridotto la discussione politica a gara pubblicitaria, e contro la quale occorrerebbe combattere.

È di Rosy Bindi che dobbiamo liberarci ?

Leggendo la risposta di Rosy Bindi al discorso di ieri di Monti sul servizio sanitario pubblico che probabilmente “non potrà più essere garantito”, mi chiedo: è proprio di persone come lei che abbiamo tanta urgenza di liberarci oggi in Italia?
A detta di Renzi sì.
E già basterebbe questo per capire il senso del suo “rinnovamento”.

rinnovamento

La mossa di Veltroni che l’altra sera (seguendo l’esempio berlusconiano) ha annunciato platealmente in TV di “non ricandidarsi” fa discutere.
Non si sa a cosa attribuirla maggiormente: se al suo desiderio di cavarsi fuori dai conflitti evitando di essere oggetto di critiche da parte dei “nuovi” – rappresentandosi a futura memoria come super partes, nobile e saggio ecc. – oppure al desiderio di mettere in difficoltà i suoi vecchi rivali e, nell’immediato, di oscurare Bersani nel giorno in cui questi aveva dato inizio alla sua campagna per le primarie. È ben vero che il suo annuncio avrebbe potuto essere diffuso qualche giorno prima o dopo senza danno per lui; ma lui ha scelto di apparire sulle prime pagine proprio quando queste avrebbero potuto essere occupate dai commenti sulle cose dette da Bersani (l’unico che parli non di persone, ma bene o male della situazione e dei problemi del nostro paese).

Non è importante tuttavia capire le intenzioni di Veltroni e se gli effetti siano stati o saranno esattamente quelli voluti. Ciò che appare evidente è che in ogni caso il nostro ha dato un notevole contributo a ribadire la tendenza già fin troppo presente a non parlare assolutamente di programmi, di progetti, di idee.

Il rinnovamento o cambiamento, evocato e invocato continuamente, si è andato sempre più riducendo a una questione di persone, di simpatia personale, di look, di facce, di età: di efficacia televisiva. Come se, anziché contrapporsi sul piano delle proposte, le varie parti politiche fossero impegnate a lanciarsi o rilanciarsi nei modi in cui si rilancia un prodotto commerciale – che so delle merendine o delle saponette – rinnovando non il prodotto stesso, ma i suoi testimonial.

Abbiamo, a quanto sembra, assimilato fino in fondo la lezione di questo ventennio dominato da Berlusconi e dai suoi media. Non a caso, di fronte alla propria disgrazia, Berlusconi per prima cosa ha pensato che andasse cambiato il nome del suo partito.

Anche il dibattito per le primarie del centro sinistra, anziché svolgersi sul piano urgentissimo delle proposte, sembra ormai – nonostante i tentativi contrari di Bersani – spostato sempre più su quello delle persone, anzi delle facce.
Sembra che per risolvere miracolosamente tutti i problemi basti cambiare i testimonial. La qualità del prodotto, quello che c’è dentro (come e se esso si presti o meno a risolvere davvero i problemi di cui si vanta d’essere il toccasana) è del tutto ininfluente. Parlarne davvero e non solo per slogan potrebbe non giovare al suo successo.

La questione del nostro futuro e di come affrontare la difficilissima crisi economica, sociale, culturale e politica in cui ci troviamo, pare faccenda di cui non conti discutere. L’importante, per dirla con Veltroni, è sognare.
Tanto, al resto ci pensa Monti.