Dickens e Conrad (Amori di Carta)

Dickens si sente quasi dappertutto nell’opera di Conrad, spesso anche soltanto nel tono della narrazione, nel modo di commentarla, nell’ironia, ma la sua presenza è particolarmente evidente  ne L’agente segreto e in Chance, romanzi scritti in parte contemporaneamente e in cui compare Londra, “città enorme, mostruosa, popolata più che alcuni continenti”*, capitale dell’impero, centro e il simbolo della vita disumanizzata dell’era dell’industrializzazione. È una Londra che Conrad ha imparato a vedere attraverso Dickens – soprattutto, ma non solo, quello di Bleak House: città di vicoli, bassifondi e di parchi e di larghissime strade, di slums e di imponenti palazzi, di banche e di uffici e di covi di rivoluzionari, di nebbie e di fango ma anche di oro, affascinante per la varietà della sua umanità e terribile nello stesso tempo.
Eccola come appare, per esempio, nel II cap. dell’  Agente segreto di Conrad.

Carrozze passavano sobbalzando, per lo più brougham a due, e, qua e là, una victoria con la pelle di non so che fiera dentro e la faccia a il cappello d’una signora sbucanti da sopra il mantice abbassato. E, su tutto questo, splendeva la gloria di un sole tipicamente londinese – a proposito del quale non v’era nulla da eccepire se non che pareva iniettato di sangue, – galleggiante ad altezza moderata sull’Hyde Park Corner con un’aria di puntuale e benevola protezione. In questa luce diffusa, nella quale non v’era né muro né albero né bestia né uomo che gettasse ombra, perfino il selciato sotto i piedi del signor Verloc si tingeva d’oro vecchio.
(….)
“Il signor Verloc marciava ora lungo una strada che si poteva a buon diritto chiamare privata. Larga, vuota e lunga com’era aveva la maestà della natura inorganica, di una materia che non muore mai.(…)  E tutto taceva. Ma lontano in prospettiva un carretto del latte sobbalzò con fragore; un garzone di macellaio, guidando con la spericolata nobiltà di un auriga ai giochi olimpici, svoltò bruscamente l’angolo, alto su un paio di ruote rosse; un gatto dall’aria colpevole, sbucando di tra il lastricato, corse per qualche tempo davanti al signor Verloc, e si tuffò in una cantina; e un grosso gendarme, dall’aria tetragona a qualunque emozione come se anche lui facesse parte della natura inorganica, e che sembrava uscito da un lampione, non mostrò nemmeno di accorgersi del signor Verloc.”

Londra è molto presente anche in Chance, dove s’interpone simbolicamente – in termini, va aggiunto, che avrebbero potuto soddisfare anche Marx – tra Marlow e la protagonista Flora, impedendo e rendendo difficile la loro comunicazione:
Ogni momento i passanti ci rasentavano, isolati o a due, a tre per volta; gli abitanti di quella periferia dove la vita scorre spoglia di grazia o splendore, ci oltrepassavano nei loro abiti logori, con le facce incavate, livide, preoccupate o stanche, o semplicemente inespressive, in una cupa corrente priva di sorrisi formata non di vite ma di pure esistenze inconsapevoli, le cui gioie, lotte, pensieri, dolori e persino le speranze erano misere, smorte, e senza alcun valore nel mondo.”
(…)
Così continuammo a tacere nell’odioso frastuono di quell’ampia strada affollata di carri pesanti. Grandi furgoni con carichi altissimi avanzavano ondeggiando come montagne. Era come se tutto il mondo esistesse per vendere e comprare e coloro che non avevano niente a che vedere con lo scambio delle merci non contassero nulla.

Ma in Chance la presenza di Dickens, oltre che nella città in cui si perdono schiacciate le vite individuali, appare soprattutto nel trattamento delle figure femminili. La protagonista, Flora de Barral, figlia orfana di madre di un bancarottiere finito in galera a cui lei è infelicemente devota, viene presentata inizialmente come una figura esplicitamente dickensiana, del tipo della piccola Dorrit o di Nell e varie altre. Conrad lo fa dire a Marlow  (ancora una volta è lui il narratore):

Ricordai quanto mi aveva in precedenza detto la signora Fyne, della scena vista anni prima di De Barral che si stringeva alla bambina accanto alla tomba di sua moglie e più tardi di quei due che camminavano mano nella mano, osservati da tutti, lungo il mare. Due tipi da Dickens – pregni di pathos“.

E però Conrad cita tale modello per opporvisi, svelandone l’aspetto maligno: la falsa coscienza, ancora una volta, non tanto del personaggio, quanto dello schema letterario che lo fissa a un destino di vittima. Con un’acutezza degna di Freud, Marlow (che qui in molta misura è proposto meta-narrativamente quale artefice della storia che narra) raccontando il primo incontro con Flora –  il personaggio, di cui cercherà quasi “come un detective” di ricostruire le vicende – dice:

Appariva infelice. E – non so come dirlo – be’ questo le donava. Quella fronte rannuvolata, quella bocca dolorosa, quello sguardo vago e fisso! Una vittima. E questo aspetto caratteristico la rendeva attraente: un tocco individuale – capisci.”

Giudizio che poi appprofondirà ulteriormente parlando della simile attrazione che anche il capitano Anthony prova per Flora, di cui vorrebbe impossessarsi un po’ come  vorrebbe impossessarsene, sul piano della narrazione, Marlow stesso:

“...l’infelicità di lei rappresentava per lui un’occasione ed egli gioiva mentre la più tenera pietà pareva invadere tutto il suo essere. (…) Era evidente che il mondo l’aveva maltrattata. E anche mentre parlava con sdegno, i segni stessi e l’impronta di questo maltrattamento, del quale egli era così sicuro, parevano accrescere l’inesplicabile attrazione che sentiva per lei. Non era soltanto pietà, ne sono certo. Era qualcosa di più spontaneo, perverso ed eccitante. Gli dava la sensazione che se solo avesse potuto impossessarsi di lei, nessuna donna gli sarebbe appartenuta come questa donna.”

Tuttavia questo personaggio di “vittima” ha in sé anche un aspetto che la rende resistente al suo destino: Marlow la definisce a un certo punto una “vittima rabbiosa” (angry victim) e su questa notazione sarà spinto a ricostruirne la storia come storia appunto di una ricostruzione o recupero di sé. Il personaggio sfugge alla volontà repressiva di possesso da parte dell’autore così come a quella di Anthony (non dissimile anche da quella del suo orribile padre, uomo che aveva dedicato la sua vita al possesso).

Il capitano Anthony, “uomo di solitudine e desiderio“, incapace di affrontare i conflitti della realtà (la terra ferma) e preso – come Jim (di cui condivide la passione per il mare) –  dai propri astratti ideali cavallereschi ed eroici, crede che Flora non lo ami e accetti il matrimonio con lui solo per offrire al padre di cui si prende cura un destino di sicurezza; tuttavia la sposa ugualmente e la porta con il suo orrendo padre, egoista incattivito dalla sfortuna, sulla sua nave Fernandle, per assicurarle appunto tale protezione. Ma, in obbedienza al suo idealismo autoreferenziale, non consuma il matrimonio “per non farle violenza” e si tiene lontano, isolato da lei.
In realtà il suo desiderio si rivela essenzialmente come desiderio repressivo di possesso del suo destino. Nel suo egoismo, che gli consente di vedere se stesso nell’aura eroica di un cavaliere antico, non si accorge della realtà di Flora, non la vede, la ama secondo un amore immaginario, non la considera per come è. Non capisce che lei lo ama, ma che, ferita dall’infanzia dalla condizione di assenza d’amore in cui s’è trovata a vivere, si ritiene una nullità non degna di amore (unlovable) e perciò vive l’atteggiamento “cavalleresco” di Anthony come un rifiuto che ribadisce la sua antica e dolorosa convinzione. L’equivoco, fondato sulla non comunicazione dei due protagonisti, si scioglierà infine,  in seguito a drammatici avvenimenti e per iniziativa di Flora stessa, e la storia proseguirà poi con sei anni di felicità che la coppia trascorrerà come entro la sfera di un sogno, fuori dal mondo terribile, vivendo
sempre in mare sulla nave Fernadle di Anthony fino alla morte di lui.
Ma a questa fine seguirà un nuovo inizio:  un nuovo matrimonio, finalmente basato sulla piena parità, tra una Flora ormai maturata e serena, uscita definitivamente dal suo ruolo di vittima anche se ancora conserverà qualche tremore, qualche traccia della sua antica cicatrice, e il sottufficiale Powell, un uomo concreto, intelligente e sensibile, che era stato a suo tempo testimone delle drammatiche vicende sulla nave. E sarà Marlow, il narratore-autore della storia, a promuovere con delicatezza tale unione che tramuta il primo lieto fine romantico in premessa per una conclusione più vera, in terra ferma, radicata nella realtà e non più confinata nel sogno.
Ci sarebbe molto ancora da dire a proposito delle altre figure femminili di questo romanzo, anch’esse molto debitrici  a Dickens, ma il discorso si farebbe troppo lungo, e lo evito.
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* Conrad scrive L’agente segreto subito dopo Nostromo  e lui stesso dice nella Nota di prefazione che la prima ispirazione gli era nata proprio dalla città. In precedenza c’era stato lo scenario del “mare, vasta estensione di acque salse, specchio delle collere e dei sorrisi del cielo, superficie in cui si riflette la luce del mondo. Poi, di colpo si presentò da sé l’immagine di una città enorme, di una città mostruosa, più popolata di alcuni continenti, e, nella sua potenza artificiale, come indifferente alle collere e ai sorrisi del Cielo, crudele divoratrice della luce del mondo. V’era qui spazio sufficiente per collocarvi qualunque storia, profondità sufficiente per qualsiasi passione, varietà sufficiente per qualsiasi trama, oscurità sufficiente per seppellire cinque milioni di vite.”

La traduzione del L’agente segreto e della sua Nota prefatoria sono di Bruno Maffi (BUR 1978). Le altre sono mie.

Le immagini.
dall’ alto Pomeriggio a Oxford Circus di T.F Simon (1877-1942)
The Girl I left Behind di Eastman Johnson (1824-1906)
Martire di John Everett Millais (1829-1896)
Ritratto di signora di N. Bogdanov Belsky
(1868-1945)

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David Copperfield (Amori di Carta)

Lo sposo tenebroso, di cui ho parlato nell’altro post, si è portato dietro per associazione il nero patrigno di David Copperfield, quel signor Murdstone che evoca nel suo cognome l’assassinio (murder) e la gelida durezza del macigno (stone): il freddo terrore della sua presenza nella casa, la maniera in cui spegne con fermezza l’ infantile gioiosità della moglie e la conduce sottilmente alla morte.

Il David Copperfield di Dickens fu il primo vero e proprio romanzo che lessi dopo i racconti per l’infanzia e fu davvero per me un grande e lungo amore. Un amore in compagnia del quale ho mille volte riso e pianto e viaggiato e provato un’infinità di sentimenti, e riconosciuto me stessa.

Sottolineo il ridere: perché purtroppo Dickens passa spesso per scrittore lagrimoso – credo soprattutto per demerito delle molte riduzioni per l’infanzia di Oliver Twist, la Piccola Dorrit ecc. che, privilegiando le parti più patetiche, hanno tolto a molti adulti la voglia di affrontare i testi originali e i  suoi maggiori romanzi. Io invece sono tra quelli che proprio con Dickens hanno scoperto come si possa ridere da soli fino alle lagrime e molto sorridere, oltre che commuoversi e appassionarsi variamente leggendo un libro.

Non mi metto certo a riassumere il romanzo. È uno dei più noti, e secondo molti, compresa me, il più bello di Dickens. Tutti sanno che si tratta di una storia largamente autobiografica, un percorso di maturazione, narrato in prima persona dal protagonista, David, che nella mente e nell’affetto del lettore finisce col confondersi con la figura stessa dell’autore.
La prima parte, quella dell’infanzia di David credo che sia difficilmente uguagliabile. – a cominciare dallo stupendo inizio che, prendendo spunto da Sterne, ci porta al momento ominoso della nascita del protagonista . “Se finirò con l’essere l’eroe della mia vita, oppure se tale posizione sarà occupata da qualcun altro, lo si vedrà nelle pagine che seguono. Per cominciare a narrare la mia vita  dal suo principio, registro che sono nato (come sono stato informato e credo) un venerdì, alle dodici di notte. Mi è stato fatto notare che l’orologio cominciò a battere l’ora e io a piangere nello stesso istante.” (traduz. mia)

Dickens ha una straordinaria capacità, non solo di narrare in modo avvincente, ma di far vedere con una vivezza quasi allucinatoria le persone e gli ambienti di cui scrive – di farli vedere, in questo caso, attraverso gli occhi di un bambino, con quella lucida precisione di dettagli e insieme di atmosfera che hanno di solito unicamente i ricordi di un’infanzia attraversata da traumi: quelli che restano indelebili poi lungo tutta la vita. La sua profondità ed esattezza nella percezione dei sentimenti non finisce di stupire, a qualsiasi età lo si rilegga: non c’è altro grande, nemmeno Dostoevskij (che riconobbe apertamente il debito che aveva verso lo scrittore inglese),  che gli stia a pari nella capacità di rappresentare la psiche infantile con la stessa serietà priva di paternalistica condiscendenza e la stessa accuratezza, lo stesso rispetto di solito dedicati esclusivamente ai personaggi adulti.

Tutti i personaggi in Dickens hanno del resto una vivezza così straordinaria che finiscono col diventare persone familiari, termini sintetici di paragone e di definizione per gli incontri reali della vita, così come la sua descrizione di ambienti equivale per il lettore a una vera e propria esperienza degli stessi.

Noi lettori di David Copperfield non immaginiamo, ma siamo effettivamente stati sulla spiaggia di Yarmouth a raccogliere conchiglie con la piccola Emily – le abbiamo sentite sotto i nostri piedi scalzi e bagnati e in seguito ogni spiaggia che percorreremo che abbia conchiglie ci ricorderà quelle passeggiate infantili.  Così come abbiamo fatto viva esperienza della grandiosa tempesta notturna  – secondo Tolstoj modello di ogni altra tempesta che possa darsi in letteratura –  in cui muoiono Steerforth e Ham: ci siamo bagnati di quegli spruzzi salini, ce li siamo portati attaccati ai panni e ai capelli nella sgomenta luce dell’alba improvvisamente silenziosa insieme con lo stordimento e la spossatezza della lunga tensione.
Ma forse è impossibile scrivere di Dickens.
Mi affido perciò alle condivisibili parole – alle esclamazioni – che Robert Walser  gli dedica in un delizioso articoletto, raccolto in Ritratti di scrittori (traduz. di Eugenio Bernardi, Adelphi, 2004), che mi dispiace di non poter riportare per intero:

<<Per tre mesi interi non ho fatto altro che leggere Dickens e a questo punto per me è finita, non ho alcun dubbio, e ho la profonda convinzione di essere spacciato. Sono disfatto, distrutto e annichilito e in ogni momento posso attaccare al chiodo la mia professione di scrittore. (…) ora che ho letto e imparato a conoscere questo terribile Dickens, (…) so di non possedere né un briciolo di arguzia né un qualche barlume di talento. Dickens mi ha semplicemente defraudato della possibilità di trascorrere la mia esistenza
scrivendo, e quindi per me è giunto il momento di mettere giudizio e dire a me stesso che ho l’anima di un sarto (…) Il mio debole talento ormai è in grado di svolgere al massimo mansioni molto semplici come quella di accendere i lampioni (…) mi vedo trasformato nella maniera più sgradevole e incresciosa in uno stagnapadelle e in un arrotaforbici (…) Sono un verme, e a causa di chi? A causa di Dickens! Ma a me in fondo piace molto essere un verme per amore del grande e immortale Dickens e sono, nonostante tutto, contento di averlo letto: ora so finalmente chi è l’autore di opere che non appassiranno mai. No, gentile signora, Dickens non invecchia mai e Lei sbaglia se crede di poter sorridere di Dickens con aria di condiscendenza. Di un Dickens non si sorride e non è possibile sentirsi superiosi a lui. Chi non ha ancora letto Dickens merita le mie felicitazioni, perché lo attendono delizie inaudite. Coloro che leggono Dickens in verità imparano a conoscere una delle gioie più grandi. Legga tranquillamente e con piena fiducia Dickens, è un piacere come nessun altro. Chi non si stupisce di nulla legga Dickens, allora imparerà a stupirsi. Mentre molti altri scrittori vecchi e nuovi trotterellano miseramente come fiacchi pedoni e sono felici di avanzare anche se a passi lenti e pesanti, raggiungendo a poco a poco la loro modesta meta, Dickens se ne sta seduto in carrozza come un vero gran signore. Vede che lustro? Ode lo strepito della corsa? (…) Che slancio inquietante, che sfarzo travolgente! No Dickens non invecchia mai! Finché fluirà il Rio delle Amazzoni, scorrerà in tutta la sua magnificenza anche Dickens, e la rossa aurora del suo valore non si potrà mai cancellare. Per tutto ciò mi permetto di consigliarLe: legga Dickens.>>

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l’immagine della tempesta è di W.Turner (1775-1851)
quella di Dickens circondato dai personaggi dei romanzi non sono riuscita ad appurare di chi sia. L’ho trovata nel sito http://www.english.lsu.edu.