Goethe secondo Bernhard

Ci vorrebbero le illustrazioni di Edward Gorey per questo delizioso Goethe muore di Thomas Bernhard (traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Adelphi 2013) e in particolare per il racconto che dà il titolo alla raccolta (ce ne sono poi altri tre, tutti molto belli, ma sui quali non mi soffermo, perché il primo è in qualche modo il più prezioso).
Il racconto è in realtà su Wittgenstein, autore ammiratissimo da Bernhard, che tuttavia – non volendo scrivere direttamente del suo pensiero – espone, al solito suo modo paradossale, mordacemente ironico e furiosamente ossessivo, la propria ammirazione attraverso la provocatoria dissacrazione di Goethe o meglio del culto di Goethe.

Bernhard si immagina segretario di un Goethe morente, che nei suoi ultimi giorni, impaziente e litigioso, grottescamente “bernhardiano”, scaldandosi al calore delle lettere dei suoi ammiratori che anziché leggere usa per alimentare il caminetto, non ha altro desiderio e ossessione che di incontrare Wittgenstein, cui riconosce un primato di grandezza e altezza poetica e intellettuale che eclissa le proprie stesse opere. Il solo pensiero che Wittgenstein esista e sia al di là solo della Manica lo riempie, dice, di felicità. Il suo Tractatus gli appare maggiore anche del proprio FaustCiò che ho scritto è stato senza dubbio la cosa più grande, ma anche ciò con cui ho paralizzato la letteratura tedesca per un paio di decenni. Sono stato, mio caro, un paralizzatore della letteratura tedesca. Dal mio Faust si sono lasciati abbindolare tutti. In fondo, pur grande che sia, è soltanto uno sfogo dei miei più riposti sentimenti, un po’ di tutto, ma in nulla io sono stato il non plus ultra»).

Non potendo recarsi di persona in Inghilterra, invia a Oxford, o Cambridge – Goethe è incerto tra le due università – per invitarlo e condurlo a Weimar, il segretario Kräuter, che vi si avvia malvolentieri coperto di pellicce per sopportare il gelo della Manica, ma quando arriva trova che proprio quel giorno Wittgenstein è morto. La notizia viene nascosta a Goethe che, sempre farneticando sulla visita del filosofo, muore a sua volta proprio il giorno in cui si aspettava di riceverlo nella sua casa per discutere con lui del dubitabile e del non-dubitabile.
E di questo, secondo il “segretario testimone” Bernhard, parla il poeta morente prima di pronunciare le sue ultime famose parole “Più luce!”, che in realtà, lui dice, furono però “Più niente!” (Mehr Nicht! e non Mehr Licht!).

Questo breve resoconto della trama non rende ragione della controllata furia di scrittura e dell’ironia di Bernhard, del grande divertimento che suscita nel lettore sempre mantenendolo tuttavia al confine tra il piacere intellettuale e la commozione. Non resta dunque che leggere direttamente il racconto. Lo si può fare QUI (in una traduzione diversa da quella dell’edizione Adelphi)

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L’INFANZIA

Per chi ha apprezzato Bernhard, la sua scrittura e l’ossessivo ribadire le proprie opinioni del solitario Reger, ecco qui un altro pezzo di Antichi Maestri, in cui si lasciano in pace i “Maestri” e si parla invece di “noi”.

L’infanzia è il buco nero nel quale siamo stati scaraventati dai nostri genitori e dal quale dobbiamo uscire senza alcun aiuto. La maggior parte degli esseri umani non riesce com’è noto a venir fuori da quel buco nero che è l’infanzia, gli esseri umani rimangono quasi tutti vita natural durante nel buco dell’infanzia e non ne vengono fuori e sono amareggiati. E una ragione c’è se la maggior parte degli esseri umani che non riesce a uscire dal buco nero dell’infanzia è amareggiata. Uscire dal buco dell’infanzia già richiede uno sforzo sovrumano. E se non usciamo abbastanza presto dal buco nero dell’infanzia, da questo buco nero, insomma, non ne usciamo più, diceva. Bisognava che i miei genitori fossero morti perché io potessi uscire da questo buco nero dell’infanzia, diceva, sa, bisognava che fossero morti definitivamente, morti per sempre, perché io potessi uscire dal buco dell’infanzia. I miei genitori non avrebbero chiesto di meglio che di ficcarmi subito dopo la nascita nella loro cassaforte insieme ai titoli e ai monili, diceva. Avevo dei genitori amareggiati, diceva, che per tutta la vita hanno sofferto a causa della loro amarezza. In tutte le fotografie che posseggo dei miei genitori, e ogni volta che le vedo, io vedo la loro amarezza. Ci sono quasi soltanto figli di genitori amareggiati, per questo i genitori hanno sempre un’aria così amareggiata. Amarezza e delusione sono impresse in tutti quei volti, difficilmente troverà un volto diverso, lei per esempio può camminare per ore e ore per le strade di Vienna e non vedrà nient’altro che amarezza e delusione su tutti quei volti, e in campagna non è diverso, anche i volti di campagna sono pieni di amarezza e delusione. I miei genitori mi hanno fatto, e quando hanno visto che cosa avevano fatto, sono rimasti sgomenti e non avrebbero chiesto di meglio che ritornare sui propri passi. E non potendomi ficcare in cassaforte, mi hanno scaraventato nel buco nero dell’infanzia, dal quale non sono più uscito finché loro sono rimasti in vita. I genitori fanno sempre i figli in modo irresponsabile e quando vedono quello che hanno fatto rimangono sgomenti, sicché, quando nascono dei bambini, noi vediamo sempre e soltanto dei genitori sgomenti. Fare un figlio oppure, come suol dirsi con tanta ipocrisia, dargli la vita, non significa altro che portare nel mondo e mettere al mondo una infelicità palese, e di fronte a questa infelicità palese tutti i genitori rimangono sgomenti. La natura ha sempre trasformato i genitori in pazzi, diceva, e a questi pazzi ha sempre fatto partorire bambini infelici nei buchi neri dell’infanzia. Uomini e donne affermano con grande disinvoltura di aver avuto un’infanzia felice, mentre hanno avuto un’infanzia infelice alla quale sono scampati solo grazie a un’estrema fatica, e dicono di aver avuto un’infanzia felice proprio perché sono scampati all’inferno dell’infanzia. Essere scampati all’infanzia non significa altro in realtà che essere scampati all’inferno…

Eccetera.
Chi vuole proseguire si procuri il libro.

Antichi Maestri di Thomas Bernhard, traduzione di Anna Ruchat, Adelphi 1992.

Ritratto di HEIDEGGER secondo BERNHARD

Leggendo sul blog di Georgiamada un post su Heidegger, mi è nata l’irresistibile tentazione di pubblicare queste pagine di Thomas Bernhard sul famoso filosofo, tratte da Antichi Maestri: sono pagine che, quando le ho lette la prima volta, mi hanno messo di buonumore per l’intera giornata – e spero che ciò possa accadere anche a qualcuno dei visitatori di questo blog.
Giusto due parole per orientarsi: negli
Antichi Maestri il narratore riferisce le opinioni su vari aspetti dell’arte, della letteratura, della filosofia e in generale della cultura, ossessivamente ribadite in varie occasioni da un certo Reger, un suo amico che passa ogni giorno varie ore al Kunsthistorisches Museum di Vienna contemplando un ritratto del Tintoretto.

Il pezzo su Heidegger giunge dopo che Reger ha parlato lungamente con sprezzo dello scrittore ottocentesco austriaco Stifter, generalmente molto apprezzato dalla critica.

Buona lettura.

In effetti Stifter mi ricorda continuamente Heidegger, quel ridicolo filisteo nazionalsocialista coi pantaloni alla zuava. Se Stifter, con incredibile sfrontatezza, ha annegato nel kitsch la letteratura, Heidegger, il filosofo della Foresta Nera Heidegger, ha annegato nel kitsch la filosofia, Heidegger e Stifter, ciascuno per suo conto e a suo modo, hanno implacabilmente annegato nel kitsch letteratura e filosofia. Heidegger, sulle cui orme si sono mosse le generazione della guerra e del dopoguerra, sommergendolo con stupide e disgustose tesi di dottorato quando ancora era in vita, Heidegger me lo vedo sempre seduto sulla panchina davanti a casa sua, nella Foresta nera, accanto a sua moglie, la quale, nel suo perverso entusiasmo per il lavoro a maglia, lavora ininterrottamente per confezionargli le calze invernali con la lana che lei stessa ha tosato dalle loro pecore heideggeriane.Heidegger non riesco a vederlo altrimenti che seduto sulla panca davanti a casa sua nella Foresta nera, e accanto a lui vedo sua moglie che lo ha completamente soggiogato per tutta la vita, e che a maglia gli lavora tutte le calze, e all’uncinetto tutti i berretti, e gli infornava il pane, e gli tesseva le lenzuola, e gli confezionava personalmente persino i sandali. Heidegger era una mente inzuppata di kitsch, diceva Reger, esattamente come Stifter, eppure era assai più ridicolo ancora di Stifter, che era stato davvero una tragica apparizione, a differenza di Heidegger che è sempre stato soltanto comico, piccolo borghese come Stifter, altrettanto spaventosamente megalomane, un imbecille delle Prealpi, credo, giusto quello che ci vuole per il minestrone della filosofia tedesca. Heidegger se lo sono pappato tutti a grandi cucchiaiate, con una fame da lupi, per decenni, come nessun altro, rimpinzando così i loro stomaci di germanisti e di filosofi tedeschi. Heidegger aveva un volto ordinario, non un volto dal quale trapelasse l’ingegno, era un essere del tutto sprovvisto d’ingegno, assolutamente privo di fantasia, assolutamente privo di sensibilità, un ruminante della filosofia tipicamente tedesco, una vacca della filosofia gravida in permanenza, come diceva Reger, che pascolava sui prati della filosofia tedesca e che per decenni ha lasciato cadere il suo lezioso sterco nella Foresta Nera. Heidegger era per così dire un fedifrago della filosofia, diceva Reger, uno che è riuscito a mettere nel sacco un’intera generazione di studiosi tedeschi.

Heidegger è un episodio rivoltante nella storia della filosofia tedesca, diceva ieri Reger, un episodio di cui sono stati responsabili e sono tuttora responsabili tutti gli uomini di cultura tedeschi. Oggi Heidegger non è stato ancora completamente svelato, la vacca heideggeriana è dimagrita, è vero, ma il latte hedeggeriano viene ancora munto. La fotografia di Heidegger coi pantaloni alla zuava infeltriti davanti alla finta casamatta a Todtnauberg, mi è del resto rimasta in mente come una foto più che rivelatrice, il filisteo del pensiero, con il berretto nero da Foresta Nera in testa, testa in cui non ribolliva comunque nient’altro che l’imbecillità tedesca, così Reger. Quando per noi arriva la vecchiaia, di mode ne abbiamo viste tante, mode micidiali, tutte quelle mode micidiali artistiche e filosofiche e dei beni di consumo. Heidegger è un bell’esempio di come, di una moda filosofica che un giorno ha conquistato tutta la Germania, altro non rimane che qualche ridicola fotografia e qualche scritto ancora più ridicolo. Heidegger era un imbonitore della filosofia, uno che portava al mercato solo merce rubata, tutta la merce di Heidegger è di seconda mano, Heidegger era ed è il prototipo del filosofo per imitazione al quale mancava tutto, ma proprio tutto, per pensare con la propria testa. Il metodo di Heidegger consisteva nel ridurre senza alcun riguardo le grandi idee altrui alle proprie piccole idee, proprio così. Heidegger ha rimpicciolito ogni cosa grande in modo tale da ridurla alla portata dei tedeschi, mi capisce, alla portata dei tedeschi, diceva Reger. Heidegger è il piccolo borghese della filosofia tedesca, che ha messo in testa alla filosofia tedesca il suo nero berretto da notte kitsch, quel nero berretto da notte kitsch che Heidegger, com’è noto, portava sempre, in ogni occasione. Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole e berretto da notte, nient’altro che questo. (….)
…perché in Heidegger mi ha sempre disgustato tutto, non soltanto il berretto da notte in testa e i mutandoni invernali tessuti a mano e stesi sulla stufa che lui stesso si accendeva a Todtnauberg, non soltanto il suo bastone da passeggio della Foresta Nera tagliato in casa, ma per l’appunto la sua filosofia della Foresta Nera fatta in casa, tutto in quest’uomo tragicomico mi ha sempre disgustato, tutto mi ha sempre profondamente ripugnato al solo pensiero; mi è bastato conoscere una riga di Heidegger per esserne disgustato, ma soltanto quando l’ho letto l’ho capito, diceva Reger; ho sempre avuto la sensazione che Heidegger fosse un ciarlatano, il quale per tutta la vita non ha fatto altro che sfruttare tutto quanto gli stava intorno, e sfruttando a destra e a manca si abbronzava sulla sua panchina a Todtnauberg. Se penso che anche persone estremamente intelligenti si sono fatte abbindolare da Heidegger e che persino una delle mie migliori amiche ha scritto una tesi di dottorato su Heidegger e che questa tesi l’ha anche scritta sul serio, mi viene ancor oggi il voltastomaco. Quel niente è senza fondamento è la cosa più ridicola, così Reger. Ma sui tedeschi fa colpo la vanagloria, diceva Reger, i tedeschi hanno una particolare propensione alla vanagloria. E quanto agli austriaci, in tutte queste cose sono peggio ancora. Ho visto una serie di fotografie che una fotografa di eccezionale talento ha fatto a Heidegger con quella sua aria da pingue ufficiale di stato maggiore in pensione che ha sempre avuto, diceva Reger, e un giorno gliele mostrerò; in quelle fotografie Heidegger scende dal letto, si rimette a letto, Heidegger dorme, si risveglia, indossa i mutandoni, infila i pedalini, beve un sorso di mosto, esce dalla casamatta e contempla l’orizzonte, intaglia il bastone, si mette il berretto, si toglie il berretto dalla testa, tiene il berretto in mano, divarica le gambe, alza la testa, china la testa, mette la mano destra nella sinistra di sua moglie, sua moglie mette la mano sinistra nella sua destra, cammina davanti a casa, cammina dietro la casa, si dirige verso casa, si allontana da casa, legge, mangia, prende qualche cucchiaiata di minestra, si taglia una fetta di pane (fatto in casa), apre un libro (scritto in casa), chiude un libro (scritto in casa), si china, si stiracchia, e così via, diceva Reger. Roba da vomitare. Se già i wagneriani sono insopportabili, figurarsi gli heideggeriani, diceva Reger. Ma naturalmente Heidegger non può essere paragonato a Wagner, il quale, lui sì, è stato un vero e proprio genio, cui il concetto di genio si addice più che a chiunque altro, mentre Heidegger non è stato altro che un misero serrafila della filosofia. Heidegger, questo è chiaro, è stato il filosofo tedesco più blandito del secolo, e nello stesso tempo il più insignificante del secolo. In pellegrinaggio andavano da Heidegger soprattutto quelli che confondono la filosofia con l’arte culinaria, quelli che pensano che la filosofia sia qualcosa di fritto, di cotto al forno, di bollito, il che rispecchia perfettamente il gusto tedesco. Heidegger teneva la sua corte a Todtnauberg e si faceva contemplare senza posa sul suo podio filosofico della Foresta Nera come se fosse una vacca sacra. Persino il famoso e temuto direttore di una rivista della Germania del Nord s’inginocchiò devotamente davanti a lui con la bocca aperta quasi che, per così dire, aspettasse da Heidegger, seduto sulla sua panca davanti a casa nella luce del tramonto, l’ostia dello spirito. Tutta questa gente andava in pellegrinaggio a Todtnauberg e si rendeva ridicola, diceva Reger. Andavano in pellegrinaggio, per così dire, nella Foresta Nera della filosofia e salivano sul colle di Santheidegger e s’inginocchiavano davanti al loro idolo. Nella loro ottusità non potevano sapere che il loro idolo era, sul piano intellettuale, un fiasco assoluto. Non lo sospettavano neppure, diceva Reger. Il caso di Heidegger è comunque un esempio molto istruttivo del culto dei tedeschi per i filosofi. Si attaccano sempre e soltanto a quelli sbagliati, diceva Reger, a quelli che più gli convengono, a quelli stupidi ed equivoci.

(tratto da Antichi maestri di Thomas Bernhard, traduzione di Anna Ruchat, Adelphi, 1992.