colpe mortali

SMITH – Ecco qua il segretario di Chatham: sa leggere scrivere e far di conto.
CADE – Che mostruosità!
SMITH –  L’abbiamo colto a insegnare calligrafia ai ragazzi.
CADE – Che mascalzone!
SMITH –  E sa fare contratti e scrivere in caratteri notarili.
CADE – Ah, questo non mi piace. Vieni qua. Come ti chiami?
SEGRETARIO – Em-ma-nuel.
CADE – E usi scriverlo, questo nome, oppure firmi con un segno di croce come ogni onestuomo che si rispetti?
SEGRETARIO – Signore, grazie a Dio ho ricevuto istruzione bastante a scrivere il mio nome.
CADE – Portatelo via! Impiccatelo con al collo la penna e la fiala dell’inchiostro.
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Shakespeare Enrico VI Parte 2, Atto IV, scena II.
(Cade è il capo di una rivolta popolare istigata e strumentalizzata ai propri fini di potere dal duca di York, durante la Guerra delle due Rose).

 

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non era stupro ma “sesso di sorpresa”

Questo pallido Assange ogni giorno mi diventa più simpatico.

Fin qui mi inquietava tuttavia il fatto che il famoso giovanotto australiano appassionato di matematica e computer fosse accusato di stupro: a vederlo non si sarebbe detto, ma come si sa non bisogna fidarsi delle impressioni.
Ora però ecco la novità: lo stupro famoso per cui è sotto accusa in Svezia non è davvero stupro: si tratta in realtà di un rapporto sessuale non protetto da preservativo avuto con persone peraltro consenzienti (anche se avrebbero preferito un rapporto più sicuro).
In Svezia questo è un reato e si chiama "sesso di sorpresa" – e certamente è un comportamento scorretto o, come direbbe il papa, poco rispettoso e attento, ma piuttosto diverso dalla gravità dello stupro quale lo si intende comunemente qui da noi e che ci fa orrore. Leggi qui la storia.

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Non di sesso, ma di una visita di sorpresa invece si tratta per quanto riguarda un altro giovanotto meno esangue, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che si è recato ad Arcore col cappello in mano per ottenere da Berlusconi soldi per il comune di Firenze e ne è uscito con buone promesse e vari elogi. Anche a lui, come già a suo tempo a Bondi, pare che B abbia detto: "Ma come fa uno bravo come lei a stare nel PD?"
Non pare che Renzi se ne sia risentito.
Del resto la sua visita nella residenza privata di B, e proprio in questi giorni, non sembra dimostrare che l'inquieto giovanotto provi rispetto o attenzione per  il PD.

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Ad allargarci il cuore ieri però c'è stata la Prima della Scala con l'intervento del maestro Barenboim che ha letto l'articolo 9 della Costituzione. Questa sì che è stata una ottima sorpresa.

maldestro ma eroico

 Un ex-antiquario inglese, tale Raymond Scott, si presenta alla Folger Shakespeare Library di Washington (la prestigosa biblioteca, dove si conservano rare edizioni Shakespeariane) con una copia in cattivo stato e mancante di qualche pagina della prima edizione in folio del 1623 delle opere teatrali del Nostro (edizione di cui esistono al mondo solo 250 esemplari).
Scott dice di essere un ricco bibliofilo residente in Svizzera, e di essere entrato in possesso del prezioso volume durante un soggiorno a Cuba, ricevendolo in un night-club dalle mani di un ignoto: vorrebbe, più per amore di cultura – dice – che per lucro, sottoporlo agli esperti per verificarne l'autenticità e il valore. 
Ma gli esperti della Folger, nonostante il tomo sia in pessimo stato e manchi di alcuni fogli,  si accorgono ben presto che si tratta di quello rubato dalla Durham University (UK) nel 1988 e avvertono la polizia. Scott finisce così sotto processo in patria per aver tentato di alienare un vero e proprio tesoro appartenente non solo all'Università di Durham, ma "quintessenzialmente" all'Inghilterra.

È di ieri la sentenza che lo ha dichiarato colpevole oltre che di ricettazione e tentativo di alienazione del prezioso oggetto,  anche di  "vandalismo culturale" per aver danneggiato il volume a scopo di lucro, per nasconderne cioé l'identità e la provenienza e venderlo a caro prezzo, spacciandolo come un nuovo reperto.
Per questo gli è stata somministrata la condanna a otto anni di carcere (uno in meno di quanti furono dati a Pelosi per l'assassinio di Pasolini).

La pesantezza della condanna si deve probabilmente anche al fatto che l'imputato (eroicamente?) non ha voluto mai collaborare alle indagini e spiegare come fosse venuto in possesso dell'oggetto e ha anzi mostrato un atteggiamento sprezzante verso il sistema giudiziario inglese.

Scott, che –  poi si è saputo – nonostante non avesse più una sua attività e, alla bella età di 53 anni,  vivesse con la madre, conduceva una vita dispendiosa da play boy, che lo aveva caricato di enormi debiti, ha assistito al processo in un elegante vestito di lino e occhiali neri di Dior e ha dichiarato di essere vittima di un complotto. A suo dire, gli esperti della Folger Library hanno ordito una cospirazione a suo danno.
Povero Scott: la sua sventura è di essere nato in Inghilterra anziché in Italia.

(notizia letta oggi su The Times)

intercettazione ambientale

Una sala di palazzo. Sono presenti don Riccardo Glosta (Isso), il suo braccio destro don Buchinganna e il faccendiere Caté. Non sanno di essere ascoltati.

BUCHINGANNA  Vabbuò – Siente, Caté: tu te sì impegnato – t'arrecuordi? – a ffà chello che te dicimmo nuie e nu' fiatà co nisciuno di sta cosa nosta. Tu 'o ssai chello ca vulimmo nuie, t' o dicette già: e tu che dici? Nun è 'na pazziella fa venì chillo strunz 'e don Astìnco da 'a parte nosta, farlo persuaso ch'amma assettà a Isso, a 'o granne don Glosta ccà,  'ncoppa o trono 'e sto paese e mmerda?

CATÉ   Noo. Vulimmo pazzià? Chillo, 'o Chiattone, sta co 'o Principe, chillo è fedele a 'o pate suio bonanima e nun se mettesse mai co' nuie contr'a isso.

BUCHINGANNA   Va buò. E allora: Stanlio. Che dici?  Stanlio ce stesse?

CATÉ   Stanlio, chillo va sempe appresso a 'o Chiattone.

BUCHINGANNA  Va buo'. E allora avimm 'a ffa na cosa sula: va', frato mio, Caté mio bello, e scandaglia, sonda, sonda… ma 'ncoppa 'ncoppa… sto minchione 'e don Astìnco: vire che dice, se abbocca. Invitalo: fallo venì dimane rint'a Torre – a  'o Consiglio pe' l'incoronazione. Si te pare ca capisce, ca spenzula a ccà, da 'a parte nosta, tu gli dai 'na spintarella, gli spieghi o fatto buono comme sta. Si o minchione sta tosto, friddo friddo, o sfastiriato, tu fa comm'a isso: taglia 'o discorso e po' ce fai sapè come la pensa. Dimane avimm a ffa' due Consigli, separati, e tu là ci avrai 'na parte bona.

RICCARDO (isso, don Glosta)   Dagli i miei saluti a don Astìnco: e digli, Caté, ca chilli tre culattoni 'e nemici suoi, chelle chiaviche 'nfami, dimane, a 'o castello 'e Pomfritto, cacheranno 'o sango, cacheranno. Digli da parte mia ca, pe' festeggià a bella nutizia, desse nu vase 'e cchiù a chella puttanona 'e donna Sciore.

BUCHINGANNA   Va' vattenne, mo', Caté, e spiccia 'npressa, ca tu sì  sempe 'o meglio.

CATÉ   Vaco. Sempe a disposizione vostra, assignorì.

RICCARDO (isso, don Glosta)   Caté, ce fai sapé quaccosa primma ca ce corcammo?

CATÉ  Chest'è certo, assignorì.  [Caté esce]

BUCHINGANNA    E… che facimmo, cumpà, si chillo, 'o Chiattone, nun abbocca?

RICCARDO (isso, don Glosta)  E ch'amma fa? Gli tagliamo la capa. [risata] Quacche cosa aimm a fà… Ma tu mo' tieni mente a chesto: che, quanno che sarrò re, hai da pretendere da me la contea di Erforte e tutt 'e ccose ch'erano in mano a frateme, 'o rre muorto.

BUCHINGANNA   Chest'è sicuro: nun m'o scuordo, no. Ve le chiederò…

RICCARDO (isso, don Glosta)  E i', vedrai, te 'e dongo, e con grande piacere. Iammo mo', iammo 'npressa a magnà, ca roppo amma diggerì buono chesto complotto ccà. [escono ridendo]

(traduzione modernizzata in italiesco-da-intercettazioni, dal Riccardo III di Shakespeare, atto III, sc.I.
Buchinganna sta per lord Buckingham, Caté per Catesby, Stanlio per lord Stanley, Astìnco per lord Hastings. Riccardo è
isso, naturalmente, Glosta, il Duca di Glaucester, che sta preparando il suo colpo di stato per impossessarsi del trono e cerca di avere dalla sua i membri del Consiglio della Corona.)

la finestra dello schermo

Ogni volta che mi imbatto nel nome di Iva Zanicchi, non posso fare a meno di ricordare una felice vacanza della mia giovinezza. Era il 1970, o forse il 71, e  mi trovavo col mio amato bene a Bosco Chiesanuova, sui monti Lessini, in una modesta pensioncina, dove fra gli altri ospiti, teneva banco all'ora di cena un giovane lungagnone milanese, un poverino infelice afflitto da  ritardo mentale, che soggiornava lì in compagnia di due o tre vecchiotte, sue parenti e guardiane. L'argomento suo preferito era per l'appunto Iva Zanicchi, di cui rammemorava la vittoria a Sanremo del Sessantasette: "Rimpiangerete il festival del Sessantasette!" usava profetizzare ogni volta che lo si incrociava.
Ma ancor più gli piaceva raccontare come, per un privilegio del destino, lui era non solo il più grande ammiratore della Zanicchi, ma quasi un suo intimo e di casa. Abitava, infatti, nello stessa via della sorella del suo idolo, anzi proprio a due passi, e questa sorella della Zanicchi lo conosceva benissimo, era anzi si può dire una sua amica – tanto vero che, diceva, ogni volta che dalla finestra lo vedeva passare, lei si affacciava a salutarlo gridandogli dall'alto: "Sceemooo! Sceemooo!" Cosa che lo riempiva di gioia anche solo al ricordo: ne gongolava tutto orgoglioso nel narrarlo rimodulando il richiamo e non smetteva mai di ripeterlo, felice del successo di sorrisi che tale sua confidenza suscitava nel suo piccolo pubblico involontario.

La scena mi è tornata in mente anche oggi, leggendo sui quotidiani che la venerata cantante di quel povero "scemo",  ora deputata europea del PdL, nonché detentrice del primato di assenteismo dalle sedute parlamentari, non ha voluto far mancare la sua famosa ugola nel coro dei fedeli berlusconiani e ha gorgheggiato, in perfetto stile familiare, un suo schietto e decisivo: Fini fuori dalle palle!.

Un tempo Iva Zanicchi era una ragazzona esuberante e del tutto innocua, cui avevano affibbiato il nomignolo di Aquila di Ligonchio. Ora è una matura signora, quasi altrettanto innocua. Ma il suo intervento sulla scena pubblica è una cartina di tornasole che mette in evidenza a quale livello sia scesa la nostra politica, applaudita ancora dai gongolanti telespettatori, cittadini ignari di sé e felici di essere sonoramente presi in giro dalle alte finestre dei palazzi.

intolleranza zero

Certo che il nuovo clima di sicurezza dovuto alla “tolleranza zero” proclamata dai nostri governanti verso i clandestini, badanti o non, Rom, lavavetri, mendicanti e compagnia bella di immigrati o migranti, lo si respira soprattutto nelle stazioni.
L’altro ieri, per esempio, il passeggero che si fosse recato a prendere un treno o ad aspettare parenti a Napoli, non avrebbe visto aggirarsi barboni, mendicanti e altri loschi figuri di altre etnie, ma avrebbe potuto assistere, in prima fila e senza disturbatori di sorta, alle vivaci manifestazioni di esuberanza ed entusiasmo di vigorosi butti delle nostre antiche radici italiche: giovani bravi (ma per nulla buonisti), che si tengono lontani dalla politica e sono ancora capaci di provare semplici e pure passioni sportive. Qualcuno forse ha ecceduto un poco scassando qualcosa (si sa la gioventù è fatta così), qualcuno per gioco portava il passamontagna, faceva luccicare coltelli, roteare bastoni, ma le bomne erano solo bombe carta – e il cittadino italiano, pure se è stato scacciato dal treno, non avrà potuto non sentire in cuore un senso di commossa gratitudine per come lo Stato protegge le tradizioni più sane del nostro paese e il sacrosanto diritto dei suoi virgulti migliori allo svago nazionale più popolare, per non dire patriottico.

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Seriamente, invece:
segnalo, l’interessante lettura che di questi fatti, e della resa dello Stato di fronte ai violenti, dà oggi Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, in un bell’articolo di cui riporto qui le conclusioni:

“Una spiegazione, al di là del luogo comune della politica e dell’ipocrisia del mondo del calcio, ci deve essere e voglio azzardarne una. Puoi permetterti la tolleranza zero con chi è stato spogliato dei suoi diritti, privato di ogni statuto politico e di ogni prerogativa fino a ridurlo a non-cittadino, come non-cittadini sono gli immigrati contro cui si esercitano le politiche di tolleranza zero.

I violenti degli stadi che, spesso nelle loro periferie vivono la stessa condizione di denizens degli immigrati, diventati “tifosi” e “massa” recuperano uno status – addirittura una dignità, quasi un diritto di cittadinanza – perché fanno parte dello spettacolo e lo spettacolo, con i tempi che corrono, ha sempre una positività impetuosa, indiscutibile, intoccabile. È lo spettacolo cui partecipano a restituire ai violenti diritti, voce, un linguaggio, uno spazio, un potere, un’illusione, l’impunità. Impunità che non avrebbero se, fuori dello spettacolo, scatenassero la loro collera sociale (nello spettacolo, i gesti dello spettatore “non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta”).

È dunque il potere dispotico dello spettacolo a rendere immuni gli ultras perché è lo spettacolo che li tiene lontani dal conflitto sociale, e un prezzo bisognerà pur pagarlo per quel beneficio. Forse accade addirittura di più. Nei riti di guerra simulata, le tifoserie violente interpretano con la tribalizzazione dell’identità, l’occupazione di uno spazio territoriale, il radicamento delle appartenenze, l’evocazione di simboli e slogan politici e della coppia amico/nemico, una tendenza sociale più che condivisa; una vocazione condotta fino al limite della patologia che non si vuole o può condividere, ma nemmeno smentire al di là di una condanna di circostanza. Che, con il nuovo giorno, si può lasciare cadere da qualche parte per ricominciare ancora una volta daccapo. Non è accaduto questo finora? E non è questo che ancora accadrà?”

di Giuseppe D’Avanzo, www.repubblica.it.

RIFIUTI a PADOVA

Viviamo in una città civile, noi, qui a Padova.
Verrà, sì, l’esercito; ma per proteggerci dai poveri (che sono spessi anche brutti e cattivi, specie se stranieri), mica per far la guardia ai rifiuti e alle discariche: qui da noi non è come giù a Napoli. Qui lo smaltimento funziona benissimo: abbiamo da tempo la raccolta differenziata, e moderne ditte molto efficienti, come la Star Recycling, si occupano del riciclaggio e della separazione del vetro dalla plastica, dando lavoro a un po’ di quella gente là.
Il nostro problema, voglio dire, sono i RIFIUTI UMANI, non quelli materiali, come si può evincere da questo articolo apparso ieri sul Manifesto, a firma di Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi.

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PADOVA
Korogocho nel cuore della zona industriale di Padova. Un’immagine – quella della baraccopoli di Nairobi – stridentemente efficace del modello Nordest. La discarica fra i capannoni, dove il lavoro non ha tetto né legge. E’ l’ultima frontiera del Veneto, dove immondizia e extracomunitari convivono fino a doversi confondere. E’ la Star Recycling di Corso Francia, dove ieri pomeriggio un blitz di Rifondazione comunista a Workers in Action ha squarciato una realtà normalmente accettata. Donne marocchine, con e senza velo, in ginocchio fra i rifiuti. Praticamente ridotte ad una condizione di schiavitù. Costrette a separare montagne di immondizia a mani nude, sotto la canicola estiva. Nessuna protezione, lamentela o protesta, pena il licenziamento in tronco.
Al di là di ogni immaginazione per Padova che si considera una città europea civile. Eppure accade…

in piena zona industriale, dove il presidente del consorzio Zip Angelo Boschetti progetta torri della ricerca pediatrica, asili infantili, parchi senza vedere dietro la facciata. Un angolo di vergogna, un emblematico luogo produttivo, una terrificante “fabbrica” del Duemila. La Star Recycling è l’altra faccia della speculazione urbanistica e immobiliare nella Zip: l’ha denunciata l’associazione dei costruttori, puntando l’indice perfino contro il sindaco Flavio Zanonato. Mezzo secolo fa, era pura campagna: i contadini furono espropriati grazie ai manganelli della Celere, perché Padova aveva bisogno di una zona industriale simile a Marghera. Oggi la Zip (scaduta la legge nazionale che la istituiva) sopravvive con il vetrocemento direzionale, i capannoni che diventano locali notturni e la produzione industriale che lascia il posto ai servizi. Come quelli della Star Recycling.
La Korogocho in salsa padovana l’hanno scoperta ieri pomeriggio i lavoratori di Workers in Action e gli esponenti locali di Rifondazione, svelando le condizioni subumane di venti lavoratrici immigrate. La ricicleria della Zip era parzialmente bruciata il 10 maggio scorso. Dall’incendio si era salvata solo mezza fabbrica: spazio più che sufficiente per mettere ai lavori forzati il pugno di dipendenti della cooperativa Centro Lavoro.
Padova, capitale della raccolta differenziata che viaggia al 43 per cento, smaltisce i rifiuti a ritmo bavarese e prezzo africano: a partire dalle condizioni di lavoro imposte con il ricatto all’ultimo anello della filiera della «monnezza». Il più debole, il meno visibile. «Una scena raccapricciante – rivela Daniela Ruffini, assessore all’Immigrazione – Schiave chinate su cumuli di sacchi di spazzatura appositamente smembrati. Mai vista una cosa del genere se non in Kenya». Poi l’improvviso faccia a faccia con Samuel Piazza, amministratore unico della Star reciclying. Avvertito dai fedeli kapò (tra loro anche un marocchino) ha provato a respingere oltre il cancello i testimoni dello sfruttamento. Occhi scomodi, come quelli dei media e di Paolo Benvegnù, responsabile lavoro del Prc padovano. «E’ bene che tutti sappiano come si lavora in questa azienda – spiega – La Star Recycling avrebbe dovuto attendere il riatto dei macchinari destinati alla separazione prima di riprendere l’attività». Ma il tempo è denaro e la caccia a plastica, carta e lattine era stata affidata all’esercito silenzioso messo a disposizione dalla cooperativa Centro Lavoro. Ultimo tassello della fiera del subbappalto che fa capo a Progetto Salvaguardia Ambiente Spa. Già proprietaria del Centro riciclo di Monselice (altro impianto che funziona con braccia magrebine) la società ha affidato la raccolta differenziata a Work Service che, a sua volta l’ha “girata” a Centro lavoro. Appalto su appalto. Ora la palla è passata alla Cgil. I sindacalisti hanno chiesto l’interruzione del riciclaggio fino alla sistemazione «strutturale» dell’azienda . E avvertono: «Non accettiamo trucchi: in caso di blocco la Star Recycling dovrà continuare ad erogare lo stipendio alle lavoratrici – puntualizzano alla Cgil – Fino all’inserimento delle venti dipendenti nel libro paga della casa madre, e non una delle tante cooperative. Anche perché molte operaie sono state licenziate e riassunte diverse volte. In altre parole hanno continuato a pagare i contributi anche quando non lavoravano».
Oltre il danno, la beffa. Eppure basterebbe guardare qualche chilometro più a Nord, alla vicina ricicleria di Vedelago, nel trevigiano. Dove gli operai vengono assunti direttamente dal gestore dell’impianto. Paga base: 1.400 euro al mese

di Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi.

informazione civica

Non appena qualcuno viene ucciso, specie se barbaramente, specie se giovane, ecco che il giornalista di turno, se non gli è riuscito di ficcare il microfono direttamente tra i denti del padre o della madre, si attacca al citofono della loro casa per chiedere non più il solo, rituale “Cosa prova?”, ma anche se perdona agli assassini.
Pare che la prima urgenza dell’informazione dopo un’assassinio sia accertarsi del perdono: è urgente, sembra, far sapere ai concittadini se il perdono viene immediatamente concesso, se viene dilazionato o condizionato da un SE o magari negato con un MAI e con esasperate invocazioni di pena di morte.

Quanto agli assassini, l’importante per i nostri professionisti dell’informazione è non tenerci all’oscuro circa il loro “mostrare (o non mostrare) pentimento“. Il pentimento infatti, che una volta era cosa che si doveva o poteva provare (sentire nell’intimo), ora è cosa che soprattutto si deve mostrare. Alle telecamere, possibilmente.
Il segno principale con cui un perfetto assassino mostra il suo pentimento è quello di chiedere per lettera il perdono ai parenti della vittima già fin dal primo giorno di arresto, e di tenerne informati attraverso il solerte avvocato gli altrettanto solerti giornalisti.

In questi giorni tuttavia c’è stata una variazione nel rito: il padre che ci è stato somministrato a pranzo e a cena più di recente non era il parente della vittima, ma quello dell’assassino. E ci ha spiegato che il figlio è un bravissimo ragazzo, di quelli che ogni genitore si augura di avere, e che soffre molto per la disgrazia che gli è capitata (quella di scappare dopo aver investito e ucciso due ragazze a Roma, e di venire preso lo stesso): è proprio malridotto, povero figlio, sull’orlo del suicidio.

Stasera a cena mi aspetto perciò che, considerato che oggi è oltretutto Venerdì Santo, venga chiesto a questo padre accorato se perdona quelle due vittime che sono andate a farsi mettere sotto proprio dal povero figlio suo.

(Sono tre giorni che non passa telegiornale senza che si veda il padre del pirata della strada (romano, non romeno) che ha travolto le due giovani irlandesi, concionare sbandierando la moralità del figlio, la commovente disperazione che questo povero giovanotto prova, le immediate richieste di rapido perdono che ha inoltrato alle famiglie delle vittime e altre edificanti azioni e nobili sentimenti dell’ottimo rampollo.
Del resto non può che essere ottimo un giovane il cui genitore, ufficiale della polizia municipale, gli ha fin da piccino insegnato che “quando fa un incidente si deve fermare, perche’ e’ stupido scappare, primo o poi ti beccano, ando’ vai? Per cui tanto vale fermarsi.”

Questo padre così loquace, e tanto ben visto dai media, è candidato alle prossime elezioni comunali a Roma.
Per quale parte è facile dedurlo dai su riportati ragionamenti educativi.)

l’uovo di Colombo

Ieri Luciana Littizzetto ha espresso un’idea che da qualche tempo vado rimuginando anch’io, e sulla quale ho cercato di saggiare anche il parere di qualche amico – per lo più ricevendone in risposta solo un fiacco sorriso e un rapido cambio d’argomento.
Ma ora che finalmente la TV, attraverso una sua popolare opinion maker, garantisce un qualche interesse pubblico per l’idea, oso parlarne anch’io portando al mulino il mio modesto, ma spero non inutile, contributo.
La proposta è semplice come l’uovo di Colombo, ma anche serissima: perché non affidare direttamente al Papa la guida di questo nostro paese?

Persone non da poco ci avevano già pensato, al tempo del Risorgimento. Ricordate Gioberti? ricordate Rosmini? basta ristamparli in edizioni divulgative, promuoverne il pensiero nei talk show, e si vedrà che dicevano cose adattissime a venire riesumate mettendo a tacere in un attimo tutto il vano inciucio sui modelli tedeschi, francesi, spagnoli e via discorrendo. Perché guardare all’estero, quando si sa che il caso italiano ha sue peculiarità singolarissime e, soprattutto, ci sono già nei nostri cassetti modelli autoctoni, radicati nella nostra storia, adatti a tenerne conto?
Di che si tratterebbe, infine?
Di portare a termine il processo per il Federalismo (con piena soddisfazione anche dei leghisti, quindi) affidando però al Papa il compito di salvaguardare l’unità della federazione stessa e dare le sue direttive generali quanto a legislazione, soprattutto riguardo l’obbligo di vivere a tutti i costi: volenti o nolenti (o incapaci di volere e di intendere e nolere) e, in particolare, se in stato embrionale o vegetativo (meglio ancora se embrionale e destinato allo stato vegetativo) o, in alternativa, molto sofferente, quando si è dipendenti da marchingegni adatti a prolungare, artificialmente e senza speranza di guarigione, la sofferenza stessa.

Non sto qui ad elencare tutti i vantaggi che tale nuova costituzione offrirebbe alla stabilità e concordia nazionale: mi limito a sottolineare che scomparirebbe ogni controversia circa l’interferenza del Vaticano nelle vicende politiche e legislative del paese, e si guadagnerebbe la protezione dello Spirito Santo.

Aggiungo, a Postilla, che si potrebbe risolvere immediatamente anche il problema della Mafia e consorelle, affidando direttamente a tali efficientissime organizzazioni, non prive di influenti relazioni internazionali e tanto legate, come si sa, alla devozione dei Santi patroni e della Vergine (nonché, quasi dimenticavo, al culto della famiglia), l’amministrazione e il mantenimento dell’ordine nei loro territori. Sarebbero così eliminate sia la spesa che la frustrazione della vana lotta contro la malavita organizzata, si riempirebbe finalmente il tanto lamentato “vuoto di Stato” e si rinsalderebbero la fedeltà e il rispetto della popolazione verso le istituzioni.