colpe mortali

SMITH – Ecco qua il segretario di Chatham: sa leggere scrivere e far di conto.
CADE – Che mostruosità!
SMITH –  L’abbiamo colto a insegnare calligrafia ai ragazzi.
CADE – Che mascalzone!
SMITH –  E sa fare contratti e scrivere in caratteri notarili.
CADE – Ah, questo non mi piace. Vieni qua. Come ti chiami?
SEGRETARIO – Em-ma-nuel.
CADE – E usi scriverlo, questo nome, oppure firmi con un segno di croce come ogni onestuomo che si rispetti?
SEGRETARIO – Signore, grazie a Dio ho ricevuto istruzione bastante a scrivere il mio nome.
CADE – Portatelo via! Impiccatelo con al collo la penna e la fiala dell’inchiostro.
————————————
Shakespeare Enrico VI Parte 2, Atto IV, scena II.
(Cade è il capo di una rivolta popolare istigata e strumentalizzata ai propri fini di potere dal duca di York, durante la Guerra delle due Rose).

 

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il male nascosto

Questo è il  tumore che germina nascosto in tanta ricchezza e tanta pace,
che all’interno si ulcera e infetta, e non mostra all’esterno
la causa per cui l’uomo ne muore.

Shakespeare, Amleto, Atto IV, scena iv

Sessant’anni di pace e di benessere, e all’interno dell’Europa si gonfia nuovamente il bubbone delle antiche pesti.

 

ritornando a Shakespeare

Siamo nel RiccardoIII.
Nella sua scalata verso il pieno potere, Riccardo si è disfatto in quattro e quattr’otto di Lord Hastings, suo possibile oppositore. Ma deve giustificare la sua frettolosa decapitazione di fronte al Lord Mayor di Londra e ai cittadini, del cui appoggio ha bisogno per essere, come intende, proclamato re.
Il complice di Riccardo, Buckingham, così giustifica il fatto ( Atto III, V scena):

– Costui fu il traditore più subdolo e coperto che sia mai vissuto. Avreste mai immaginato, o appena creduto, Lord Mayor, (se non ve lo dicessimo noi, che solo per un miracolo siamo qui a raccontarlo) che questo traditore astuto aveva oggi stesso tramato di assassinare in pieno Consiglio me e anche il mio buon signore di Gloucester [Riccardo]?

– Ah, così?

-Che? Ci credete forse turchi o infedeli a ordinare – così a precipizio e in odio a ogni formalità di legge – la morte di un traditore, se il caso di estrema urgenza, la pace d’Inghilterra e la personale salvezza nostra, non ne avessero imposta l’esecuzione?
………………..

-Non dubitate [dice il Lord Mayor a conclusione]: non mancherò di illuminare i benpensanti sulla piena legalità, nella fattispecie, dei vostri procedimenti.

Nel seguito della scena, Riccardo e Buckingham si accordano su come andar spargendo calunnie (o fake news) tra la popolazione per averne l’appoggio. “Userò, dice Buckingham, tutti gli artifici dell’oratoria…”

Nella scena successiva appare uno Scrivano, che così monologando informa noi spettatori:

-Ecco l’atto di accusa contro il buon Lord Hastings, vergato in chiari caratteri da mano esperta, che dovrà essere letto oggi in San Paolo. E guardate ora come combinano le cose: undici ore ho messo io a far la copia; ché ieri sera mi fu mandato l’originale: e altrettanto tempo avrà preso la stesura dell’originale. E intanto, fino a cinque ore fa Lord Hastings era vivo, insospettato, non interrogato, sciolto, in libertà. Però, un bel mondo! Chi sarà così minchione da non riconoscere qui a colpo d’occhio il palpabile inganno? Ma chi è così ardito da dire che lo vede?

(la traduzione è quella di Cesare Vico Lodovici . Ediz. Einaudi, 1964)

molestie

Volevo scrivere qualcosa su Venus and Adonis, ma mi sono accorta di averne già scritto qualcosa circa dieci anni fa (vedi QUI e anche QUI)
Non mi ripeto: ricordo solo che Shakespeare si discosta significativamente dal racconto di Ovidio (la sua fonte) e, anziché narrare di un amore condiviso, mette in scena il vano tentativo di seduzione del ragazzino da parte di Venere.
Adone è davvero un ragazzino: non ha ancora nemmeno la prima peluria della barba e si comporta come un bambino insidiato. Quanto a Venere il suo atteggiamento è piuttosto violento: lo afferra tirandolo giù dalla sua cavalcatura, lo getta a terra tenendolo avvinto tra le sue forti braccia e, tutta sudata smaniosa ed eccitata, non gli dà tregua con carezze e baci e un profluvio di parole e argomentazioni, nonostante lui cerchi di divincolarsi e mostri in ogni modo la sua ripulsa oltre che l’infantile imbarazzo.
Insomma si tratta di quella che oggi si chiamerebbe molestia, quasi tentativo di stupro con l’aggravante della pedofilia. Probabilmente Venere sarebbe oggi scacciata dall’Olimpo e cancellata da tutti i racconti e le rappresentazioni che la riguardano. Forse verrebbe sostituita nel cast delle divinità da qualche altra dea minore. Nemmeno Marte, per non dire di Vulcano, la frequenterebbe più.

Shakespeare si limita a esporre la dea a un certa ironia, cui non sembra estraneo uno sguardo misogino e, forse, a me pare, vagamente omosessuale.
Venere appare non solo sudata arrossata, goffa persino, ma anche ingombrante nel peso giunonico delle sue carni: una virago già matura, poco attraente, benché – o anche perché – si vanti della propria bellezza.
caravaggio copia

Adone invece, imbronciato sotto l’ombra del suo berretto, ha un che di deliziosamente caravaggesco, e una grazia scontrosa che attira la simpatia del lettore. 

Oltretutto, con la saviezza dei bravi ragazzi difende le ragioni dei minorenni:

“Regina, dice, se un poco mi ami,
la mia freddezza ascrivila ai miei anni.
Non cercare di conoscermi tu, prima
che io stesso mi conosca…”

A suo tempo tuttavia questo poemetto erotico ebbe uno straordinario successo. Le riedizioni si susseguirono fitte fin dopo la morte dell’autore.

I contemporanei lo leggevano con occhi non identici ai nostri.
Erano attratti soprattutto dalla raffinatezza e grande musicalità del verso – la dolcezza, dicevano – oltre che dalla sensualità e vivacità delle descrizioni, che hanno un carattere di immediatezza quasi cinematografico, a causa dell’uso del presente storico, preceduto spesso dall’invito a “guardare”,  e della rapidità dei passaggi, con primi piani e dettagli di primi piani alternati a scene d’insieme.
Il paesaggio ha grande rilievo: il sole a picco, l’ombra che si sposta col procedere del giorno, il bosco, gli uccelli e gli altri animali (vedi, per esempio, la descrizione della fuga di un leprotto).
Tra questi ultimi spicca la descrizione dei cavalli: l’arte della scrittura in gara con quella della pittura nel voler vincere la natura nel rendere la sensuale bellezza e vitalità delle sue creature.
Il destriero di Adone è stato legato a un albero; ma nel vedere una puledra, preso dal desiderio, si slaccia per andarle incontro:

(altro…)

Shakespeare spiega le elezioni (USA) del 2016.

Traduco un articolo di Stephen Greenblatt apparso l’8 ottobre sul New York Times:

Nei primi degli anni 90 del XVI secolo, Shakespeare si accinse ad affrontare in un dramma questa questione: come può un grande paese  finire governato da un sociopatico?

Il problema non riguardava l’Inghilterra, dove  da più di trent’anni era sul trono una donna di eccezionale intelligenza ed energia, ma da tempo aveva preoccupato gli uomini di pensiero. Perché, almanaccava la Bibbia, il regno di Giuda venne governato da una successione di re disastrosi? Come fu possibile che il più grande impero del mondo, si chiedevano gli antichi storici romani, fosse caduto nelle mani di un Caligola?

Come scenario teatrale del caso in questione, Shakespeare scelse un esempio più prossimo: il breve regno infelice, nell’Inghilterra del XV secolo, del re Riccardo III.
Riccardo, secondo l’idea che ne aveva  Shakespeare, in seguito a una miserevole infanzia senza amore e a una spina dorsale deforme che faceva scansare chi lo vedeva, era tormentato interiormente da insicurezza e rabbia. Perseguitato dall’autodisprezzo e dalla coscienza della propria bruttezza –  lo si paragona ripetutamente a un cinghiale o a un maiale grufolante – trovava rifugio nell’idea di un proprio diritto, nella impudente fiducia in se stesso, nella misoginia e in una spietata tendenza al bullismo.

Era da questa psicopatologia che, secondo il dramma, emergeva la determinazione morbosa e ossessiva a raggiungere un obiettivo all’apparenza del tutto fuori portata, una carica fuori da ogni ragionevole aspettativa e per la quale non possedeva né un’appropriata qualificazione né in assoluto alcuna attitudine.

Il “Riccardo III”, che si dimostrò uno dei primi grandi successi di Shakespeare, esplora il modo in cui questo mostro perverso e ripugnante riuscì di fatto a raggiungere il trono. Secondo il dramma, la malvagità di Riccardo era facilmente evidente a tutti. Non c’era nulla di segreto circa il suo smisurato cinismo, la sua crudeltà e la sua slealtà, né c’era in lui alcun barlume di qualcosa di riscattabile né alcuna ragione per credere ch’egli sarebbe stato in grado di governare efficacemente la nazione.

Il suo successo nell’arrivare alla corona dipese da una fatale congiunzione di reazioni diverse ma ugualmente autodistruttive da parte di quelli che lo circondavano. Il dramma pone tali reazioni in alcuni particolari personaggi – Lady Anna, Lord Hastings, il Conte di Buckingham ecc. – ma finisce anche con l’implicare che questi personaggi schematizzino il fallimento collettivo di un intero paese. Presi nel loro insieme, essi catalogano una nazione di agevolatori.

Primo: ci sono quelli che credono che tutto continuerà in modo normale, che le promesse saranno mantenute, le alleanze onorate e le istituzioni centrali rispettate. Riccardo è con tale evidenza e così grottescamente inadeguato alla suprema carica di potere ch’essi lo rimuovono dalla loro mente. Si concentrano sempre su qualcun altro, finché è troppo tardi. Non si rendono conto con sufficiente rapidità che quanto sembrava impossibile sta di fatto accadendo. Hanno fatto affidamento su una struttura che si dimostra inaspettatamente fragile.

Secondo: ci sono quelli che non riescono a considerare con chiarezza che Riccardo è cattivo quanto sembra. Vedono benissimo che ha fatto questa o quella azione orrenda, ma hanno una strana tendenza a dimenticare, come se fosse duro e faticoso anche il semplice ricordare quanto egli sia orrendo. Sono irresistibilmente spinti a cercare di normalizzare ciò che è fuori d’ogni norma.

Terzo: ci sono quelli che si sentono spaventati o impotenti di fronte alle intimidazioni e alle minacce di violenza. “Farò un cadavere di colui che mi disubbidisce”,  avverte Riccardo, e ai suoi comandi oltraggiosi l’opposizione in qualche modo si affloscia. Vi contribuisce il fatto ch’egli  è un uomo enormemente ricco e pieno di privilegi, abituato a fare ciò che vuole, anche quando ciò che vuole viola di ogni norma morale.

Quarto: ci sono quelli che si convincono che possono ottenere vantaggi dall’ascesa al potere di Riccardo. Vedono benissimo quanto lui sia distruttivo, ma sono fiduciosi di anticipare la marea del male o di riuscire a ottenerne qualche profitto. Questi alleati e seguaci lo aiutano a salire da un gradino all’altro, collaborando nel suo lavoro sporco e osservando l’accumularsi delle vittime con fredda indifferenza. Questi sono, come li immagina Shakespeare, tra i primi a colare a picco, una volta che Riccardo li abbia usati per raggiungere il suo scopo.

Quinto, e forse l’aspetto più strano di tutti: ci sono quelli che ricavano un piacere vicario nel dare sfogo all’aggressività repressa, nell’umor nero di tutto ciò, nel dire apertamente il non dicibile. “I vostri occhi lasciano cadere macine di mulino quando gli occhi degli sciocchi fanno scorrere lacrime”, dice Riccardo ai sicari che ha assunto per uccidere suo fratello. “Mi piacete, ragazzi”. Non è necessario guardarsi intorno per trovare persone che incarnino questa categoria di collaboratori. Questi siamo noi, il pubblico, affascinati ogni volta daccapo dalla spavalda oltraggiosità del cattivo, dalla sua indifferenza verso le norme ordinarie dell’umana decenza, dalle bugie che sembrano efficaci anche quando nessuno ci crede, dal potere seduttivo della pura bruttezza. Un qualcosa dentro di noi assapora con gusto ogni minuto della sua tremenda ascesa al potere.

Shakespeare mostra in modo brillante tutti questi tipi di agevolatori al lavoro nella scena culminante di tale ascesa. La scena – in modo piuttosto anomalo per una società retta da una monarchia ereditaria, ma curiosamente tempestivo per noi – è quella di una elezione. Diversamente dal “Macbeth” (che ha introdotto nella lingua inglese la parola “assassination”), il “Riccardo III” non ritrae una violenta presa del potere. Al contrario vi si mostra la sollecitazione di voti popolari, corredata da una fraudolenta esibizione di pietà religiosa, dalla diffamazione degli oppositori e da una grossolana esagerazione di minacce alla sicurezza nazionale.

Ma perché un’elezione? Evidentemente Shakespeare voleva sottolineare l’elemento del consenso nell’ascesa di Riccardo. Non si tratta di un consenso robusto: solo un funzionario municipale e un po’ di sostenitori accuratamente infiltrati gridano il loro voto:”Dio salvi Riccardo, regale sovrano d’Inghilterra!”
Gli altri della folla riunita, per indifferenza o per paura o per l’opinione catastroficamente sbagliata che non ci siano reali differenza tra Riccardo e le alternative, restano in silenzio, “come mute statue o pietre dotate di respiro”.
Il non parlare – il semplice non votare – è quanto basta per portare il mostro al potere.

Le parole di Shakespeare hanno la straordinaria capacità di andare al di là del loro tempo e luogo originali e di parlare direttamente a noi. Nel passato più volte, in tempi di perplessità e di crisi, ci siamo rivolti a lui in cerca delle più fondamentali verità umane. Così è ora. Non pensate che ciò non possa accadere, e non restate in silenzio, non sprecate il vostro voto.

Stephen Greenblatt

I could be bounded in a NUTSHELL and count myself a king of infinite space…

… were it not that I have bad dreams.

Nutshell è il titolo dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, uscito il primo di questo mese. Il titolo in copertina mostra nel grembo della U un piccolo feto a testa in giù, già in posizione per nascere.29752912
È proprio lui, questo essere ancora non nato, il narratore della storia e il suo testimone. McEwan se la cava con strabiliante maestria nel rendere credibile non solo tale inusuale punto di vista ma anche la capacità narrativa e la conoscenza disincantata della vita da parte di questo piccolo personaggio, che si permette di discettare con acutezza e profondità anche sulle sorti del mondo.

La storia è quella di un delitto, un delitto familiare che va maturandosi e preparandosi nelle ultime settimane della gestazione – e per impedire il quale il narratore è ovviamente impotente, anche se si arrovella cercando un modo per intervenire.
La lettura è godibilissima. Un McEwan al suo meglio: suspence, ironia, comicità, amarezza, profondità e commozione sono mescolate insieme con arte in un gioco che coinvolge il lettore, partecipe, impotente e preveggente, proprio come il feto, rispetto al procedere degli eventi.

Per chi ama Shakespeare e in particolare l’Amleto (per questi soprattutto scrivo questa nota) questa lettura è un doppio piacere, perché non può non riconoscere nel feto Amleto – ancora senza nome, ovviamente, perché non nato.  Ma non a caso la madre si chiama Trudy (Gertrude) e il suo amante Claude (Claudio). La storia delittuosa è quella che sappiamo. I dettagli ironici, le citazioni spesso “capovolte” (come capovolto è il bambino sospeso tra il not-to-be e il to-be) o deviate dal corso originale che rimandano all’Amleto sono sparsi fittamente dappertutto, invitando il lettore shakespeariano a una straniante  rimeditazione del famoso testo.

Il titolo allude alla battuta di Amleto che ho citato sopra: “Potrei essere confinato in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito, non fosse che faccio brutti sogni.”

Nutshell uscirà in traduzione italiana all’inizio dell’anno venturo, a quanto ho letto.
Preparatevi.

compleanni

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In calendario spesso i santi sono ricordati nella data della morte in quanto questa sarebbe l’inizio della loro vera vita.
Laicamente, sembra più ragionevole che delle persone che hanno fatto del bene, che hanno rallegrato, emozionato, stupito, spinto a riflettere o a guardare le cose da punti di vista nuovi, delle persone amate e di quelle grandi, la data da ricordare sia quella della loro venuta al mondo. La morte non aggiunge niente ai motivi della nostra gratitudine.
Per quanto riguarda Shakespeare, il giorno della morte è lo stesso, a cinquantadue anni di distanza, di quello della nascita. Dunque tutto è più semplice e si può oggi, 23 aprile, ricordare, se lo si preferisce, il quattrocentocinquantaduesimo suo compleanno.
E, poiché la data, oltre che essere incerta, è convenzionale e in realtà il 23 aprile dei suoi tempi corrisponde al 3 maggio nel calendario nostro, si può  tornare a ricordarlo ancora fra dieci giorni – più o meno.

I rifugiati (e la mano di Shakespeare)

Le sole tre paginette manoscritte in cui gli studiosi pensano di poter riconoscere la grafia di Shakespeare, non appartengono a qualche sua opera famosa, ma ad un dramma storico scritto in collaborazione con vari altri, e in cui il contributo di Shakespeare sembra minimo – limitato forse solo alla scena proprio di quelle tre paginette. Si tratta del Sir Thomas More.

Dati i tempi che attraversiamo, è particolarmente emozionante che in questi unici fogli che ci restano scritti di sua mano, Shake rappresenti una scena che sembra scritta oggi.
È il 1°maggio 1517 e i lavoranti delle botteghe londinesi sono in tumulto: ce l’hanno con gli immigrati (si tratta di rifugiati politici e religiosi provenienti dalla Francia, dal Belgio dall’Italia), vogliono incendiare le loro case, perché, dicono, tolgono loro il lavoro, hanno pessimi costumi, introducono cibi malsani (la zucca, per esempio o la pastinaca) ecc.: tutte le varie argomentazioni xenofobe irrazionali che si sentono anche adesso.
Vogliono l’espulsione immediata di questi stranieri. Uno dei caporioni chiede: “Devono costoro godere più privilegi di noi nel nostro paese?!” Pare di sentire un seguace di Salvini.
Shakespeare allora fa rispondere loro per bocca di Tommaso Moro queste parole (atto II, sc.IV):

Mettiamo che siano allontanati, mettiamo
che il vostro tumulto abbia messo sotto scacco
tutta la maestà dell’Inghilterra.
Immaginate dunque di vederli, gli sventurati stranieri,
coi bambinetti in collo e i poveri bagagli,
avviarsi con passo pesante verso i porti e le spiagge
in attesa di venire deportati;
e voi come re insediati nei vostri desideri,
le autorità ridotte al silenzio dalle vostre grida,
voi rivestiti nelle gorgiere delle vostre opinioni inamidate;
che cosa avrete ottenuto? Ve lo dirò io cosa: avrete insegnato
che la protervia e la forza devono avere la meglio,
e che gli ordinamenti devono venire soppressi.
E in base a tale modello, non uno di voi arriverà alla vecchiaia,
perché altri arruffapopolo dalle opinioni ugualmente inamidate,
non appena li coglierà l’estro, con la stessa forza
le stesse ragioni e lo stesso diritto fatti da loro stessi,
si avventeranno su di voi – gli uomini si divoreranno
gli uni con gli altri, come pesci predatori.
………………………..

— Ma, poniamo che il re, per questa vostra rivolta
vi bandisca ed esilii: dove potreste andare?
Quale paese, proprio per la natura della vostra colpa,
vi darebbe asilo? Che andiate in Francia o nelle Fiandre,
in qualsiasi regione della Germania, o in Spagna,
in Portogallo, dovunque non sia Inghilterra
sarete nient’altro che stranieri: vi piacerebbe
trovare una nazione di indole così barbara
che, esplodendo in un’odiosa violenza,
vi negasse un alloggio sulla terra,
affilasse i coltelli per le vostre gole,
vi scacciasse come cani, come se voi non apparteneste a Dio,
né foste stati da Lui creati, come se le garanzie
di legge non fossero destinate a vostro conforto
ma riservate a loro soltanto. Che cosa pensereste
nel venire trattati così? Questa appunto
è la situazione qui degli stranieri –
e questa è la vostra dura montagna di inumanità.

(Avevo già pubblicato questo pezzo. Ma sono passati otto anni e mi pare ancora più attuale, purtroppo. Sicché vale la pena riproporlo.)

Qui Ian Mckellen recita, come va facendo da qualche tempo in ogni occasione, questo pezzo.

Il ritratto di Shakespeare

374px-Shakespeare

Il colletto slacciato da poeta,
l’orecchino cui sospendere in scena
qualche perla regale…

Questo ritratto di Shakespeare è noto come “ritratto di Chandos“, dal nome del suo penultimo proprietario, ed è probabilmente l’unico eseguito dal vero, cioè quando Shakespeare era in vita.
Di esso parla per la prima volta, nei primi decenni del 1700, un antiquario londinese, George Vertue, che ne indica come autore un tale John Taylor, attore, che lo aveva dipinto per sé, a ricordo del maestro e poi, alla propria morte, l’aveva lasciato a William Davenant (drammaturgo, impresario teatrale e attore a sua volta), figlioccio di Shakespeare e, secondo alcuni, suo figlio naturale. Da Davenant l’aveva poi acquistato Thomas Betterton, famosissimo interprete di Amleto nel 1600, al tempo della Restaurazione, sotto Carlo II. Betterton diceva di aver appreso le indicazioni di Shakespeare su come recitare Amleto proprio da Davenant, che a sua volta asseriva di averle ricavate osservando in scena in quel ruolo Jo.Taylor, istruito a suo tempo direttamente da Shakespeare.
Gli studiosi tuttavia, non trovando alcun documento che desse notizia di un John Taylor tra gli attori o tra i pittori contemporanei di Shakespeare, non sapevano quale credito dare alla storia del dipinto così come l’aveva appresa e annotata Vertue nei suoi appunti, e dunque nemmeno al fatto che si trattasse effettivamente di un ritratto dal vero e non, come altri, basato sulla ricostruzione del ricordo. La vivezza dell’espressione lo faceva ritenere possibile, ma certezza naturalmente non se ne poteva avere.

Ora però, in un articolo uscito sul Times Literary Supplement il 24 aprile di quest’anno (2014) l’autorevole studiosa shakespeariana Katherine Duncan-Jones, sulla base di una documentata ricerca che ripercorre anche i vari passaggi di proprietà del quadro, individua quel Taylor come Joseph anziché John (come si era creduto, equivocando sull’abbreviazione Jo.). E Joseph Taylor era effettivamente un riconosciuto interprete di Amleto e di altri ruoli shakespeariani, contemporaneo di Shakespeare, anche se più giovane di quasi una ventina d’anni. Il ritratto dunque potrebbe essere stato fatto realmente dal vivo, tra il 1611 e il 1613, quando Shakespeare era tra i 47 e i 49 anni.

Il quadro, attualmente nella National Portrait Gallery di Londra, cui lo donò, in occasione dell’inaugurazione (1848), il suo ultimo proprietario (il conte di Ellesmere), è con ogni probabilità alla base della famosa (e un po’ rozza) incisione di Martin Droeshout che appare nel frontespizio delle opere di Sakespeare pubbicate nel 1623, e ritenuta dai curatori, colleghi e amici di Shakespeare, sostanzialmente somigliante.

Il ritratto ha subito nel tempo vari ritocchi e ripuliture che ne hanno assottigliato lo strato, fino a mostrare in evidenza la trama della tela. I capelli e anche la barba erano, pare, originariamente più corti.
Il colletto slacciato su un abito dimesso, che contribuisce a darci di Shakespeare un’immagine privata, poco ufficiale, indica forse anche il suo stato di poeta, come si deduce dalla presenza di simile particolare anche in un ritratto di John Donne. Il particolare dell’orecchino, poi, è certamente originale (non cioè un’aggiunta successiva): quel cerchietto serviva a sostenere all’occasione – e magari in scena – preziosi pendenti.

Falstaff (2)

Quando penso a Shakespeare mi torna in mente la conclusione del Simposio di Platone:

… e quanto al resto Aristodemo raccontò di non essersi ricordato dei discorsi – poiché non li aveva seguiti sin da principio, e inoltre ciondolava dal sonno – ma quanto all’essenziale, raccontò, Socrate forzava gli altri ad ammettere, che tocca ad un medesimo uomo il saper creare una commedia  e una tragedia, e che chi è poeta tragico, secondo l’arte, è anche poeta comico.

Falstaff (Orson Welles)

Falstaff (Orson Welles)

Shakespeare  grande autore sia di commedie che di tragedie, è stato capace di mescolare elementi tragici e comici all’interno delle sue opere teatrali e perfino, con Falstaff, all’interno di uno stesso personaggio.

Anche pensando a Falstaff,  mi torna in mente il Simposio: la scena (molto teatrale e indimenticabile) della irruzione nel cenacolo, animato dal vino e dai bei conversari sull’amore, di Alcibiade ubriaco e coronato di violette.  Alcibiade sotto molti aspetti sta a Socrate come il principe Hal sta a Falstaff: è il discepolo specialissimo e di altra classe sociale  che subisce il fascino di quel bizzarro sileno che “nei discorsi vince tutti gli uomini”, e nello stesso tempo è il discepolo che se ne allontana, lo tradisce, per così dire, per seguire la sua ambizione di potere. Quella che Alcibiade racconta nel Simposio è la storia di un sodalizio amoroso non molto dissimile da quello di Falstaff e Hal – non manca tra l’altro la partecipazione comune alla guerra: la figura di Socrate appiedato, essendo un oplita, che s’incrocia con quella di Alcibiade a cavallo richiama l’incontro tra Hal e Falstaff a Shrewbury. Sia Socrate che Falstaff  si distinguono tra i soldati per  una sorta di estraneità rispetto alla battaglia cui pure partecipano:  si tratta del loro rimanere freddamente “consapevoli di se stessi” pure in mezzo alla confusione, non dissimili nell’atteggiamento da come appaiono normalmente nella città. Sostanzialmente entrambi – sia pure per visioni opposte del mondo – sono estranei alla guerra.

Falstaff è definito dal Lord Chief Justice, che ha a cuore l’ordine e la legalità dello Stato, ma anche da Hal stesso  – nella scena dell’Enrico IV 1, in cui  lui e Falstaff  si scambiano le parti di padre e di figlio in una rappresentazione improvvisata, nel corso della quale emerge per la prima volta il proposito di distacco e di rifiuto da parte del principe – un corruttore della gioventù. È la definizione stessa con cui fu bollato a suo tempo  Socrate, tanto da subire per questo la condanna a morte.

Il paragone pare oltraggioso, e lo è per molti aspetti, falstaffianamente. Ma va notato che Falstaff ha davvero molto da insegnare a Hal. Non tanto il bere, la frequentazione dei bordelli, il disordine avventuroso e teppistico di notturne imprese, l’imprevidenza e la dissipazione – anche se così a prima vista sembrerebbe. Ha da insegnargli  l’enormità e il disordine della commedia della vita, la sua varietà e contraddittorietà, la sua straordinaria libertà, da cui la corte e i palazzi del potere sono separati e da cui si difendono. Il paragone, d’altra parte, per oltraggioso o carnevalesco che possa apparire, è adombrato da Shakespeare stesso.

Non è forse un caso infatti che la morte di Falstaff nell’Enrico V venga narrata dalla ostessa in modo tale da evocare quella di Socrate. Nel Fedone leggiamo:

Egli, allora, andò un po’ su e giù per la stanza, poi disse che si sentiva le gambe farsi pesanti e cosi si stese supino come gli aveva detto l’uomo del veleno il quale, intanto, toccandolo dì quando in quando, gli esaminava le gambe e i piedi’e a un tratto, premette forte un piede chiedendogli se gli facesse male. Rispose di no. Dopo un po’ gli toccò le gambe, giù in basso e poi, risalendo man mano, sempre più in su, facendoci vedere come si raffreddasse e si andasse irrigidendo. Poi, continuando a toccarlo: «Quando gli giungerà al cuore,» disse, «allora, sarà finita.» Egli era già freddo, fino all’addome, quando si scoprì (s’era, infatti, coperto) e queste furono le sue ultime parole: «Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio, dateglielo, non ve ne dimenticate.»

Ed ecco qui la narrazione della morte di Falstaff:

Però che bella fine!.. Se n’è andato come un bambino appena battezzato; tra le dodici e l’una è trapassato, giusto al cambiare della marea… Quando l’ho visto raspare con le dita le lenzuola, giocherellare coi fiori, sorridersi alla punta delle dita, mi sono detta che ormai era la fine. Il naso infatti gli s’era già affilato da sembrare la punta d’una penna, ed egli continuava a svariare su non so che di verdi praterie… “Su, su, sir John – gli dico – su, coraggio! Che uomo siete?.. Via, su, fatevi cuore!” Al che lui ha gridato: “Dio! Dio! Dio!” tre o quattro volte, e io per confortarlo gli  ho detto di non pensare a Dio – speravo che non fosse il caso di confondersi con tali pensamenti, non ancora. A questo punto lui m’ha chiesto di mettergli sui piedi altre coperte. Ho infilato la mano dentro il letto e li ho palpati: freddi come pietra. Allora gli ho tastato anche i ginocchi, e poi su, su, più su, sempre più su, ed era tutto freddo come pietra.

Socrate muore per rispetto verso le leggi che lo hanno condannato. Falstaff, ribelle a ogni legge, muore semplicemente di crepacuore, per l’abbandono da parte di Hal. Muore però anche perché il suo autore lo condanna a morte per liberarsene. Forse è per questo che Shakespeare gli dona l’omaggio nobilitante di uno dei suoi più commoventi brani di poesia.