in margine al Re Lear

Dobbiamo assumerci il peso di questo triste tempo:
parlare in accordo con ciò che sentiamo, non secondo i formalismi attesi.
I vecchi hanno sopportato cose enormi: noi che siamo giovani
non giungeremo mai a vedere così tanto, né vivremo così a lungo.

Misteriose queste parole conclusive del Re Lear.
Nel corso della tragedia (fra le tante cose) si assiste alla lotta dei giovani per scalzare i loro padri e prenderne il posto: per “rottamarli” come si direbbe oggi. Operazione che riesce vittoriosa, anche se a costo di un prezzo tragico e altissimo.
Si tratta di una guerra per il potere economico e politico, che divide anche i giovani stessi e li contrappone l’un l’altro in forma fratricida, ma anche di un conflitto più intimo che tutti conosciamo suppongo.
È a quest’ultimo che penso soprattutto, dopo aver riletto ancora una volta il Re Lear (e averlo rivisto nella straordinaria interpretazione di Ian McKellen, per la regia di Trevor Nunn. Vedi QUI).
Mi sembra che quelle quattro righe conclusive esprimano un tratto essenziale della giovinezza: l’idea che non si diventerà mai vecchi, non soprattutto al modo dei nostri vecchi e non trascinandosi così a lungo. Il personaggio che dice quelle parole, Edgar, il figlio “buono” di Gloucester, ci crede fortemente.
Ma, dopo che nel corso della tragedia abbiamo visto i vecchi (Lear e Gloucester) sperimentare il rovesciamento di tutto ciò che credevano di aver appreso nel corso della vita*, quelle parole finali suonano per noi piene di amara ironia.
Vedranno, vedranno anche loro, i giovani, molto più di quello che si aspettano.

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* Ne avevo parlato anche QUI.

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