intervallo shakespeariano (seduzioni e vitalizi)

Di Shakespeare, come è noto, non resta alcun documento personale: nemmeno una lettera che illumini sulla sua vita privata.
Restano invece varie lettere insistentemente inviate (anche al ritmo di tre in un solo giorno) alla regina Elisabetta o al suo gran consigliere Cecil da un certo William Reynolds, un militare che riteneva gli spettasse una speciale pensione o almeno una somma per mantenere un cavallo.
Le sue insistenti lettere, piene di notazioni maligne sull’entourage della regina, rimasero senza risposta. Sicché questo Reynolds – non alieno da una certa tendenza visionaria – se ne era fatto un’ossessione. Era perseguitato dalla convinzione paranoica che la regina non intendesse concedergli nulla se non a patto che lui si presentasse a lei di persona, volendo assoggettarlo alle sue voglie.
Queste perverse intenzioni, in mancanza come si è detto di risposte dirette, Reynolds credeva di leggerle in vari libri, in cui gli sembrava di individuare criptiche allusioni a se stesso e alla sua vicenda, al punto di pensare che fossero stati scritti appositamente su istigazione di Elisabetta e del suo Consiglio per prendersi gioco di lui.

Tra questi libri appare anche il poemetto di Shakespeare Venere e Adone, che rappresenta l’infelice tentativo di seduzione da parte della dea non più giovincella del bel garzone innamorato solo del suo cavallo. Secondo Reynolds la vecchia (così lui la vede) Venere altri non sarebbe che la sessantunenne Elisabetta, e Adone che sdegna le sue avances naturalmente è lui, che aspira a ottenere un cavallo.
Ecco qui la sua sinossi del poemetto in una lettera a Cecil del settembre 1593:

Il questi giorni è uscito un altro libro, su Venere e Adone, dove la Regina impersona Venere, la quale Regina è in grande amore (per l’appunto) con Adone, e desidera grandemente baciarlo, e lo corteggia senza nessun freno, dicendogli che sebbene sia vecchia, pure è vigorosa e fresca e bagnata (ben più, credo io, che un barilotto colmo) e che può saltellare con leggerezza come una ninfa fatata sulle sabbie, e nessuna impronta che si veda, e un gran daffare di bianco e di rosso. Ma Adone non si cura di lei, ragion per cui lei lo condanna per la sua malagrazia. Vi è mescolata poi altra roba per confondere nascondendo la sostanza.

Ed ecco qui i versi di Shakespeare cui Reynolds si riferisce:

«Tocca col tuo bel labbro il labbro mio –
se non è bello tanto, almeno è rosso –
il bacio sarà tuo quant’esso è mio:
cos’è che vedi in terra, alza la testa,
guarda negli occhi miei la tua bellezza,
l’occhio è nell’occhio, il labbro sia sul labbro!

«Ti fa vergogna? e allora chiudi gli occhi,
lo farò anch’io, e il giorno sarà notte;
amor fa festa ove non s’è che in due;
gioca, coraggio! il gioco non si vede;
le viole, vene azzurre, su cui giaci
né tradiran né sanno che facciamo.

…………………..
«Fossi rugosa, brutta, mal dotata….
sdegnarmi ben potresti, a te non atta;
ma se pecche non ho, perché m’aborri?
……………………
«Fammi parlare, incanterò il tuo orecchio;
come una fata volerò sui prati;
sciolta la lunga chioma, senza impronte
danzerò sulla sabbia, come ninfa…
……………..

Ed ora Adone, con gestire pigro,
sguardo abbuiato, grave, infastidito,
ciglio aggrottato che gli copre gli occhi,
siccome nebbia quando vela il cielo,
esclama disgustato, «Basta amore!
Mi brucia gli occhi il sole, devo andare».
…………………

«Che sono, che tu debba sì sdegnarmi?
Che gran periglio è mai la mia preghiera?
Ti nuoce al labbro, di’, un povero bacio?
Parla, dolcezza, e dolce parla, o taci:
dammi soltanto un bacio, e te lo rendo,
con l’interesse, ne volessi due.

Avendo sempre in mente il poemetto shakespeariano, Reynolds scrive nella stessa data anche alla regina stessa. Riferendosi al famoso vitalizio per mantenere un cavallo, dice:

Non me lo volete dare, se non a patto ch’io venga da voi, perché volete prendervi un qualche spasso in cambio del vostro denaro. Per Dio, giuro di aver sentito dire da molti che siete una tipo allegro, e una assai piacevole signora, piena di graziose fantasie. Ma siete così malfida che non so cosa dirvi. E quanto all’amore, beh, siete Venere stessa, voi, la divinità dell’amore…

In fondo questo Reynolds è uno dei primi a leggere Shakespeare cripticamente – oltre che essere una testimonianza ulteriore della capacità di Shakespeare di costituire un buon “terreno di caccia per tutti gli squilibrati”, come ebbe a osservare Joyce.

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[Ho preso le notizie dal libro Shakespeare: Upstart Crow to Sweet Swan: 1592-1623 di Katherine Duncan-Jones, The Arden Shakespeare Library, 2011, che esamina l’evolversi della reputazione di Shake dal 1592, quando venne definito un “corvo venuto su dal nulla”, al 1623 quando venne acclamato quale “dolce cigno dell’Avon” raggiungendo la piena gloria di cui gode tuttora. La citazione da Venere e Adone è tratta dalla traduzione di Gilberto Sacerdoti, in Shakespeare, Poemetti, Garzanti, 2000]

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