Cimbelino: la parola è “perdono”

Nel Cimbelino (siamo sempre con Shakespeare) abbiamo un marito innamoratissimo della moglie e riamato ugualmente da lei.
Lei, Imogene, è la figlia di un re, Cimbelino (leggendario sovrano dei britanni in epoca romana) e lui, Postumo, l’orfano di un grande guerriero allevato a palazzo dopo la morte del padre. Benché pieno di virtù, il giovane non è né nobile né ricco, sicché il matrimonio con la figlia è disapprovato e non riconosciuto da Cimbelino che intende far sposare Imogene al figliastro, un presuntuoso e sciocco vanesio.
Così Postumo viene mandato lontano, in Italia, con strazio dei due innamorati che si scambiano al momento degli addii baci e ricordi: lui le dà un braccialetto e lei un anello.

Una volta in Italia, il bravo Postumo si lascia coinvolgere in una discussione tipicamente maschile con un cinico italiano  sulla castità delle donne. Postumo non ha nessun dubbio sulla virtù di Imogene, ma ha la debolezza di scendere a scommettere sulla sua castità con l’italiano che propone di andare fino in Inghilterra a verificare. La situazione è simile a quella del Troilo e Cressida: la fedeltà femminile ancora una volta viene trattata come pretesto per una contesa tutta maschile giocata sull’onore. L’italiano infatti provoca Postumo esclusivamente per invidia, perché ha sentito parlare di lui con unanime ammirazione e lo sa stimato anche dai nemici per la sua onestà e valore. È questo che lo spinge a mettere in mezzo la questione della donna: per avere un pretesto di contesa con lui, per sopraffarlo e avere su di lui la meglio.  Shakespeare questa volta  mostra apertamente il gioco (che del resto è quello di Jago: anche Jago spinge Otello alla gelosia mosso dalla propria gelosia e invidia verso di lui e verso Cassio, a causa della universale stima che circonda il generale e della preferenza che questi ha dimostrato verso Cassio. Vuole prevalere su di loro e il mezzo che trova è quello di coinvolgerli in una rivalità a proposito della donna).

Imogene – come già Desdemona – si dimostrerà assolutamente fedele. Ma il perfido italiano – come Jago (e del resto si chiama Jachimo) – riuscirà con un mirabolante inganno a carpire false prove a suo danno: nascosto in un baule riuscirà a entrare nella camera da letto della donna e a rubarle, mentre lei dorme, il braccialetto e a conoscere a sua insaputa un intimo segreto: la presenza di un neo sul suo seno. Con tali prove riuscirà a convincere il riluttante Postumo dell’infedeltà della moglie e a trasformarlo in un furente geloso, che naturalmente lì per lì estende, come d’uso, a tutte le donne il suo disprezzo e odio (e questa volta, però, la sua grottesca tirata contro il genere femminile, date le circostanze note allo spettatore, si rivela in tutta la sua volgarità e miseria*).
Postumo, non potendo farlo di persona essendo lontano, incarica per lettera un fedele servo di uccidere Imogene. Ma il servo ha troppa stima e affetto per la sua signora: non crede una parola di quello che gli scrive il padrone e non esegue l’ordine. Mostra invece a Imogene la lettera del marito e l’aiuta a fuggire travestita da ragazzo suggerendole di raggiungere Postumo per spiegarsi con lui.
Naturalmente la delusione, l’offesa e il dolore di Imogene per l’inaspettata e ingiusta gelosia del marito sono enormi e tali da farle ritenere morto anche l’amore che prova per lui. Per un seguito di circostanze romanzesche, a un certo punto però crederà che lui sia stato ucciso e, di fronte alla morte del marito, il rancore provato nei suoi confronti svanirà per dare nuovamente spazio all’amore e allo strazio.

Lo stesso intanto accade anche a Postumo: credendo Imogene uccisa in seguito al suo ordine, prova un dolore che è più forte della gelosia e sentendosi colpevole per quella morte** e senza più scopo nella vita, cerca in tutti i modi, senza riuscirci, di venire ucciso a sua volta nella guerra scoppiata nel frattempo tra Romani e Britanni.

Alla fine i due si incontreranno di nuovo, l’inganno del perfido italiano sarà da lui stesso confessato e tutto finirà con una grande scena di riconciliazione.
Postumo, felice per aver ritrovato la sua Imogene e grato alla fortuna per non essere diventato come temeva il suo assassino, resta tuttavia consapevole della propria colpa, tanto che, anziché vendicarsi sull’italiano che ormai è prigioniero e nelle sue mani, lo perdona e lo manda libero con la raccomandazione evangelica di comportarsi correttamente in seguito.

La parola per tutti è perdono viene detto alla fine di questo dramma.

Ciò vale anche per un’altra storia secondaria di vendette che si scioglie nella grande scena finale. Un nobile della corte di Cimbelino era stato ingiustamente da questi bandito e per vendicarsi aveva trafugato i due bambini del re, allevandoli poi come propri figli nel rifugio tra i boschi (una caverna) in cui anziché espatriare si era nascosto a vivere da latitante sotto altro nome. Anche questo intrigo viene svelato alla fine e, anzichè  provocare l’ira di Cimbelino – che pure aveva crudelmente e a lungo sofferto per la perdita dei figli – si risolve in riconciliazione:  i due vecchi riconoscono nelle reciproche colpe e, soprattutto, nella loro condivisa paternità un legame che li unisce e li rende fratelli al di là di ogni vecchio rancore e rivalità.

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Pubblico qui un video tratto dal Cymbeline della BBC (1982) perché vi appare un’impareggiabile Helen Mirren nel ruolo di Imogene. La scena (circa a metà del video) mostra Imogene nel momento in cui, risvegliandosi nella semioscurità da una morte apparente, crede di riconoscere nel cadavere decapitato che le sta affianco il marito, perché ne indossa gli abiti. I versi che Shakespeare le mette in bocca per significare prima il disorientamento, l’orrore, e poi il lento riconoscimento e il dolore, sono bellissimi, ma di quelli che, a leggerli, sembrano quasi impossibili da recitarsi – anche perché il loro tragico nasconde un aspetto comico e da farsa: il lettore/spettatore sa che il cadavere non è quello di Postumo, ma di un suo spregevole rivale (ulteriore conferma, tra parentesi, della fratellanza tra gli uomini, anche molto diversi, e di quanto giochi l’immaginazione nell’attribuire grazia e bellezza all’oggetto amato: Imogene crede di riconoscere nel cadavere di un uomo che lei ha disprezzato fino al ribrezzo la mano del suo amato, la forma della sua gamba, quella del suo piede simile a quello di Mercurio, della sua coscia come quella di Marte, della sua struttura simile a quella d’Ercole ecc.).
La Mirren riesce a dare una verità tragica così forte alla scena che si ha l’impressione che le parole che dice siano le uniche possibili in simile circostanza e tutti noi ci inganniamo con lei pur sapendo il suo errore. Un vero miracolo di interpretazione.

Nella prima parte del video appaiono i fratelli di Imogene (ignari della sua identità e che la credono un ragazzo) che elevano un compianto funebre su di lei pensandola morta: si tratta del bellissimo canto “Fear no more” ( quello degli spazzacamini).

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*“Non c’è modo per gli uomini di essere al mondo, senza che le donne
vi abbiano metà della fattura? Siamo tutti bastardi,
e quell’uomo eccellente e venerato, che io
chiamo mio padre, chissà dove mai era, lui,
quando si formò il mio stampo.
………………………………………..
E io che la pensavo casta come la neve non sfiorata dal sole –
…………………
O, per tutti i diavoli!
E questo giallo Jachimo, in un’oretta – o no?
Anche meno magari, al primo istante – forse nemmeno ha parlato,
ma come un verro, un cinghiale pieno di ghiande, e tedesco,
ha grugnito Oh! e l’ha montata!

Alcuni commentatori hanno giudicato questa tirata “tragica” troppo stonata rispetto al contesto spesso lirico del Cimbelino. A me pare invece volutamente stonata per evidenziare il carattere grottesco dei “ragionamenti” guidati dall’ossessione della gelosia. (tra parentesi: il lurco cinghiale “tedesco” mi pare un dettaglio delizioso per la sonorità del grugnito:-) Noto, inoltre che la metafora bestiale è del genere di quelle usate da Jago nell’Otello)

**Ancora una volta è al cospetto della morte che la vita acquista il suo vero senso e lo spirito di vendetta rivela la sua inadeguatezza di fronte alla coscienza – come già si intravedeva, pur senza che si arrivasse alle conclusioni ultime, nell’ Amleto. Qui si va più avanti: si passa al riconoscimento della fratellanza al posto della rivalità. I rivali non sono in fondo che specchi e dunque fratelli.
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Immagini

  • Imogene di W.F.Souchon (1825-1876) Notare il libro sul comodino: Shakespeare la mostra infatti intenta prima di addormentarsi intenta alla lettura (proprio come facciamo noi). Un dettaglio autobiografico?
  • Imogene vestita da ragazzo di Edwin A.Abbey (Harper’s Monthly Magazine, ott 1909)
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