Misoginia di Shakespeare? (Troilo e Cressida, ancora)

Il Troilo e Cressida passa per essere un testo misogino: senza dire di Elena, la famosa infedele intorno alla quale ruota la guerra di Troia che fa da sfondo al dramma, nella coppia dei due protagonisti la fedifraga è lei, Cressida, mentre l’uomo, Troilo, è fedele e costante, il prototipo anzi dell’amante fedele. Non mancano di conseguenza considerazioni e luoghi comuni sulla suggestionabilità del sesso femminile, non solo da parte dei personaggi maschili del dramma, ma anche da parte della stessa Cressida che nelle sue battute finali, consapevole del proprio tradimento, lo attribuisce, facendo propria la generalizzazione comune, alla debolezza del sesso cui appartiene (“Addio Troilo, dei miei occhi uno guarda ancora a te, ma l’altro guarda dove vuole il mio cuore. Povero nostro sesso, ecco la nostra debolezza…“)

In realtà tuttavia Shakespeare tratta la storia dei due amanti in modo molto più sottile della consapevolezza che ne hanno essi stessi e quanti li circondano sul palcoscenico.

Cressida è presentata all’inizio come una ragazza che – dice in un suo breve soliloquio – dell’amore teme soprattutto il mutamento che può sopraggiungere nell’atteggiamento dell’uomo una volta che questi abbia soddisfatto la sua brama di conquista. Presume che l’alta considerazione che l’innamorato ha del suo oggetto di desiderio possa cadere una volta che egli ne abbia il pieno possesso e che lui possa da allora trattarla da padrone. Per questo resiste a lungo prima di fidarsi e di cedere alla corte di Troilo – e Troilo (che invece ha solo la paura maschile di un qualche fallimento nella sua lungamente attesa performance*) non manca di rassicurarla, quando lei gli confessa candidamente tale apprensione: naturalmente il suo amore sarà immutabile.

Tuttavia, all’alba dopo la loro prima (e unica) notte, noi vediamo che, benché dia ragione a Cressida che (come Giulietta) lamenta l’eccessiva brevità della notte, Troilo (a differenza di Romeo) col canto dell’allodola è fermamente e tranquillamente deciso a dedicarsi alle altre cose che lo attendono nella giornata. Lei vorrebbe accompagnarlo fin sulla porta, ma lui paternalisticamente la invita a “non prendere freddo” e a tornarsene a letto – non per riprendere l’amore, ma per riposarsi e dormire mentre lui si dedicherà alle altre faccende.

TROILO – Cara, non disturbarti: fa freddo fuori, stamattina.
CRESSIDA – Allora, dolce mio signore, chiamo mio zio che scenda ad aprire le porte.
TROILO – Non disturbarlo. A letto, a letto, spenga il sonno questi occhi belli, e ti prenda dolcemente i sensi come a un bambino vuoto di pensieri.
CRESSIDA – Allora buon giorno.
TROILO – Ti prego, torna a letto ora.
CRESSIDA – Sei stanco di me?
TROILO – O Cressida, se il giorno pieno di faccende, ridesto dall’allodola, non avesse già levato per l’aria le sue ribalde cornacchie; se la sognante notte non rifiutasse di proteggere ancora le nostre gioie, io non andrei via da te.
CRESSIDA – Troppo breve è stata questa notte.

TROILO – Sì, quella maledetta strega si attarda in infernali ore con i malvagi, ma fugge dagli abbracci d’amore con ali più rapide del pensiero. Sù, prenderai freddo, e sarà colpa mia.
CRESSIDA – Ti prego, rimani. Voi uomini non volete mai rimanere. O Cressida, che sciocca sei stata! Avrei dovuto ancora resisterti, e allora sì, saresti rimasto.

Quando, pochi minuti dopo, Cressida apprende dallo zio Pandaro di dover partire da Troia e separarsi da Troilo, la sua reazione sarà disperata: Non voglio! No, non ci vado. Non voglio andare via di qui! ripeterà tra i singhiozzi allo zio. Non le importa di suo padre né della faida dei troiani e dei greci: è pronta a dare via ogni cosa per Troilo.
Ma Troilo, quando sopraggiunge, dà per scontata la separazione. Nemmeno per un attimo dice anche lui No, non voglio. Nemmeno per un attimo pensa di poter mettere Cressida e l’amore al di sopra degli affari di stato cui lo lega l’onore. Per quattro volte lei gli chiede: Ma devo proprio andare? e per quattro volte lui risponde che sì, che deve.
La sola cosa che sa dirle è di essergli fedele. Glielo ripete con tanta insistenza da spingerla a dire: “Tu non mi ami“.
Niente a che vedere insomma con la condivisa disperazione di Romeo e Giulietta, che – oltre a essere incuranti entrambi e dei Montecchi e dei Capuleti – al momento della separazione non si sognano nemmeno di mettere in campo il discorso della fedeltà, specchiandosi l’uno nell’amore dell’altra.

A questo punto occorre tenere conto che la guerra viene rappresentata in questo dramma come un gioco assurdo e funesto, in cui si combatte per il possesso delle donne e però ci si rifiuta di ascoltarle: Cassandra e Andromaca fanno vanamente sentire la loro voce, e vanamente essa fa risuonare le sue ragioni nell’animo di Ettore (Per quanto mi riguarda – dice Ettore in Consiglio – e per quanto nessuno abbia meno paura di me dei greci, pure, non c’è donna di più tenere viscere, più pronta a dire “che succederà?” di quanto non sia Ettore). Anche Ettore che vorrebbe la pace, alla fine, contro la propria stessa ragionevolezza e convinzione, contro il proprio sentimento, insiste nel portare avanti solo per punto d’onore la guerra che condurrà lui alla morte e Troia al disastro.

Il gioco guerresco è presentato da Shakespeare come assurdo. Perciò appare in tutta la sua interna irragionevolezza l’assoluta lealtà di Troilo alle regole di quel gioco, nel cui nome accetta la separazione da Cressida – o alle quali lui la sacrifica, come se lei fosse non più un soggetto/complice, ma un suo oggetto personale – un oggetto, oltretutto, il cui possesso è faccenda che va trattata tra uomini (come il possesso di Elena).
“Consegnando” Cressida a Diomede, che l’accompagnerà al campo greco, Troilo gli chiede di trattarla con onore. Ma Diomede, a sua volta pieno della medesima mascolina fierezza e spirito di rivalità, non accetta logicamente tale “affidamento”: lui, dice, la tratterà secondo le doti che lei dimostra e non perché glielo ingiunga Troilo, ché anzi se fosse per quello, la sua risposta sarebbe negativa.
La storia d’amore già si è mutata a questo punto in una faccenda tra soli maschi: una questione di onore maschile, un pretesto per la rivalità maschile.

Insomma, la Cressida che poi, giunta nel campo dei greci accetta la corte di Diomede, è una donna delusa da Troilo. Di più:  in qualche misura è una donna che si sente intimamente abbandonata da Troilo e nella quale Troilo stesso ha insinuato un tarlo sulla fedeltà, mostrando di considerarla una facile preda delle voglie dei greci.
Così del resto non mancano di giudicarla tutti i maschi affamati di sesso del campo greco che le si affollano intorno a chiederle baci al suo arrivo: una preda. Il padre è come non ci fosse: non dice una parola né di accoglienza né d’altro. Accettare la “protezione” di Diomede che già conosce e che l’ha scortata è in fondo per Cressida anche un modo per evitare il peggio.

È Cressida la vera sconfitta d’amore. Così ce la mostra Shakespeare nell’ultima scena in cui appare.
Troilo ha trasformato la sua delusione in rabbiosa fame di vendetta contro il rivale: fa ora coppia con lui come Menelao con Paride, in cerca ciascuno del proprio trionfo. Lei è una donna sola e avvilita, divisa in se stessa (non meno di come la vede Troilo dopo la scoperta del tradimento), che  – dopo il breve sogno di una reciprocità di amore in un mondo di rivalità – si rassegna infine alla visione del suo sesso che domina nel contesto violento e rapace in cui vive.

Senza dubbio il sentimento misogino dominante in tutta la cultura antica fa sentire la sua presenza qui come in altri scritti shakespeariani (penso ai sonetti e alla dark lady). Tuttavia è anche vero che la straordinaria penetrazione dello sguardo di Shakespeare ci mostra in questo dramma anche tutte le circostanze che negano l’assunto o che per lo meno lo complicano, lo rendono discutibile e oggetto di riflessione.

D’altra parte non si può dimenticare che in molte commedie, nella tragedia dell’Otello e poi nei romances della sua produzione finale (soprattutto Cimbelino e Raccondo d’inverno), l’ossessione maschile circa l’infedeltà delle donne viene rivelata da Shakespeare per quello che è: un’ ossessione appunto, un incubo, un tarlo fondato sulle proprie paure profonde, senza riscontro nella realtà.

___________________________
*Ho la testa che mi gira. Questa attesa mi dà le vertigini. Il piacere immaginato mi prende come un incantesimo dei sensi. Cosa sarà allora quando l’umido palato potrà gustare il nettare purissimo dell’amore? La morte, temo, un venir meno, sprofondare e disfarmi, oppure una gioia troppo sottile, troppo potente, una dolcezza troppo acuta per la capacità dei miei rozzi poteri. Mi fa paura: e anche mi fa paura di non riuscire a distinguere tra le mie gioie: come in battaglia, quando un reparto carica un nemico che fugge. (Troilo mentre aspetta Cressida la notte dell’incontro)
___________________________
Immagini:

  • Gli amanti veneziani di Paris Bordone (1496-1570). Ho scelto questo dipinto perché appare sullo sfondo una terza figura, maschile, che, nel nostro caso, può alludere al secondo amante (Diomede) oppure a Pandaro, lo zio di Cressida che si fa promotore dell’incontro tra i due innamorati.
  • Fanciulla con un vezzo blù di J.W.Waterhouse (1849-1897)
  • Cassandra di Edwin A.Abbey (Harper’s Monthly Magazine, ott 1907)
  • La battaglia di Anghiari, copia di Rubens dal cartone di Leonardo.
  • Donna seduta di Egon Schiele (1890-1818)
Articolo precedente
Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: