Conrad e la sua lingua di adozione (Amori di Carta)

L’autore che più si avvicina a Dickens nella capacità di riprodurre sulla pagina le atmosfere londinesi è Joseph Conrad (1857-1924). Penso soprattutto a romanzi come L’agente segreto o Chance, dove Londra è presente quasi come un personaggio con le sue vie dense di traffico, con le sue nebbie, le sue bottegucce di anticaglie, i suoi garzoni e i signori in carrozza, il popolo minuto, gli operai, i pezzenti, gli immigrati e i cospiratori.


Conrad non era inglese. Era polacco, e aveva trascorso l’infanzia in parte in Russia, dove suo padre era stato confinato per motivi politici (la Polonia allora era soggetta all’oppressione dell’impero russo e il padre di Conrad era un intellettuale patriota e perciò antizarista). Precocemente orfano di madre, il bambino era poi cresciuto in patria nella grande casa di famiglia, in compagnia di un padre chiuso nel suo lutto, depresso, malato. Un’infanzia solitaria, nella quale, scrive nelle sue memorie (A Personal Record), l’unica consolazione e salvezza furono i libri. “Non so cosa sarebbe stato di me”, annota, “se non fossi stato un ragazzo che leggeva”.
Tra i suoi autori, dice, ci furono Dickens e Shakespeare – in traduzione (spesso la traduzione del suo stesso padre, scrittore anche lui, Apollo Korzeniowski), perché le lingue a lui note, oltre al polacco, erano l’odiato russo e il francese, lingua quasi materna, appresa dalla governante.

Conobbe l’inglese solo quando entrò, ventiquattrenne, nella Marina Mercantile Britannica, dopo un periodo burrascoso passato in parte in mare e in parte in Francia e culminato in un oscuro tentativo di suicidio.
La scelta di imbarcarsi equivalse per lui a una sorta di fuga dalla disgrazia del suo Paese e del padre. Il mare divenne la sua home di espatriato, anzi quasi di “disertore”, avendo abbandonato la Polonia al suo naufragio, un po’ come poi in Lord Jim il protagonista abbandona la nave Patna in procinto di affondare.

Cominciò a scrivere durante gli ultimi suoi anni di mare, intorno ai 34 anni, ancora prima di stabilirsi in Inghilterra – come poi fece, acquistandone anche la cittadinanza  e semplificando, oltre che anglicizzando il suo nome, che era Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski, nel più semplice Joseph Conrad.
E fin dall’inizio scrisse in inglese.

Conrad diceva che gli erano oscure le ragioni per cui l’inglese era diventata la sua lingua letteraria e sosteneva che non c’era stata da parte sua una scelta: “Non io ho adottato l’inglese, ma piuttosto è stato il genio di quella lingua ad avere adottato me“, scrive nelle sue memorie. Lo ripete anche in una lettera a un amico, dicendo: “…questa lingua che io non possiedo, ma mi possiede“. E, sempre nelle memorie, afferma: “Se non avessi scritto in inglese, non avrei scritto del tutto“.  Anche nelle lettere private non usava mai il polacco, ma alternava l’inglese al francese.

Certo tra quelle oscure ragioni doveva aver agito la sua condizione storico-biografica di espatriato, o meglio, di figlio di una patria “sottratta”, di una cultura priva di spazio riconosciuto, spogliata della sua fisicità e ridotta a essere senza voce come un fantasma, o con una voce naufragante. Per vivere e per costruirsi come persona, così come per esprimersi, Conrad aveva dovuto abbandonare il luogo del naufragio e ricorrere a una patria e a una lingua adottive. Il polacco sarebbe restata la lingua della regressione, dei sogni, dei fantasmi, del delirio: la lingua paterna dell’angoscia luttuosa e del senso di colpa. Ne ha lasciato testimonianza la moglie, che diceva di averlo sentito parlare in polacco solo durante le sue malattie, delirando: la prima volta fu durante il viaggio di nozze e lei si spaventò moltissimo perché non capiva che cosa dicesse.

Si può immaginare inoltre che, tra quelle ragioni, ci fosse il fatto che l’inglese rappresentava la lingua della libertà: non solo perché alludeva al modello di libertà che con i suoi ordinamenti civili l’Inghilterra rappresentava in Europa (e specie per un polacco che pativa l’oppressione zarista), ma anche perché era la lingua cui già lo avevano rimandato quelle letture che erano state il suo “spazio segreto” di libertà e il conforto della sua infanzia.

Scrivere in una lingua straniera comporta comunque uno sforzo d’attenzione e un distacco particolari: richiede la traduzione di un mondo in un altro. Questo è forse uno dei motivi per cui Conrad introduce caratteristicamente nei suoi romanzi uno o più voci narranti: in Nostromo, la sua opera più grande probabilmente, i narratori si moltiplicano fino a rendere, attraverso la sovrapposizione delle loro voci diverse, persino difficile riordinare la cronologia degli eventi (quasi un’anticipazione di Bolaño, e proprio in un romanzo ambientato in America Latina!).

“Dove non c’è una forma adeguata per esprimere direttamente le intenzioni dell’autore” – ha scritto Bachtin a proposito della narrazione mediata dalla voce altrui in Dostoevskij, Poetica e stilistica (Einaudi 19689) – “bisogna ricorrere alla rifrazione di esse nella parola estranea.”

Ma non erano solo motivazioni artistiche a spingere Conrad verso tale tecnica polifonica.  C’era anche il fatto che già fin dall’inizio la sua narrazione era stata inevitabilmente  mediata da una voce altrui – quella di una lingua d’altri (“se non avessi scritto in inglese, non avrei scritto del tutto”): una lingua capace di coordinare i ricordi distanziando ed esorcizzando i fantasmi del passato e le ossessioni di colpa attraverso la sua struttura estranea.
Come si fa a sparare un colpo nel cuore di uno spettro, mozzargli la testa spettrale, prenderlo per la sua spettrale gola? A imprese simili ci si butta solo in sogno.(…) non è ancora fusa la pallottola, non è ancora fucinata la spada, non è nato quell’uomo: persino le parole alate della verità vi ricadono ai piedi come pezzi di piombo“, dice a un certo punto in Lord Jim  Marlow, riferendosi all’incapacità di espressione di un personaggio.

Marlow è uno dei personaggi-narratori di Conrad: quello attraverso cui il rapporto tra la scelta di scrivere in una lingua adottiva e quella di introdurre nei suoi romanzi un personaggio narrante appare messo in scena in modo particolarmente suggestivo. È il capitano di marina, inglese fino al midollo, che racconta le vicende di Lord Jim (ma anche di Cuore di tenebra e di Giovinezza, romanzi tutti e due in grande parte autobiografici, e infine di Chance, il romanzo che diede a Conrad la attesa popolarità).

La storia di Lord Jim è nota:
un giovane ufficiale di marina inglese di servizio in Oriente, Jim appunto, viene processato per aver abbandonato con altri ufficiali bianchi la nave Patna, apparentemente in procinto di affondare nell’Oceano indiano con un carico di pellegrini orientali diretti alla Mecca. Jim, che è un idealista pieno di sogni romantici di eroismo, non riesce a cogliere nell’atto di diserzione un segno della propria debolezza, ma si sente piuttosto vittima di un disgraziato concorso di circostanze esterne. Sicché dopo aver affrontato il processo e la condanna per cui viene espulso dalla marina, tenta disperatamente di trovare l’occasione per dimostrare di non essere quello che il suo atto disonorevole lascia supporre, ma quell’uomo d’onore, degno figlio del mondo bianco ai cui codici di valore è stato educato, che lui sente di essere in cuor suo. Il capitano Marlow, colpito dall’aspetto franco di Jim durante il processo e fatta casualmente conoscenza con lui, asseconda il suo bisogno di ascolto e si lascia coinvolgere in un rapporto molto stretto con Jim. Affascinato dalla giovinezza di Jim, in cui riconosce i tratti della propria e, in generale, i tratti più positivi della propria classe d’appartenenza, Marlow cerca di aiutarlo, procurandogli una sistemazione che possa evitargli di diventare uno sbandato. Ma Jim abbandona un posto dopo l’altro, fuggendo sempre più a Oriente, non appena sospetta che la sua colpa sia nota tra i bianchi del luogo. Infine, per l’intervento ancora una volta di Marlow e dell’amico di questi Stein, trova rifugio a Patusan, un’isola della Malesia, lontana da ogni rotta, dove inaspettatamente riesce a realizzare il suo obiettivo. Organizzando la difesa degli indigeni dalle scorrerie dei nemici e dalla prepotenza del vile Rajha locale, si guadagna il generale rispetto e la devozione  della popolazione, diventando il signore (lord) indiscusso, ammirato e amato di quel piccolo mondo, separato quasi come un sogno da quello, ormai per lui impraticabile, della sua cultura d’origine.
Ma quando un fuorilegge bianco, Brown, sbarca nell’isola per depredarla, Jim ancora una volta cade vittima della propria falsa coscienza. Anziché seguire il parere dei suoi collaboratori indigeni, che vorrebbero attaccare e sbaragliare il gruppo di Brown, si fida a torto della parola dell’avventuriero – che in quanto bianco e inglese, è un esponente di quel mondo d’origine, a cui Jim continua, nonostante tutto, a fare riferimento – e lascia che questi abbia via libera lungo il fiume per raggiungere la nave e abbandonare l’isola. In questo modo provocherà la morte del figlio del capo indigeno, Dain Wairis, suo amico, e si macchierà agli occhi dei locali della stessa colpa di tradimento che già lo aveva macchiato agli occhi dei bianchi. A questo punto sembrerà a Jim di non avere altra via d’uscita, per salvare l’onore, che affrontare volontariamente la morte. Strappandosi all’abbraccio della sua donna, Jewel, che vorrebbe trattenerlo – e dunque tradendo e svilendo anche l’amore di lei – Jim si presenterà inerme davanti al vecchio capo in lutto per il figlio, e sarà questi – che un tempo lo aveva accolto come un figlio, a ucciderlo per vendicare la morte di Dain Wairis.

Questa la trama del racconto che viene fatto da Marlow a un suo uditorio ristretto di ufficiali tutti inglesi.
In realtà il romanzo, quasi più che le vicende di Jim, ha per oggetto il rapporto di Marlow con tali vicende e con la persona di Jim: un rapporto che somiglia a quello di un padre con un figlio. Un padre che dà la sua voce al figlio, spesso incapace di dire le proprie ragioni, balbettante, anacolutico o chiuso nel silenzio.

Ma Jim, col suo giovanile idealismo romantico che lo ha portato a scegliere la vita sul mare, è un personaggio in parte autobiografico – non tanto nelle vicende, quanto nel suo intimo essere. Sicché l’adozione che questo rappresentante della cultura inglese fa del giovane sbandato e senza più una casa cui tornare, sembra adombrare l’adozione di Conrad stesso da parte della lingua inglese.

Egli mi seguì docile come un bambino piccolo, con aria obbediente, senza alcuna reazione, proprio come se fosse rimasto ad aspettare che arrivassi io a portarlo via. Per quanto è tondo il mondo (…) egli non aveva un posto dove potesse – come dire? – dove potesse appartarsi (…). Lo guidai verso la mia camera (…). Era l’unico posto al mondo (…) dove potesse abbandonarsi a se stesso senza essere disturbato dal resto dell’universo.
(Marlow, parlando del primo incontro con Jim, in Lord Jim)

Allo stesso modo la Marina inglese e l’Inghilterra avevano costituito per Conrad “il solo posto al mondo” (è lui che così si esprime nelle memorie), quando “non ancora ventiquattrenne”, reduce dalla crisi che lo aveva portato fino a tentare il suicidio (un colpo di rivoltella al cuore, come quello per cui muore  volontariamente Jim) e privo di una patria a cui tornare, aveva trovato rifugio e accoglienza.
Mettendo in scena il marinaio britannico, inserito nella sua cerchia di connazionali, e trasferendo nel suo temperamento, nella sua cultura, e nella sua lingua, la memoria delle proprie più profonde esperienze, Conrad trova la possibilità di dare corpo a un più intimo rapporto con la terra che era divenuta la sua patria elettiva, ma entro la quale ancora aveva l’impressione di essere uno straniero (“io non possiedo la lingua, è essa che mi possiede”).
Marlow introduce Conrad nell’intimità della patria adottiva: è la creatura che assume paradossalmente funzione di protezione e accoglienza paterne nei confronti del suo homeless creatore, legittimando la sua nuova nazionalità di fronte al pubblico inglese.

(So che avevo iniziato parlando della influenza di Dickens. Riprenderò il discorso più avanti – se ce la faccio:-).

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2 commenti

  1. proteus2000

     /  agosto 26, 2010

    Sono affascinato dalla lettura di TUTTI i tuoi ultimi post. TUTTI! E tu sai che, oltre a leggere pochissimo in generale, in particolare non frequento più i blog. I tuoi amori di carta mi avevano, in parte, già contagiato; adesso NON potranno più NON essere anche miei. Soprattutto  Bolaño (uno dei più bei regali da te ricevuti), voglio portarmelo a letto ogni sera. Sperando di non prendere sonno, perché, come devo averti detto, io riesco a ad addormentarmi persino mentre leggo un libro che mi piace.

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  2. AnnaSetari

     /  agosto 27, 2010

    Quanto entusiasmo! Ti ringrazio. Anche se la funzione di sonnifero che attribuisci a questi amori, lascia uno strano retrogusto, non ben decifrabile, ma persistente;-)

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