DICONO DI CLELIA, un romanzo di Remo Bassini

Ho da poco finito di leggere un romanzo di Remo Bassini. Per me è il primo di questo autore, che però è già invece alla sua terza prova. Il romanzo si intitola Dicono di Clelia (Mursia, 2006): da qualche mese l’avevo sul comodino, ma non mi decidevo a cominciarlo perché la copertina e qualche parola, su cui m’era caduto l’occhio nello sfogliarlo, mi avevano fatto immaginare che si trattasse di un giallo. E io non sono un’appassionata di questo genere.
In effetti Dicono di Clelia potrebbe davvero sul principio sembrare un giallo (non manca anche, tra l’altro, la figura di un maresciallo investigatore): ne ha senz’altro il carattere avvincente e di certo propone un mistero, anzi più d’uno, e personaggi impegnati in una indagine o ricerca. Non si tratta di un giallo, tuttavia. Ben presto le storie che vi si vanno intrecciando acquistano anzi l’aspetto di storie d’amore. Ma nemmeno si tratta di un romanzo d’amore: in realtà i vari personaggi sono impegnati in una ricerca e presi da un affanno che è soprattutto esistenziale e che, per questo, pur sciogliendosi alla fine vari nodi della trama, non può mai giungere a quietarsi afferrando la verità, che resta misteriosa e vanamente inseguita.
L’oggetto di questo inseguimento è, nella trama, la figura sfuggente di Clelia, l’unico tra i personaggi che appare solo in forma indiretta, attraverso il racconto o il ricordo e le congetture di altri.

E a questo punto va detto che uno degli aspetti più riusciti di questo romanzo è costituito dal fatto che mette in scena un folto gruppo di personaggi, che sono tutti in una certa misura protagonisti. Perché sono tutti anche narratori che, o in soliloquio diaristico o in confessioni e chiarimenti epistolari, dicendo “io”, e parlando ciascuno secondo una propria credibile maniera, abilmente caratterizzata dall’autore in coerenza con i diversi ambienti di provenienza, pongono il loro punto di vista, il loro problema, la loro inquietudine d’affetto e la loro ricerca prepotentemente al centro di tutto. Si viene così presi dalla storia di ciascuno di loro come da singoli romanzi – dietro i quali si intravvede tuttavia il romanzo impossibile, frammentato e contraddittorio, della figura silenziosa e assente, quella destinata a restare oggetto di discorso e di immaginazione in terza persona, senza mai emergere dal proprio mistero fino al punto di dire a sua volta io.

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6 commenti

  1. cf05103025

     /  luglio 22, 2006

    ottima Anna,
    tu hai una qualità di equilibrio straordinaria e riesci limpida a scrivere di tutto:
    anche di questo bel romanzo di Remo che ho letto mesi fa (essendo io un suo accolito…) che è un buon lavoro molto “umano” e pure originale, eziandio il “Quderno del voci rubate” è bello, anzi ottimo,
    ho qui sul tavolo pure lo “Scommettitore” che non ho ancora iniziato, per via di impedimenti dirimenti,
    ma mia moglie, essa sì,
    ecco
    MarioB.

    Rispondi
  2. brianzolitudine

     /  luglio 23, 2006

    La penna di Anna è chiara e limpida come il fonte di montagna, I agree.

    Penso che questo libro di Remao me lo cercherò domani, e me po porterò in vacanza.

    Rispondi
  3. cf05103025

     /  luglio 23, 2006

    Scusa Anna,
    non c’entra nulla,
    sarebbe un fuori luogo, un OT:
    ho scritto un pezzo
    SUICIDI ITALIANI….
    sul nostro blog:
    http://societe.splinder.com/

    Mario

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  4. kinglear

     /  luglio 24, 2006

    Gran bella recensione, Anna. Lo dicevo da Remo: di te mi fido come di me stesso.

    Posso rubarti la rece per metterla su King Lear, ovviamente citando te come Autrice e Fonte e quant’altro?
    Spero di sì.

    Un forte abbraccio. E dài, un bacio.

    Beppe

    Rispondi
  5. arden

     /  luglio 24, 2006

    C’è sempre libertà di furto qui, @Giuseppe: ogni sottrazione non è che una moltiplicazione:-)

    Rispondi
  6. kinglear

     /  luglio 24, 2006

    Grazie infinite, Anna.

    Smaaackkk

    Beppe

    Rispondi

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