Il Kurtz originario

Il Kurtz originario, quello in carne e ossa, aveva ricevuto parte della sua educazione in Inghilterra, e – come ebbe la bontà di dirmi – le sue simpatie restavano collocate dalla parte giusta. Sua madre era per metà inglese e suo padre per metà francese. L’Europa intera aveva contribuito alla formazione di Kurtz; e un po’ alla volta venni a sapere che, molto a proposito, la Società Internazionale per la Soppressione delle Usanze Selvagge lo aveva incaricato di redigere un rapporto, destinato alla sua guida futura. E lui lo aveva scritto quel rapporto. L’ho visto. L’ho letto. Era eloquente, vibrante di eloquenza, ma, forse, un po’ troppo sublime. Aveva trovato il tempo per scrivere diciassette pagine fitte fitte. (…) era un bel saggio di scrittura.
Il paragrafo iniziale, tuttavia, alla luce delle informazioni successive, mi appare adesso sinistramente significativo. Cominciava con il dichiarare che noi bianchi, al punto di sviluppo cui siamo arrivati “dobbiamo necessariamente apparire a loro (ai selvaggi) come degli esseri soprannaturali, ci accostiamo a loro con una forza quasi divina”, ecc.,ecc. “Con il semplice esercizio della nostra volontà, possiamo esercitare un potere, al servizio del bene, praticamente illimitato”, ecc.,ecc. A quel punto si librava trasportandomi in alto. La perorazione era magnifica, anche se difficile da ricordare, capite. Mi fece pensare a un’Immensità esotica retta da un’augusta Benevolenza. Mi fece fremere dall’entusiasmo. Era questo il potere illimitato dell’eloquenza – della parola – di nobili parole infiammate. Non c’erano suggerimenti pratici a interrompere il flusso magico delle frasi, a meno che una specie di nota in fondo all’ultima pagina, scarabocchiata evidentemente molto dopo, con mano malferma, possa essere considerata l’enunciazione di un metodo. Era molto semplice, e come conclusione di quel commovente appello a tutti i sentimenti più altruistici, balenava di fronte a voi, luminosa e terrificante, come un fulmine a ciel sereno: “Sterminare tutti questi bruti!”

Una pagina di Cuore di Tenebra (1902), di Joseph Conrad: da sola vale tutto il fragore di Apocalypse Now (passato ieri sera in TV)

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7 commenti

  1. brianzolitudine

     /  settembre 17, 2005

    Azz! Passato quando!?! Grande Duvall bambino in quella sinfonia visiva.

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  2. anonimo

     /  settembre 17, 2005

    La nuova versione senza tagli ha un nuovo doppiaggio, molto peggiore di quello di prima, con doppiatori con voci in qualche modo “infantili”, ho smesso quasi subito di vederlo.
    temp

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  3. arden

     /  settembre 17, 2005

    @Brian, ieri sera, su RaiTre, in prima serata: era la versione con nuove aggiunte.

    @Temp, anche a me ha dato un po’ di fastidio. Poi ho interrotto perché sono venute persone

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  4. pennastilo

     /  settembre 17, 2005

    L’ho guardato anch’io, ma non fino in fondo: ad un certo punto ero cotta lessa (ho un po’ di sonno arretrato). Non ho letto il libro, pur avendolo in casa. Beh, mi è venuta voglia di leggerlo…
    Ricambio l’abbraccio virtuale, e chissà che prima o poi non possiamo darcene uno reale ;-)
    Ciao, cara!

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  5. arden

     /  settembre 17, 2005

    @Gloria, Apocalypse Now è una liberissima versione di Cuore di tenebra.
    Io ho letto il libro anni prima del film e poi l’ho riletto più volte e penso che si tratti di un racconto di forza e lucidità straordinarie.
    Da lì è nato il mio amore per Conrad (Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski), di cui ho finito per leggere quasi tutto:-)

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  6. toporififi

     /  settembre 17, 2005

    A me è piaciuto, adoro anche io Duvall e Brando, il giovane Sheen è bravo e ho un amore smisurato per Cheff, il cuoco di New Orleans.
    Non ho letto l’opera di Conrad, non sentirei comunque l’esigenza di fare un confronto e non la userei per stroncare il film.
    Della postilla in fondo al documento di Kurz direi che non solo il film di Coppola ha dato una buona rappresentazione, ma che anche il giovane attore G. W. Bush nella sua interpretazione aggiornata si stia difendendo bene.
    E’ una pellicola della fine degli anni settanta, Coppola e Milius hanno usato il testo di Conrad per fare un’opera che non richiede la conoscenza della fonte letteraria, usata come lente per vedere qualcosa che si è riprodotto drammaticamente negli ultimi 25 anni.
    Mi sento molto come lo studente di cinema del Dams bolognese immortalato da Andrea Pazienza.

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  7. AnnaSetari

     /  settembre 18, 2005

    @Rififi, non intendo “stroncare” il film, io. Non oserei;-))
    Il film è una cosa a sé, proprio come tu dici. Dal libro trae solo un’ispirazione, non intende essere una sua “trasposizione”. E non lo è, infatti.
    Ormai fa parte dell’immaginario collettivo e come tale ha il posto che ha e nessuno lo tocca.

    Voglio però parlare del libro, perché chi non lo ha letto, pensa che sia faticoso da seguire e oscuro più del film, perché privo del fascino allucinatorio delle sue immagini diventate mitiche, della musica e del capoccione di Brando.

    Invece è un bellissimo libro, lucido anziché oscuro, e però grandioso, di enorme forza espressiva. Profondo per molti aspetti, e anche profetico. Non solo per l’ovvio (le guerre in cui brilla l’attor comico G.W.Bush), anche per immagini e associazioni diverse, cui induce il lettore, su aspetti non comunemente considerati, per esempio sulla relazione ideale possibile tra Rimbaud e Hitler…
    E è stato scritto nel 1902, prima di tutta la tragedia europea del ‘900, prima del postcolonialismo, del Vietnam e del resto. Conrad parlava infatti del Congo, che al tempo suo era sotto la criminale amministrazione personale di re Leopoldo del Belgio.
    Insomma voglio dire che, comunque sia l’idea che abbiamo del film, il libro è un libro che chi ama leggere perde molto a lasciare nello scaffale.

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