Non aveva avvenire

(post aggiornato il 30 luglio 2005)

Nel romanzo di Conrad L’agente segreto, il Professore è un esperto di esplosivi che vive a Londra (siamo all’inizio del secolo XX) e mette la sua scienza a disposizione di chiunque voglia compiere attentati dinamitardi. Il Professore è sicuro di non poter mai essere arrestato: gira infatti con addosso dell’esplosivo e, qualora gli agenti gli si avvicinassero per catturarlo, lui non avrebbe che da azionare il detonatore che tiene sempre stretto nella mano nascosta nella tasca, per compiere una strage.

– Decisiva è la fede di quella gente nella mia volontà di usare questo mezzo – [dice, parlando degli agenti, a Ossipon, uno studente rivoluzionario] – Tale è la loro impressione; una convinzione assoluta. Perciò sono micidiale.
– Persone di carattere ce ne sono anche tra quella marmaglia – mormorò sinistramente Ossipon.
– Possibile. Ma è tutta una questione di gradi, giacché, per esempio, a me non fanno nessuna impressione. Perciò sono inferiori. Né potrebbe essere diverso. Il loro carattere è costruito su una moralità convenzionale. Poggia sull’ordine sociale. Il mio è e si conserva libero da artifici. Loro sono impastoiati di convenzioni di ogni sorta; dipendono dalla vita che, per questo riguardo, è un fatto storico circondato da una quantità di inibizioni e considerazioni riflesse, un fatto complesso e organizzato, aperto ad attacchi in tutti i punti; mentre io mi baso sulla morte, che non conosce restrizioni ed è al riparo da ogni attacco. La mia superiorità è evidente.

Nell’Agente segreto è possibile trovare anche questo discorsetto messo in bocca ad un immaginario vecchio teorico del terrorismo:

Ho sempre sognato un pugno di uomini incrollabili nella decisione di bandire ogni scrupolo nella scelta dei mezzi, abbastanza forti per auto proclamarsi francamente distruttori, spogli della venatura di pessimismo rassegnato che mina il mondo alle radici. Nessuna pietà per nessuna cosa, nemmeno per se stessi, e la morte finalmente messa al servizio del genere umano, ecco che cosa avrei voluto vedere.

Discorsetto cui fa da contrappunto quest’altro, del capo dei servizi segreti francesi con sede a Londra, che ha in mente di portare l’Inghilterra a modificare la sua politica di tolleranza verso gli esuli anarchici, adottando la stessa linea repressiva degli altri stati d’Europa:

Sarebbe meglio tenerli tutti sotto chiave [gli anarchici] Urge mettere in linea l’Inghilterra. Questa borghesia imbecille si rende complice delle stesse persone il cui obiettivo è di scacciarla di casa a farla morire di fame per la strada.[basta mettere “occidente” al posto di “borghesia”, e pare di sentire la Fallaci…]
Il capo dei servizi vuole convincere l’agente segreto protagonista del romanzo a inscenare un attentato clamoroso a Londra, utilizzando per la bisogna i gruppetti anarchici tra i quali è infiltrato:
Una serie di delitti, non soltanto progettati ma eseguiti, in questo paese… Niente da fare… non ci badano più che tanto. I suoi amici [gli anarchici di cui sopra] potrebbero metter fuoco a metà Europa senza influire sull’opinione pubblica nel senso di una legislazione repressiva universale. Non guardano più in là del loro naso, quassù.

Di questo romanzo, bellissimo, mi piace però soprattutto ricordare l’immagine conclusiva:

Anche l’incorruttibile professore camminava volgendo gli occhi alla moltitudine odiosa dei suoi simili. Non aveva avvenire. Lo sdegnava. Era una forza. I suoi pensieri accarezzavano immagini di rovina e di distruzione. Camminava frale, insignificante, logoro, miserabile, e terribile nella semplicità della sua idea, che invocava pazzia e disperazione a rigenerare il mondo. Nessuno lo guardava. Ed egli camminava, insospettato e mortale, come una peste nella strada affollata.

Le citazioni sono tratte dall’edizione BUR del romanzo (1978). La traduzione è di Bruno Maffi.

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4 commenti

  1. toporififi

     /  luglio 29, 2005

    Se fossi un brillante studente mi dedicherei a raccogliere le profezie della letteratura ottocentesca e del primo novecento, fino allo scoppio della grande guerra, e farei uno studio comparato di statistica sulla loro realizzazione e i tempi previsti, che tipo di profezie erano ottimiste(come tempo di attuazione) e quali pessimiste, come la televisione di Jules Verne che secondo lui apparirà solo nel 2026.
    Ma questa figura di Conrad è qualcosa di più profondo di un bomber con zainetto, è la mente di quest’epoca, l’illusione di essere liberi dai condizionamenti della vita. l’ultima immagine è quella di un qualunque frustrato, onnipotente fra l’indifferenza altrui.

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  2. arden

     /  luglio 30, 2005

    Sì, spesso nei romanzi vi sono profezie.
    E però questa di Conrad non è in quel numero: a me pare piuttosto uno sguardo attento (malevolo, e perciò ancora forse più attento) verso un fenomeno del suo stesso tempo.
    Lui osserva e sembra comprendere molto a fondo il clima, il terreno mentale e morale su cui cresceva il terrorismo terrorismo anarchico nichilista dei suoi tempi (a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX sec).

    L’interesse, secondo me, non sta nella profezia, in questo caso.
    Io lo vedo piuttosto nella confutazione che il romanzo offre all’idea diffusa oggi dai mass media che il terrorismo attuale sia una specie di novità assoluta, le cui radici affonderebbero in una civiltà diversa, in una matrice islamica per noi quasi incomprensibile ecc.
    No, ci dice Conrad, quell’idea “che invoca pazzia e disperazione a rigenerare il mondo” è molto più vicina e interna al nostro stesso mondo culturale di quanto non siamo disposti a credere.

    Leggendo il libro di Conrad, ci si imbatte in varie altre cose interessanti: il ruolo per esempio di servizi segreti stranieri (francesi nella fattispecie) nell’organizzazione di un attentato a Londra che dovrebbe servire a far virare verso atteggiamenti polizieschi più decisamente repressivi la politica inglese, considerata “troppo tollerante” verso gli immigrati ed esuli anarchici.

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  3. arden

     /  luglio 30, 2005

    Anche il bomber con lo zainetto, però, è come il professore un frustrato con sogni di onnipotenza gloriosa.

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  4. toporififi

     /  luglio 30, 2005

    Consiglio vivamente la lettura di un libro: “Amici assoluti” di John Le Carrè, (chi mi conosce meglio dice, che palle, basta!), ripercorre con una scrittura eccellente, la vita del figlio di un ufficiale inglese di stanza in Pakistan dopo l’indipendenza indiana del ’46.
    Torna in inghilterra dove non si integra, si trasferirà a Berlino nel ’68 dove conosce Sasha, leader del movimento studentesco. nascerà un’amicizia assoluta tra un allampanato inglese e un claudicante tedesco dell’est figlio di un predicatore protestante.
    E’, secondo me, un libro superlativo, scritto da un grande maestro della letteratura popolare che non ha da invidiare niente a nessuno, supera ampiamente i limiti del genere spy narrando una vicenda umana con particolare sensibilità e l’epilogo è chiarificatore di una situazione mondiale che secondo me nessuno racconta.
    Si naturalmente si parla di terrorismo, se no che l’avrei citato a fare.
    Scusate, mi sono commosso a ripensarci.

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