Francesco De Sanctis e i mali della politica italiana

Francesco De Sanctis – scrive lo storico Emilio Gentile  commemorando il bicentenario della nascita del grande critico sul Domenicale del Sole24Ore – pubblicò fra il 1877 e il 1878, articoli sui mali della politica italiana.
Questi mali, si legge nell’articolo di Gentile, sono per De Sanctis

“riassumibili in uno, la « corruttela politica» che tutti gli altri genera e perpetua. Le manifestazioni della malattia da lui descritte sono quelle proprie di una «democrazia recitativa», dove le istituzioni parlamentari non sono animate da genuino spirito democratico (… )«Ormai – continuava De Sanctis – siamo giunti a questo, che non sappiamo più cosa è Destra e cosa è Sinistra, e cosa vogliamo e dove andiamo». Cosicché «spesso vediamo un uomo mutare le sue idee e dire l’opposto da un dì all’altro, e non se ne vergogna lui e nessuno se ne vergogna per lui». (…) la maggioranza parlamentare deve avere «almeno queste due qualità: un sentimento sviluppatissimo degli interessi generali, e l’opinione incontestata di moralità e d’incorruttibilità», perché il paese non solo vuole una maggioranza «dove sia vivo il sentimento degli interessi generali generali, ma vuole moralità e incorruttibilità anche nei singoli membri». Se invece il governo «cade in mano a quelli che sanno meglio lusingare le moltitudini», concludeva De Sanctis, «al di sopra delle masse, e in nome delle masse, si forma uno strato di falsa democrazia, che le sfrutta, corrotta e corruttrice».”

L’articolo di Emilio Gentile è nel supplemento domenicale del Sole 24 Ore del 26 marzo 2017.

I thank God for my humbleness

Certo che nei discorsi della sconfitta Renzi riesce bene, si muove completamente a suo agio, riesce quasi a commuovere. Così quando perse le primarie, così la notte del referendum.
Riesce bene perché il suo talento vero sta nel mentire.

Mi viene in mente Riccardo III, che, fingendo una scena di riconciliazione con i suoi avversari conclude il suo discorsetto dicendo : “Ringrazio Dio per la mia umiltà“.
In realtà ha solo intenzione di spazzare via tutti quelli che trova sulla via che porta alla corona.

Così ora il discorso di “addio” di Renzi sconfitto è, esattamente come fu quello dopo la sconfitta delle primarie, una finzione retorica da usare in seguito, come già fece, per procurarsi consensi (io sono diverso, io ho saputo accettare la sconfitta ecc.) .

Non si sa, non sembra probabile, che questa volta il gioco riesca. Tanto più che in nome della sua “umiltà” Renzi pare intenzionato a giocare allo sfascio (in paradossale sintonia con molte anime del No).
Vedremo. Non dovrebbe riuscirgli. Ma non possiamo ormai che stare a vedere.

Se cerco una qualche nota positiva, però la trovo: in Pisapia.
Ha votato Sì, per  evitare questa brutta situazione in cui siamo caduti.
Ma aveva intenzione già da prima, e la ribadisce ora con forza, di raccogliere le migliori forze di sinistra, le più vive, in quello che lui chiama un Campo Progressista.
Benché solo nascente, somiglia a una speranza.

dicevamo

Non siamo stati mai così divisi e dubbiosi. Non dico tra sostenitori del Sì o del No al referendum di domenica. Parlo di noi della ex sinistra: di ciascuno di noi all’interno di se stesso.
So che, dopo vari tentennamenti, infine io voterò Sì.
Senza il minimo entusiasmo, ma voterò Sì: perché il No sarà, qualora vincesse, la bandiera dei grillini e delle destre più estreme, antieuropeiste e anti immigrati ecc. Una volta che vincesse il No, nessuno, si può essere certi, parlerà più dei suoi sostenitori alla Zagrebelsky o alla Bersani, per non dire di D’Alema. Svanirebbero dai titoli e dalla TV, e nessuno si occuperebbe più del PD, dei suoi tormenti e della sua sorte. Si scioglierebbero nella marea grillesca le voci dei pochi No ponderati e consapevoli. L’utopia della riorganizzazione della sinistra si rivelerebbe per quello che è.

Se vincesse il Sì, non che le sorti sarebbero mirabili: oltretutto ci sarebbe pur sempre il rischio di una dilazionata vittoria dei suddetti grillini e salviniani.

Ma una cosa forse si raggiungerebbe: della riforma costituzionale non si parlerebbe più, perché sarebbe ormai alle nostre spalle.

Di riforma si è comincito a parlare ai tempi di Craxi. L’obiettivo era l’instaurazione di un regime presidenzialista. Berlusconi si provò ad attuare quel disegno: la sua riforma dava al “premier” il potere di licenziare i ministri e di sciogliere le Camere ecc.: un potere senza contrappesi, oltretutto.
Questa di Renzi, invece, pur avendo molti difetti e incongruenze, non tocca la forma parlamentare della nostra repubblica; né conferisce al Presidente del Consiglio poteri superiori a quelli che ha già.

Se non dovesse essere approvata, penso che non sia vero (come alcuni dicono) che di riforme non si parlerà più. Al contrario, i fautori del regime presidenzialista, rinvigoriti dalla vittoria al referendum, tornerebbero all’attacco e ne farebbero una nuova, secondo quell’obiettivo.
Insomma, sono anch’io per l’osso piuttosto che il bastone.

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Aggiornamento del 5 dicembre.

Ora spero ardentemente di essere smentita dai fatti.
Nel frattempo mi consolo pensando all’Austria.

ragionamenti che procedono

Mi piacciono i ragionamenti che procedono; quelli in cui a un’osservazione non risponde  il silenzio, un’alzata di spalle,  un semplice risolino, una battuta  o un “mi piace” come su FB. È bello che dall’osservazione di alcuni nasca un ragionare di altri.
Ieri su la Repubblica c’era un articoletto di Bartezzaghi sull’uso stravolto di “paventare” che va dilagando da un po’ di tempo in qua. Anch’io l’avevo notato in un post mio di cinque anni fa, ma limitandomi alla notazione del fatto.
Bartezzaghi va più in là:

L’USO NUOVO DEL PAVENTARE E LA POLITICA DELLA PAURA

«LE OPPOSIZIONI paventano la crisi di governo». La temono o invece la annunciano, la minacciano, la prospettano, la ventilano, la preparano, in fondo la auspicano? La seconda interpretazione è più logica, ma quella linguisticamente corretta è la prima. Ebbene? La lingua cambia e non bisognerebbe patire troppo le distorsioni linguistiche altrui, per non cadere nella Sindrome di Palombella Rossa e finire per prendere a schiaffi inermi giornaliste e urlare: «Le parole sono importanti!» (due reazioni, quale più, quale meno, sicuramente esagerate).

Sul caso di “paventare” converrà predisporsi alla rassegnazione: i vocabolari non registrano ancora questa nuova accezione, ma lo faranno presto — che lo si paventi o meno. Si tratta però un caso tutt’altro che banale. Il verbo significa propriamente “temere” e, con lieve estensione, “prevedere qualcosa di temibile”. Cassandra paventa, paventa fortemente. Ma Cassandra sa, per dono degli dèi, dice e non viene ascoltata. Invece oggi chi paventa viene ascoltato, anche se più di tanto non può sapere. Il significato di “paventare” è così piano piano scivolato fino ad arrivare su un terreno che è il suo, cioè fino a significare non più: «aver paura di»; ma: «mettere paura di». L’enfasi oggi non è sulla temibilità dell’oggetto paventato, bensì sul potere di monito del paventare.

Tutti a dirci che oggi la nostra pancia è più importante della nostra testa, e non perché sia importante che nessuna delle due sia vuota (c’è peraltro un programma migliore di questo, per la Sinistra?). La verità è che la pancia ha preso il comando, decide lei. “Paventare”, nel senso di “aver paura”, non è importante, anzi è consigliabile per le persone di potere e successo «non aver paura di nulla ». L’importante è invece saper “paventare”, nel senso di “mettere paura”, comunicare paura (e magari e soprattutto la paura che non si ha), minacciare; più in generale: mirare alla pancia, emozionare. La pancia ha in effetti un precedente storico nella politica italiana, e proprio alle sue origini: il famoso apologo del senatore Menenio Agrippa contro il ritiro sull’Aventino dei plebei (494 a.C.). Gli organi del corpo non devono scioperare contro l’inerzia dello stomaco, che riceve cibo dalle braccia e non fa nulla, perché è lo stomaco che redistribuirà le energie a tutti. Duemila e cinquecento anni dopo, e rotti, la pancia viene invece usata per istigare alle divisioni e per mandarli, i plebei, su un Aventino separato dalla politica e dalla fisiologia sociale.

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Shakespeare spiega le elezioni (USA) del 2016.

Traduco un articolo di Stephen Greenblatt apparso l’8 ottobre sul New York Times:

Nei primi degli anni 90 del XVI secolo, Shakespeare si accinse ad affrontare in un dramma questa questione: come può un grande paese  finire governato da un sociopatico?

Il problema non riguardava l’Inghilterra, dove  da più di trent’anni era sul trono una donna di eccezionale intelligenza ed energia, ma da tempo aveva preoccupato gli uomini di pensiero. Perché, almanaccava la Bibbia, il regno di Giuda venne governato da una successione di re disastrosi? Come fu possibile che il più grande impero del mondo, si chiedevano gli antichi storici romani, fosse caduto nelle mani di un Caligola?

Come scenario teatrale del caso in questione, Shakespeare scelse un esempio più prossimo: il breve regno infelice, nell’Inghilterra del XV secolo, del re Riccardo III.
Riccardo, secondo l’idea che ne aveva  Shakespeare, in seguito a una miserevole infanzia senza amore e a una spina dorsale deforme che faceva scansare chi lo vedeva, era tormentato interiormente da insicurezza e rabbia. Perseguitato dall’autodisprezzo e dalla coscienza della propria bruttezza –  lo si paragona ripetutamente a un cinghiale o a un maiale grufolante – trovava rifugio nell’idea di un proprio diritto, nella impudente fiducia in se stesso, nella misoginia e in una spietata tendenza al bullismo.

Era da questa psicopatologia che, secondo il dramma, emergeva la determinazione morbosa e ossessiva a raggiungere un obiettivo all’apparenza del tutto fuori portata, una carica fuori da ogni ragionevole aspettativa e per la quale non possedeva né un’appropriata qualificazione né in assoluto alcuna attitudine.

Il “Riccardo III”, che si dimostrò uno dei primi grandi successi di Shakespeare, esplora il modo in cui questo mostro perverso e ripugnante riuscì di fatto a raggiungere il trono. Secondo il dramma, la malvagità di Riccardo era facilmente evidente a tutti. Non c’era nulla di segreto circa il suo smisurato cinismo, la sua crudeltà e la sua slealtà, né c’era in lui alcun barlume di qualcosa di riscattabile né alcuna ragione per credere ch’egli sarebbe stato in grado di governare efficacemente la nazione.

Il suo successo nell’arrivare alla corona dipese da una fatale congiunzione di reazioni diverse ma ugualmente autodistruttive da parte di quelli che lo circondavano. Il dramma pone tali reazioni in alcuni particolari personaggi – Lady Anna, Lord Hastings, il Conte di Buckingham ecc. – ma finisce anche con l’implicare che questi personaggi schematizzino il fallimento collettivo di un intero paese. Presi nel loro insieme, essi catalogano una nazione di agevolatori.

Primo: ci sono quelli che credono che tutto continuerà in modo normale, che le promesse saranno mantenute, le alleanze onorate e le istituzioni centrali rispettate. Riccardo è con tale evidenza e così grottescamente inadeguato alla suprema carica di potere ch’essi lo rimuovono dalla loro mente. Si concentrano sempre su qualcun altro, finché è troppo tardi. Non si rendono conto con sufficiente rapidità che quanto sembrava impossibile sta di fatto accadendo. Hanno fatto affidamento su una struttura che si dimostra inaspettatamente fragile.

Secondo: ci sono quelli che non riescono a considerare con chiarezza che Riccardo è cattivo quanto sembra. Vedono benissimo che ha fatto questa o quella azione orrenda, ma hanno una strana tendenza a dimenticare, come se fosse duro e faticoso anche il semplice ricordare quanto egli sia orrendo. Sono irresistibilmente spinti a cercare di normalizzare ciò che è fuori d’ogni norma.

Terzo: ci sono quelli che si sentono spaventati o impotenti di fronte alle intimidazioni e alle minacce di violenza. “Farò un cadavere di colui che mi disubbidisce”,  avverte Riccardo, e ai suoi comandi oltraggiosi l’opposizione in qualche modo si affloscia. Vi contribuisce il fatto ch’egli  è un uomo enormemente ricco e pieno di privilegi, abituato a fare ciò che vuole, anche quando ciò che vuole viola di ogni norma morale.

Quarto: ci sono quelli che si convincono che possono ottenere vantaggi dall’ascesa al potere di Riccardo. Vedono benissimo quanto lui sia distruttivo, ma sono fiduciosi di anticipare la marea del male o di riuscire a ottenerne qualche profitto. Questi alleati e seguaci lo aiutano a salire da un gradino all’altro, collaborando nel suo lavoro sporco e osservando l’accumularsi delle vittime con fredda indifferenza. Questi sono, come li immagina Shakespeare, tra i primi a colare a picco, una volta che Riccardo li abbia usati per raggiungere il suo scopo.

Quinto, e forse l’aspetto più strano di tutti: ci sono quelli che ricavano un piacere vicario nel dare sfogo all’aggressività repressa, nell’umor nero di tutto ciò, nel dire apertamente il non dicibile. “I vostri occhi lasciano cadere macine di mulino quando gli occhi degli sciocchi fanno scorrere lacrime”, dice Riccardo ai sicari che ha assunto per uccidere suo fratello. “Mi piacete, ragazzi”. Non è necessario guardarsi intorno per trovare persone che incarnino questa categoria di collaboratori. Questi siamo noi, il pubblico, affascinati ogni volta daccapo dalla spavalda oltraggiosità del cattivo, dalla sua indifferenza verso le norme ordinarie dell’umana decenza, dalle bugie che sembrano efficaci anche quando nessuno ci crede, dal potere seduttivo della pura bruttezza. Un qualcosa dentro di noi assapora con gusto ogni minuto della sua tremenda ascesa al potere.

Shakespeare mostra in modo brillante tutti questi tipi di agevolatori al lavoro nella scena culminante di tale ascesa. La scena – in modo piuttosto anomalo per una società retta da una monarchia ereditaria, ma curiosamente tempestivo per noi – è quella di una elezione. Diversamente dal “Macbeth” (che ha introdotto nella lingua inglese la parola “assassination”), il “Riccardo III” non ritrae una violenta presa del potere. Al contrario vi si mostra la sollecitazione di voti popolari, corredata da una fraudolenta esibizione di pietà religiosa, dalla diffamazione degli oppositori e da una grossolana esagerazione di minacce alla sicurezza nazionale.

Ma perché un’elezione? Evidentemente Shakespeare voleva sottolineare l’elemento del consenso nell’ascesa di Riccardo. Non si tratta di un consenso robusto: solo un funzionario municipale e un po’ di sostenitori accuratamente infiltrati gridano il loro voto:”Dio salvi Riccardo, regale sovrano d’Inghilterra!”
Gli altri della folla riunita, per indifferenza o per paura o per l’opinione catastroficamente sbagliata che non ci siano reali differenza tra Riccardo e le alternative, restano in silenzio, “come mute statue o pietre dotate di respiro”.
Il non parlare – il semplice non votare – è quanto basta per portare il mostro al potere.

Le parole di Shakespeare hanno la straordinaria capacità di andare al di là del loro tempo e luogo originali e di parlare direttamente a noi. Nel passato più volte, in tempi di perplessità e di crisi, ci siamo rivolti a lui in cerca delle più fondamentali verità umane. Così è ora. Non pensate che ciò non possa accadere, e non restate in silenzio, non sprecate il vostro voto.

Stephen Greenblatt

I could be bounded in a NUTSHELL and count myself a king of infinite space…

… were it not that I have bad dreams.

Nutshell è il titolo dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, uscito il primo di questo mese. Il titolo in copertina mostra nel grembo della U un piccolo feto a testa in giù, già in posizione per nascere.29752912
È proprio lui, questo essere ancora non nato, il narratore della storia e il suo testimone. McEwan se la cava con strabiliante maestria nel rendere credibile non solo tale inusuale punto di vista ma anche la capacità narrativa e la conoscenza disincantata della vita da parte di questo piccolo personaggio, che si permette di discettare con acutezza e profondità anche sulle sorti del mondo.

La storia è quella di un delitto, un delitto familiare che va maturandosi e preparandosi nelle ultime settimane della gestazione – e per impedire il quale il narratore è ovviamente impotente, anche se si arrovella cercando un modo per intervenire.
La lettura è godibilissima. Un McEwan al suo meglio: suspence, ironia, comicità, amarezza, profondità e commozione sono mescolate insieme con arte in un gioco che coinvolge il lettore, partecipe, impotente e preveggente, proprio come il feto, rispetto al procedere degli eventi.

Per chi ama Shakespeare e in particolare l’Amleto (per questi soprattutto scrivo questa nota) questa lettura è un doppio piacere, perché non può non riconoscere nel feto Amleto – ancora senza nome, ovviamente, perché non nato.  Ma non a caso la madre si chiama Trudy (Gertrude) e il suo amante Claude (Claudio). La storia delittuosa è quella che sappiamo. I dettagli ironici, le citazioni spesso “capovolte” (come capovolto è il bambino sospeso tra il not-to-be e il to-be) o deviate dal corso originale che rimandano all’Amleto sono sparsi fittamente dappertutto, invitando il lettore shakespeariano a una straniante  rimeditazione del famoso testo.

Il titolo allude alla battuta di Amleto che ho citato sopra: “Potrei essere confinato in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito, non fosse che faccio brutti sogni.”

Nutshell uscirà in traduzione italiana all’inizio dell’anno venturo, a quanto ho letto.
Preparatevi.

narrativa visionaria

Già era un po’ irritante per persone della mia età, abituate a termini come “analisi” per esempio,  sentire usare, parlando di politica, il termine “narrazione”. Ma pazienza. Si cerca di capire, di seguire il discorso.
Ora però mi imbatto (già due o tre volte in questi ultimi giorni) nel termine “narrativa” usato come fosse la stessa cosa di “narrazione”.
Un calco dall’inglese, penso. Come “evidenza” al posto di “prova”, “eventualmente” al posto di “alla fine” e altri abusi del genere. Più sono adatti a generare confusione cancellando i contorni precisi dei vocaboli, più piacciono e si diffondono.

Chi lo sa però se “narrativa”  resisterà a lungo. Mi pare che il termine “visione” stia avanzando e occupando buone posizioni. Lo si usa per dire “insieme di idee” “teoria” o anche semplicemente “opinione”. Piace perché è vago e allude a qualcosa di intuitivo, quasi di onirico o mistico ecc., qualcosa che non si fonda su prove né su studio.
Non a caso si diffonde anche l’aggettivo “visionario”, che un tempo indicava una persona che soffriva di allucinazioni e priva di senso della realtà,  o uno che aveva visto apparizioni di santi o della madonna. Ora lo si usa, in politica, come elogio!

 

compleanni

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In calendario spesso i santi sono ricordati nella data della morte in quanto questa sarebbe l’inizio della loro vera vita.
Laicamente, sembra più ragionevole che delle persone che hanno fatto del bene, che hanno rallegrato, emozionato, stupito, spinto a riflettere o a guardare le cose da punti di vista nuovi, delle persone amate e di quelle grandi, la data da ricordare sia quella della loro venuta al mondo. La morte non aggiunge niente ai motivi della nostra gratitudine.
Per quanto riguarda Shakespeare, il giorno della morte è lo stesso, a cinquantadue anni di distanza, di quello della nascita. Dunque tutto è più semplice e si può oggi, 23 aprile, ricordare, se lo si preferisce, il quattrocentocinquantaduesimo suo compleanno.
E, poiché la data, oltre che essere incerta, è convenzionale e in realtà il 23 aprile dei suoi tempi corrisponde al 3 maggio nel calendario nostro, si può  tornare a ricordarlo ancora fra dieci giorni – più o meno.

anniversari

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Sancho Panza e don Chisciotte sulle montagne – Honoré Daumier

Da più di quattrocento anni don Chisciotte e Sancho Panza, più vivi che mai, continuano il loro viaggio e le loro conversazioni.

Assolo shakespeariani

 

 

È una iniziativa del Guardian in occasione dell’anniversario shakespeariano: una serie di attori recitano passi dalle opere di Shakespeare.