Nell’ormai vecchio film Shakespeare in Love si accenna a un certo punto al successo che sul palcoscenico aveva, immancabilmente, una scena comica con un cane.
L’allusione si riferisce a I due gentiluomini di Verona, una commedia del Nostro tra le meno apprezzate, a parte appunto la presenza di un cane, Crab, protagonista di due monologhi di Launce (il padrone del cane stesso) che nella trama non hanno apparentemente altra funzione che quella di offrire due intermezzi comici – uno nella terza scena del II atto e l’altro nella quarta scena del IV.
Nel primo, Launce, costretto a partire per Milano con il suo padrone Proteus, si lamenta col pubblico del fatto che, mentre tutti i suoi familiari piangono nel vederlo andare via, il cane invece resta impassibile e indifferente. Lo trascrivo qui di seguito, invitando chi legge a usare un po’ di immaginazione per cogliere gli aspetti clowneschi della scenetta:
Questo mio cane Crab è il più schifoso carattere di cane vivente. Mia madre piange, mio padre guaisce; mia sorella strilla, la serva mugula, la gatta si torce le mani: tutta la casa sottosopra, ma lui, il cagnaccio crudele non versa una lacrima, lui, Crab! È una pietra, un sasso pietrificato; non c’è in lui più pietà che in un cane: anche un giudio avrebbe pianto di fronte a questi addii. E che? mia nonna – guarda – persino lei che non ha più occhi, si è accecata di lacrime a vedermi partire. Voglio mostrarvi la scena. Dunque: questa scarpa è mio padre – no, quest’altra, la sinistra, è mio padre – anzi, no: la sinistra è mia madre – no, no, non può essere: né l’una né l’altra – ma sì, sì, è questa, è questa perché ha la suola più consumata. Questa scarpa che ha il buco è mia madre; e questa è mio padre – maledizione, eccola qua; e questo bastoncino è mia sorella perché, sapete, è bianca come un giglio e minuta come un bacchettino; questo cappello è Nan, la nostra serva, e io sono il cane – no, il cane è se stesso e io sono il cane – oh, ecco: il cane è me e io sono me stesso, sì, così, così! Dunque, io vado ora da mio padre: «Padre, la vostra benedizione». E la scarpa non può spiccicare parola dal gran piangere; ora bacio mio padre; bene, lui continua a piangere. Ora vado da mia madre – ma sì – quella può parlare quanto una donna di legno; bene, la bacio, eccola qui, mia madre, e proprio col suo fiato. E ora vado da mia sorella, sentite come geme? E questo cane, per tutta questo tempo, manco una lacrima, manco una parola, mentre io – vedete – con le mie lacrime smorzo la polvere.

