Quando il bravo Padoa-Schioppa, nell’ottobre 2007, osò dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, spiegando che servono a evitare che nel Paese ci allarghi sproporzionatamente il divario tra i redditi altissimi di pochi e quelli modesti o addirittura insufficienti dei molti – senza dire del danno alle casse dello Stato e di conseguenza ai servizi, nonché del fatto che l’evasione contribuisce a impedire una riduzione delle tasse stesse -, non ci fu quasi nessuno che difendesse la sua sacrosanta posizione. Anche da sinistra si disse che la sua frase era stata per lo meno fuori luogo: una gaffe si disse, o un boomerang – e lungamente il ministro fu dileggiato per tale sua ragionevole dichiarazione.
Ora, con la crisi che morde, tutti stanno scoprendo l’acqua calda, e cioè che gli evasori non sono dei simpatici furbi con cui solidarizzare e da invidiare, ma dei mascalzoni che “mettono le mani nelle nostre tasche” e che, non lo Stato, ma loro sono dei vampiri. Ora improvvisamente anche i nostri giornalisti assumono nuovi toni, toni gravi, di censura nei loro confronti. Solo ora, per esempio, il divo Mentana – i cui pistolotti spesso autoincensatori all’inizio del suo tg diventano di giorno in giorno sempre più ridondanti – ci istruisce con toni da reprimenda su questa questione con l’aria di averlo sempre fatto. Solo ora la Chiesa ribadisce non più in sordina che evadere è un peccato… Mi sarebbe piaciuto che lo avessero effettivamente fatto ai tempi di Padoa-Schioppa o negli anni scorsi, quando dal governo si ammiccava ai furbi. Ma allora, negli anni scorsi, niente invece. Silenzio.
Meglio tardi che mai.
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