un maestro di destrezza

Non sono tutti sfigati i bamboccioni. C’è tra tra loro anche chi fa lezioni agli studenti: è il caso di  Lapo Elkann (leggi qui), che, aureolato dai suoi errori - superati, come si sa, con le sole sue forze – invita gli studenti a “imparare a saper vendere meglio quel che sappiamo fare con grande destrezza”.
“Con destrezza” di solito si fanno i furti, viene da pensare a noi che ci lasciamo trascinare dalle associazioni fra le parole. Ma ci sbagliamo. È altro quello cui allude il maturo giovanotto, che si definisce “italiano globale”.
Quello che sappiamo fare noi – cioè non io e voi, ma i migliori, i non “sfigati”, i creativi, è:
“vendere passione, vendere emozione, vendere amore”,  sotto forma di automobili o di occhiali, nel suo caso. Fabbricate da chi ha da vendere solo la propria forza lavoro – o qualche altra cosa che non nomino.

 

che cosa ci sarebbe di male?

L’altro ieri, nella trasmissione di Radio24, La Zanzara, il professore (di economia) Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia per mediazione di Cicchitto di cui è stato consigliere, ha detto, dopo aver lodato il famoso “senso di responsabilità” di Berlusconi, che ” l’Italia dovrebbe essergli grata e anche un po’ devota (sic)”. E ha aggiunto: “Mi auguro che Berlusconi possa fare il presidente della Repubblica. Perché no? Io lo stimo, al Paese ha dato tanto.”  Comunque, ha proseguito,  potrebbe essere nominato senatore a vita: “Cosa ci sarebbe di male? Ne hanno fatti tanti… in fin dei conti di cosa è incriminato?”
Già. Di cosa?

Quanto al ”tanto” che B. avrebbe dato all’Italia, questo sarebbe riassumibile, secondo Polillo, principalmente nel fatto che a suo tempo “ha salvato la democrazia”, sbarrando la strada al temibilissimo Occhetto.
(In margine a quest’ultima opinione, chiedo, come nel giochino della Settimana Enigmistica: Non vi ricorda qualcosa? Per la soluzione leggere qui).

associazioni di idee

“Faccio cose… vedo gente…” diceva memorabilmente questo personaggio  di Moretti.

Ecce Bombo è un film del 1978 e testimonia qualcosa che chi ha vissuto quegli anni conosce e ricorda. Era piuttosto diffusa allora tra i giovani l’idea che il lavoro, il famoso lavoro fisso, fosse noioso. Era ancora l’epoca in cui il lavoro c’era, quella, e bastava cercarlo. Poi le cose sono cambiate, ma quell’idea ha continuato ad avere strascichi, specie tra i figli del cosiddetto ceto medio. Conosco persone più giovani del personaggio di questo film, che, seguendo tale confusa visione del mondo che si spacciava per alternativa e di sinistra (e meritoriamente Moretti la mostrava in tutta la sua pochezza), hanno accuratamente rifuggito ogni lavoro che si presentasse minacciosamente come stabile e impegnativo, campicchiando di lavoretti  e  degli aiuti dei genitori, come in un indefinito prolungamento dello stato di non-responsabilità della giovinezza.

Ora il lavoro manca. “Faccio cose, vedo gente…” da scelta “alternativa” è diventata condizione normale e quasi obbligata –  e i lavoretti si chiamano precariato. Quando Monti se ne è uscito l’altro giorno con la sua disgraziatissima frase, ho pensato per contrappunto ironico a questo film. Bisognerebbe rifletterci. Soprattutto vedendo che comunque ancora si leva da una parte del mondo giovanile (e mi riferisco specialmente al traballante “ceto medio”) una forma di protesta che, pur nella richiesta – oggi – di lavoro e stabilità, pare avere in comune col passato il senso di non-responsabilità: l’idea che le cose  - che siano la laurea, la casa, un’automobile, un viaggio o il lavoro, debbano e possano venire ottenute anche senza impegno personale, al di fuori di quello della partecipazione ai social network (“cerco amici, vedo cose, leggo…”) – e mascherandosi dietro le difficoltà reali di chi vive condizioni veramente più dure (e il computer nemmeno ce l’ha).

potere dei media

Questo “gelo polare” gridato dai media non è infine, qui da me, che un inverno normale e il termometro non si discosta troppo dallo zero (stanotte minima -3). Eppure ci si imbacucca come si fosse in Siberia.

Wislawa Szymborska

scrivere il curriculum

Che cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Wislawa Szymborska (da “Gente sul Ponte” in Vista con un granello di sabbia, a cura di P. Marchesani, Adelphi 1998)

improvvide riabilitazioni

Sul Corriere di oggi Pier Luigi Battista elogia Berlusconi, che

 …sta dimostrando, pur nel momento peggiore di una parabola politica ventennale, di avere forza, carattere e senso della responsabilità. Di saper pagare prezzi elevatissimi per il suo (sofferto) sostegno al governo che è subentrato a quello da lui diretto e traumaticamente lasciato. Il Berlusconi «populista» e schiavo dei sondaggi si dimostra capace di scelte impopolari e dolorose, di saper sfidare le irrequietezze del suo mondo, di non accettare la prosa ricattatoria di un Bossi dalla leadership sempre più debole anche all’interno della Lega.

Questa, del “senso di responsabilità” del caimano, è una falsa leggenda che, a furia di venir ripetuta, rischia di cancellare la realtà e la memoria che ancora ne abbiamo. Tutti ancora ricordiamo (o dovremmo) quanto fu difficile schiodare Berlusconi dal suo seggio tre mesi fa: anche quando gli venne meno la maggioranza alla Camera – e intanto la situazione economica si faceva drammatica e già stavamo franando giù dal famoso orlo del baratro – tentò ancora di prendersi tempo, annunciando le dimissioni senza effettivamente darle.  Si dimise,  ob torto collo, solo quando vide che la grave crisi in cui versava l’Italia (e che  la sua permanenza al governo contribuiva a far precipitare) stava mettendo a rischio anche le sorti delle sue aziende, che in quei giorni stavano crollando in Borsa. Non a caso, la decisione giunse solo dopo una riunione ch’egli ebbe, non con gli uomini del suo partito e della maggioranza, ma con i suoi familiari (ed eredi), i suoi avvocati e  Confalonieri.
La responsabilità (che lui ha definito addirittura “elegante” – un po’ come lo erano anche le famose cene con le escort) se c’è stata, dunque è stata come sempre solo relativa al proprio personale interesse. Non mi pare che questo meriti elogi.

Quanto a non essere più “schiavo dei sondaggi”, a me pare evidente il contrario. Se ancora “non stacca la spina”, se  - pur alternandole a minacce  per evidenziarne i limiti – continua a fare dichiarazioni  ufficiali in sostegno di questo odiato governo, tale atteggiamento  dipende in buona misura proprio dalla lettura dei sondaggi. Sa che in questo momento le elezioni non gli darebbero la vittoria. Senza dire che ancora la crisi non è superata e dunque ancora le sue aziende sono a rischio – specie considerando i contraccolpi che avrebbe nei mercati un eventuale crollo del governo Monti. La sua speranza è riposta nel malcontento delle categorie che costituiscono il suo bacino elettorale: spera che questo cresca, spera nei disordini, spera per dir così nei camionisti. Spera nell’opposizione della Lega, nella possibilità che questa contribuisca ad allargare il malcontento. Spera nella caduta del consenso al governo (che per ora nei sondaggi è ancora alto). E cerca di promuoverla attraverso i suoi giornali e le varie  sue esternazioni velenose (la politica di Monti “non ha dato frutti”), pronto a cavalcare la delusione e le auspicate proteste, per ripresentarsi (spera) come salvatore dei tartassati: l’uomo che toglie le tasse “che non danno frutti”. Nemmeno questo mi pare che meriti elogi.

Per quanto riguarda poi i ricatti di Bossi – leader  piuttosto malconcio – è evidente che tra i due esiste una penosissima intesa. L’orribile bacio con cui Berlusconi l’altro ieri si è attaccato al collo del molesto socio sotto gli occhi delle telecamere, serve a lui per dimostrare ai suoi possibili elettori che in realtà c’è  profonda consonanza tra lui che sostiene il governo (“soffertamente”, costretto dalle circostanze e senza convinzione)  e l’altro che vi si oppone sguaiatamente –  e serve a Bossi (che accetta il bacio quasi come un omaggio, senza ricambiarlo) per ribadire di fronte ai suoi la propria posizione di superiorità e di forza rispetto al vecchio alleato. Entrambi hanno in comune il progetto di ritornare nelle stanze del potere.

Mi chiedo allora che senso abbia questa sbalorditiva riabilitazione del personaggio che più d’ogni altro ha arrecato danno al Paese e la sua assunzione tra i ranghi degli “statisti” (Battista giunge a definirlo “uno statista intero”!). Se è  mirata a incoraggiarlo a non fare colpi di testa, mi pare fuori bersaglio, perché contribuisce invece a dare una veste di oggettività alla falsa immagine di sé che, sia pure maldestramente, lui sta cercando di costruire e di contrabbandare, in vista del momento in cui potrà “staccare la spina”. Maldestramente, certo, perché non è vero nemmeno che abbia “carattere”, nel senso inteso da Battista, ma piuttosto è vero che il suo carattere di uomo incapace di elevarsi a una qualche visione che superi quella del proprio esclusivo interesse personale, lo tradisce e non gli permette di sostenere in modo minimamente credibile la maschera che l’editoriale del Corriere oggi gli offre.
Se è mirata invece proprio ad aiutarne la resurrezione – beh, allora  mi viene da rabbrividire.

ragione e presentimento

La ragione sostiene che, secondo lei, il PdL non dovrebbe “staccare la spina” finché i sondaggi non gli sono favorevoli e finché la situazione economica è ancora a rischio, perché è interesse anche delle aziende di Berlusconi che l’Italia non vada in malora (non a caso, è stato per un senso di responsabilità, non certo verso l’Italia, ma verso le sue aziende , che Berl., dopo la riunione con i familiari e i dirigenti Mediaset, si dimise).

Ma a questo astratto ottimismo della ragione non corrisponde un uguale ottimismo da parte del più suggestionabile presentimento. Si torna infatti a vedere sugli schermi lo sguardo tetro o addirittura terreo del caimano, pressato dai ricatti della Lega e in attesa della sentenza Mills e si tornano a sentire le dichiarazioni minacciose sue e dei suoi:

Non posso sostenere un esecutivo con chi vuole mandarmi in galera. Serve un disarmo e il primo passo è la sentenza Mills” (Berlusconi).

“È chiaro  che una condanna che arriva a un giorno dalla prescrizione significa che anche il collegio dei giudici, oltre alla procura, si è accanito. E per noi sarebbe una sentenza politica con conseguenze politiche. Perché i giudici non vivono sulla luna”. (Maurizio Lupi)

“Berlusconi vede che il decreto Monti colpisce da una parte sola. E i nostri, sul territorio, si devono difendere dall’accusa di votare queste misure impossibili insieme al Pd. Ma pian piano la gente sta iniziando a capire che non era colpa di Berlusconi quello che è accaduto. Bisogna aspettare una quindicina di giorni e poi vediamo” (Brancher)

Questa gente, con la Lega e con  le varie categorie che, colpite per la prima volta, si sentono le sole colpite, e a  cui aggiungerei i vari evasori, non hanno alcun senso di responsabilità verso il bene comune e sono disposti a tutto pur di salvare i loro interessi personali. Ora che è passato il decreto “salva Italia”, pensano che non ci sia bisogno d’altro e che si potrebbe tornare impunemente (per loro) all’andazzo di prima.

La ragione a questo punto vorrebbe ribattere che la maggioranza della popolazione tuttavia non permetterebbe a questi di trionfare di nuovo. Ma, chissà perché, non si azzarda a sostenerlo con sicurezza.

meglio tardi che mai

Quando il bravo Padoa-Schioppa, nell’ottobre 2007, osò dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, spiegando che servono a evitare che nel Paese ci allarghi sproporzionatamente il divario tra i redditi altissimi di pochi e quelli modesti o addirittura insufficienti dei molti – senza dire del danno alle casse dello Stato e di conseguenza ai servizi, nonché del fatto che l’evasione contribuisce a impedire una riduzione delle tasse stesse -, non ci fu quasi nessuno  che difendesse la sua sacrosanta posizione. Anche da sinistra si disse che la sua frase era stata per lo meno fuori luogo:  una gaffe si disse, o un boomerang – e lungamente il ministro fu dileggiato per tale sua ragionevole dichiarazione.

Ora, con la crisi che morde, tutti stanno scoprendo l’acqua calda, e cioè che gli evasori non sono dei simpatici furbi con cui solidarizzare e da invidiare, ma dei mascalzoni che “mettono le mani nelle nostre tasche” e che, non lo Stato, ma loro sono dei vampiri. Ora improvvisamente anche i nostri giornalisti assumono nuovi toni, toni gravi, di censura nei loro confronti. Solo ora, per esempio, il divo Mentana – i cui pistolotti spesso autoincensatori all’inizio del suo tg diventano di giorno in giorno sempre più ridondanti – ci istruisce con toni da reprimenda su questa questione con l’aria di averlo sempre fatto. Solo ora la Chiesa ribadisce non più in sordina che evadere è un peccato… Mi sarebbe piaciuto che  lo avessero effettivamente fatto ai tempi di Padoa-Schioppa o negli anni scorsi, quando dal governo si ammiccava ai furbi. Ma allora, negli anni scorsi, niente invece. Silenzio.

Meglio tardi che mai.

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a proposito dei camionisti

Leggano Il Sole 24 Ore

Sicilia

Forse sarebbe ora che i giornalisti la smettessero di concentrarsi nella caccia ai naufraghi da intervistare e di esercitarsi in facile retorica sulla catastrofe della Concordia e (limitandosi per tale sciagura a darci il corpo delle notizie più che il loro drappeggio) sentissero il dovere di salire su per la biscaggina, per farci capire ciò che sta succedendo intanto a bordo della Sicilia.

La notizia dello sciopero dei camionisti e della conseguente paralisi dell’isola è finora rimasta nascosta in poche righe o assente del tutto dalle pagine dei quotidiani, come fosse vicenda riguardante qualche sperduta isoletta del Pacifico. Ma è Italia, dopotutto: vorremmo sapere e, se possibile, capire.

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